Idee Il libro
Un’anima mediterranea per ripensare le leadership al tempo della prepotenza globale
«Intendiamo mettere in discussione i modelli di leadership dominanti, in particolare quelli di matrice anglosassone, fondati sull’ossessione per la misurazione, sulla crescita illimitata, sulla standardizzazione e sulla finanziarizzazione come unico criterio di valore, persino sulla censura di ogni bellezza». L'intervento degli autori di "Anima mediterranea. La leadership come arte della guida"
di Elena Granata e Andrea Granelli
Il nostro tempo è attraversato da una tensione profonda: da un lato l’accelerazione tecnologica, la pervasività del digitale, l’esplosione dell’intelligenza artificiale; dall’altro la fragilità delle istituzioni, il ritorno dei conflitti, l’erosione dei legami democratici e l’affermarsi di forme di illiberalità che trasformano la paura in consenso. In questo scenario di “perma-crisi”, dove la crisi non è più un’eccezione ma la condizione ordinaria, il problema della guida diventa centrale. Non tanto la ricerca di nuovi leader carismatici, quanto la necessità di coltivare guide positive, capaci di orientare senza dominare, di connettere senza uniformare, di generare senso in mezzo al rumore.
“Anima mediterranea”, un libro voluto e scritto a quattro mani, nasce precisamente da questa urgenza. Intendiamo mettere in discussione i modelli di leadership dominanti, in particolare quelli di matrice anglosassone, fondati sull’ossessione per la misurazione, sulla crescita illimitata, sulla standardizzazione e sulla finanziarizzazione come unico criterio di valore, persino sulla censura di ogni bellezza. In un’epoca in cui tutto tende a essere trasformato in merce – il lavoro, la casa, il tempo, persino le relazioni – anche la leadership si è progressivamente svuotata, riducendosi a funzione tecnica o a esercizio di potere. Siamo circondati da leader prepotenti e incapaci di ascolto, sempre meno di guide autentiche.

Urge un rinnovamento degli strumenti di formazione delle classi dirigenti. Coltivare guide positive significa anzitutto riconoscere che la trasformazione in atto non è solo tecnologica o economica, ma culturale e antropologica. La pandemia, la crisi climatica, le tensioni geopolitiche e l’esplosione dei flussi informativi hanno mostrato che non basta “gestire” il cambiamento: occorre saperlo abitare. E per farlo serve un mutamento di mentalità, non semplicemente un aggiornamento di competenze. Il futuro non si prevede: si costruisce. Ma lo si costruisce solo se si è capaci di leggere il presente con occhi nuovi, senza farsi paralizzare dal mito di un passato idealizzato, né sedurre dall’illusione di una tecnologia salvifica.
Il Mediterraneo non rinvia ad una identità nostalgica, ma diventa metodo di pensiero e di azione. È figura simbolica e concreta di un pensiero connettivo, capace di abitare la complessità senza ridurla a semplificazioni binarie
In questo quadro, il Mediterraneo non rinvia ad una identità nostalgica, ma diventa metodo di pensiero e di azione. È figura simbolica e concreta di un pensiero connettivo, capace di abitare la complessità senza ridurla a semplificazioni binarie. Mare di scambi, di contaminazioni, di conflitti e convivenze, il Mediterraneo è stato – come scriveva Paul Valéry – una “macchina per creare civiltà”. Non perché omogeneo, ma perché attraversato da somiglianze sottili e differenze feconde. In un tempo che tende alla polarizzazione, alla contrapposizione rigida tra “noi” e “loro”, la sapienza mediterranea invita a pensare per relazioni, non per opposizioni.
La guida mediterranea che il libro delinea si nutre di metis, quell’intelligenza sottile e flessibile che sa muoversi tra le ambiguità, cogliere le connessioni, unire arte e scienza, tecnica e spiritualità. È un’intelligenza che non rifiuta l’innovazione, ma la radica nella tradizione; che non idolatra il passato, ma lo rilegge creativamente. Tradizione, infatti, non è conservazione immobile, ma consegna da tradurre, con il rischio sempre presente del tradimento. Ereditare significa reinventare, reinterpretare, progettare.
In un contesto segnato dalla violenza (non solo fisica, ma simbolica, linguistica, economica) e dall’illiberalità crescente, coltivare guide positive è un atto di resistenza culturale. Significa rifiutare la riduzione della politica a propaganda, dell’impresa a mera estrazione di valore, dell’educazione a intrattenimento. Nel libro proviamo a delineare un percorso formativo che sia anche trasformativo delle persone e parta dal recupero delle arti liberali come fondamento della formazione della classe dirigente: grammatica, retorica, dialettica non come orpelli del passato, ma come strumenti per sviluppare pensiero critico, capacità argomentativa, discernimento. In un’epoca di intelligenze artificiali capaci di produrre linguaggi persuasivi e di manipolare l’opinione pubblica, la vera competenza decisiva diventa la capacità di usare con sapienza il linguaggio e la parola, di smascherare le fallacie, di interrogare le fonti, di esercitare un sano scetticismo.
La tecnologia, del resto, è pharmakon, insieme farmaco e veleno. Non è neutra, ma nemmeno demoniaca. Il suo effetto dipende dalla qualità delle competenze e delle intenzioni di chi la governa. Senza guide capaci di integrare sapere tecnico e saggezza umanistica, il digitale rischia di amplificare le disuguaglianze, di erodere la memoria, di alimentare la credulità collettiva. Con guide consapevoli, invece, può diventare strumento di connessione e di apprendimento autentico.
Un altro tratto decisivo di una guida mediterranea è il radicamento nei luoghi. La crisi ecologica e sociale ha mostrato che non esiste economia senza territori e comunità. La rigenerazione non può limitarsi al recupero edilizio o all’abbellimento superficiale; deve intrecciare ambiente, giustizia sociale, cultura, partecipazione. La democrazia evoca l’immagine di una piazza nata all’ombra dei platani; nasce come esperienza incarnata, relazionale, ecologica. In un tempo di individualismi esasperati e di sovranismi urlati, tornare ai luoghi significa riscoprire la dimensione concreta della convivenza.

L’ideologia della crescita illimitata ha alimentato un modello economico estrattivo che consuma risorse naturali e umane senza interrogarsi sui costi sociali e ambientali. La sapienza mediterranea, invece, valorizza la misura, la piccola dimensione, la bellezza come categoria politica oltre che estetica. La bellezza non è lusso, ma forma di cura; non è ornamento, ma espressione di un’idea di mondo in cui l’umano non è separato dal suo ambiente.
Ci hanno accompagnato alcune figure esemplari come Leonardo da Vinci, Adriano Olivetti, Papa Francesco che in forme diverse hanno incarnato questa idea di guida. Non dominatori, ma tessitori di connessioni. Non manager ossessionati dal risultato immediato, ma visionari radicati nella realtà. Olivetti ha immaginato l’impresa come spazio di civiltà; Papa Francesco ha proposto una leadership sinodale, capace di camminare davanti, in mezzo e dietro al popolo. In entrambi i casi, la guida non è esercizio di controllo, ma pratica di discernimento e di accompagnamento.
In un tempo di violenza e illiberalità, la tentazione è quella dell’uomo forte, della semplificazione autoritaria, della chiusura identitaria. “Anima mediterranea” propone un’altra strada: non la nostalgia di un passato mitico, ma la riattivazione di un’eredità capace di generare futuro. Senza eredità non c’è progetto; senza memoria non c’è orientamento. Ma l’eredità va riguadagnata, reinterpretata, resa feconda.
Coltivare guide positive è dunque un compito educativo, politico e spirituale insieme. Richiede formazione, ma soprattutto trasformazione; competenze, ma anche carattere; conoscenza, ma soprattutto sapienza. In un mondo che sembra aver smarrito l’anima della guida, tornare al Mediterraneo come dispositivo simbolico e reale significa riapprendere l’arte di connettere, di mescolare, di abitare l’imperfezione. Significa accettare che la vera forza non sta nella rigidità del cristallo, ma nell’equilibrio dinamico tra solidità e fluidità, come l’acqua che dà forma e insieme connette.
Foto La Presse: il presidente russo Vladimir Putin mentre presiede una riunione del Consiglio di sicurezza in videoconferenza al Cremlino
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