Cambiamenti climatici
Il ciclone Harry non è un fenomeno isolato. La risposta? Mitigazione e adattamento
Eventi meteorologici estremi sono sempre più frequenti e sono destinati ad aumentare, sia come intensità che come quantità. Secondo Mariagrazia Midulla, responsabile del reparto energia e clima del Wwf, bisogna mettere in campo due tipi di azioni: da una parte limitare le emissioni, dall'altra preparare territori e popolazioni alla violenza del clima
Negli ultimi giorni il ciclone Harry si è abbattuto su Sicilia, Sardegna e Calabria, provocando enormi danni – mezzo milione solo in territorio siculo – e mettendo a rischio le popolazioni costiere. Questo evento tragico, tuttavia, non si può considerare un fenomeno isolato. Tempeste, uragani, allagamenti, siccità prolungata: è innegabile che il meteo sia “impazzito”. Il motivo? I cambiamenti climatici. «Stiamo avendo fenomeni ancora più intensi rispetto a quelli che prevedevamo anni fa», dice Mariagrazia Midulla, responsabile del reparto energia e clima del Wwf. Per far fronte a questa situazione servono due ingredienti: mitigazione e adattamento.
Il ciclone Harry è legato ai cambiamenti climatici?
Purtroppo sì, come hanno chiarito gli esperti. Il Mar Mediterraneo, come tanti altri mari, è molto più caldo del normale. Calore significa energia, che si trasferisce negli eventi estremi, potenziandoli. Ci sono costantemente aree di alta pressione provenienti dall’Africa, che si spingono fino alle nostre latitudini e interagiscono con correnti di aria fredda, quasi intrappolandole o comunque rallentandole. L’uragano Harry è stato particolarmente pericoloso proprio per questo: non sono cicloni che passano, fanno danni e se ne vanno rapidamente, ma continuano a imperversare per giorni. L’abbiamo già visto succedere in Emilia-Romagna, ma sta accadendo sempre di più.
Quindi dobbiamo prepararci a affrontare altri eventi di questo tipo?
Gli esperti dicono che il fatto che questi fenomeni un tempo ci fossero, ma che si verificassero una volta ogni 100 anni, non ci deve assolutamente rassicurare. Perché adesso ne stiamo vedendo sempre di più, rischiano di diventare abbastanza frequenti. E, addirittura, di colpire più volte le stesse zone. Per questo dobbiamo riflettere moltissimo su come adattarci alle nuove condizioni climatiche che abbiamo creato. Ovviamente, lo sottolineo, adattamento non significa lasciare tutto com’è. Bisogna sempre agire anche sulla mitigazione, cioè sull’abbassamento delle emissioni. Se noi continuiamo ad alimentare il cambiamento climatico, andremo ben oltre questi fenomeni.
Dobbiamo riflettere moltissimo su come adattarci alle nuove condizioni climatiche che abbiamo creato. Ovviamente bisogna sempre agire anche sulla mitigazione, cioè sull’abbassamento delle emissioni. Se noi continuiamo ad alimentare il cambiamento climatico, andremo ben oltre questi fenomeni
Quindi dobbiamo concentrarci su due azioni, da una parte la mitigazione, dall’altra l’adattamento?
Infatti. Io ho proposto ieri che le Regioni colpite – ma anche le altre del resto – emanino nelle leggi sul clima, sia per avviare un proprio programma di abbattimento delle emissioni, sia per iniziare attività di adattamento. So che alcuni territori ci stanno lavorando, anche per dotarsi, per esempio, di un consiglio scientifico che in qualche modo richiami alla coerenza delle politiche. Perché le azioni di mitigazione e adattamento devono in qualche modo incrociarsi con quelle economiche e sociali di una Regione.
L’adattamento è necessario, perché se anche smettessimo ora di emettere gas serra e attuassimo vere strategie di mitigazione, comunque ci ritroveremmo a fare i conti coi cambiamenti climatici.
Abbiamo sempre detto che anche l’aumento di un grado e mezzo della temperatura globale rispetto all’era preindustriale comporta fenomeni come quelli che stiamo vedendo, che certamente non sono banali e che sono anche più accelerati e più intensi rispetto a quello che noi stessi prevedevamo.
Il nostro Paese ha 8mila chilometri di coste, siamo molto esposti a rischi di fenomeni estremi
Adattarsi cosa significa, nella pratica?
Significa per esempio adeguare la previsione del rischio, pensare a dislocazioni diverse, spostare addirittura le abitazioni, se necessario. Non entro nella polemica sulla cementificazione, perché giustamente i cittadini siciliani ogni volta ci dicono che li liquidiamo come “cementificatori”, ma bisogna capire che si è verificato un fenomeno che non era mai accaduto prima. Il nostro Paese ha 8mila chilometri di coste, siamo molto esposti. L’innalzamento del livello dei mari sta andando molto veloce. Per ora l’innalzamento è di 20 centimetri, ma se si fonde il ghiaccio terrestre in Groenlandia o in Antartide c’è il rischio che subisca un’accelerazione importante. Questo, unito agli eventi meteorologici estremi, mette coloro che vivono più vicino alle coste in gravissimo rischio.
Quindi cosa dovremmo fare?
Serve una vera e propria riorganizzazione del territorio. In Italia, però, non facciamo nemmeno gli interventi più urgenti di messa in sicurezza. Non abbiamo nemmeno affrontato il problema del dissesto idrogeologico. Bisognerebbe fare una scaletta. Abbiamo un piano di adattamento, che è stato approvato nel 2023. Ci sono voluti ben due anni per veder nascere l’Osservatorio, che dovrebbe essere il suo organismo di gestione; abbiamo assoluta necessità che questo Osservatorio cominci immediatamente a identificare le priorità e che metta in campo le azioni. Noi di Wwf, ogni volta che si approva la Legge di Bilancio, proponiamo un Fondo per l’adattamento, per lavorare sugli interventi necessari, sulla manutenzione e sulla rinaturazione.
La natura è la nostra prima alleata nell’adattamento
Anche proteggere la natura quindi è importante?
La natura è la nostra prima alleata sull’adattamento. La salute degli ecosistemi ci garantisce moltissimo. Basta pensare che quando ci fu lo tsunami in Indonesia, le aree in cui c’erano mangrovie sono state colpite molto meno di quelle in cui c’erano alberghi e stabilimenti balneari. Bisogna capire l’importanza della rinaturazione dei fiumi, fare un percorso partecipato con gli agricoltori, per convincerli a non piantare delle monoculture, che assorbono moltissima acqua e impermeabilizzano il terreno.
E bisogna agire subito, se si vuole evitare ingenti danni.
C’è sempre meno tempo per avviare queste azioni. Un altro problema per i cittadini, è che più aumentano le emergenze più le assicurazioni si tirano indietro dall’aiutare i cittadini. Questo è veramente dirompente: si pensa sempre che succeda sempre a qualcun altro, ma più territori sono colpiti, più è probabile che saremo noi i prossimi.
Foto LaPresse – Davide Gentile
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