Disabilità & Caregiver

Il dopo di noi in Calabria è “autogestito” mentre i fondi pubblici, inutilizzati, tornano indietro

Esperienze di vita indipendente che funzionano senza un euro pubblico, mentre centinaia di migliaia di euro tornano indietro: è il “paradosso” che ci racconta Nunzia Coppedè (Fish Calabria). «Rispetto ad altre regioni, abbiamo un problema in più: l’assenza delle fondazioni, capaci di garantire continuità economica, raccogliere risorse private e rendere sostenibili nel tempo i progetti. Così  l’opportunità di costruire vere alternative all’istituzionalizzazione rischia di andare perduta»

di Chiara Ludovisi

Presenti, presente, assente. È la fotografia, sotto forma di appello, del Dopo di noi in Calabria. Presenti sono le buone esperienze, che però spesso sono autogestite e prive – o quasi – di sostegno pubblico. 

Presenti sono anche i fondi: sono quelli garantiti dalla Legge 112/2016. Peccato che la regione sia in ritardo nell’utilizzarli e che gli stanziamenti pertanto siano fermi al 2018. 

Assente (o quasi) è la capacità di utilizzare quei fondi, da parte degli enti locali, destinandoli a progetti che siano in linea con lo spirito della legge. «Di conseguenza, i soldi tornano indietro. Abbiamo appena scoperto che il comune di Catanzaro ha restituito 400mila euro non spesi. È un paradosso». 

A parlare è Nunzia Coppedè, fondatrice di Comunità Progetto Sud e presidente di Fish Calabria, che su questo fronte è in prima linea, impegnata e al tempo stesso indignata per l’incapacità progettuale delle amministrazioni che sta impedendo a tanti progetti di nascere, ad altri di crescere e assicurarsi la sostenibilità.

Nunzia Coppedè, presidente Fish Calabria

«In Calabria oggi stiamo ancora spendendo i fondi del 2018», riferisce. «C’è una grande difficoltà di rendicontazione, di comprensione degli strumenti, di costruzione dei Piani. Molti Comuni non sanno cosa sia davvero un progetto di “Dopo di noi”. E così preferiscono rispedire i soldi al mittente, mentre qui la domanda di vita indipendente da parte delle persone con disabilità è in crescita».

D’altra parte, anche le famiglie «a loro volta spesso non sanno cosa chiedere, non hanno gli strumenti per immaginare un progetto personalizzato che tenga insieme tutti gli aspetti della persona e si rimodelli nel tempo. E così proprio il progetto personalizzato, pilastro della legge 112, rischia di diventare una formalità: vedo schede che parlano di finanziamenti a interventi frammentati e singole voci, a volte anche solo un telefonino! Ma una persona non è fatta a pezzi».

Soldi che avanzano e progetti che autogestiti

Il problema, insomma, è di cultura e formazione. «Il risultato è che i soldi non vengono spesi, o vengono spesi male. O addirittura restituiti. Ma non abbiamo idea di quanti fondi tornino indietro: lo chiediamo, ma non c’è modo di saperlo. Così non ci resta che scoprirlo man mano che accade, come è stato nel caso di Catanzaro», riferisce.

Un paradosso, visto che i progetti per il Dopo di noi esistono e funzionano anche bene, ma sono in molti casi frutto della buona volontà e soprattutto di “autofinanziamento”.

Coppedè ci racconta una storia emblematica: «Io sono anche amministratore di sostegno di una donna con disabilità che è stata ricoverata per oltre 30 anni nel tristemente noto istituto di Serra d’Aiello, poi chiuso con uno sgombero violentissimo. Lei è una persona con una disabilità sensoriale, sia sorda che muta, ha problemi intellettivi e una lunga esperienza di istituzione totale», racconta Coppedè, che ha seguito la vicenda e ha costruito, per lei e non solo, una soluzione alla condizione di solitudine e abbandono in cui si è venuta a trovare all’improvviso. 

«Insieme ad altre sette persone, provenienti dallo stesso istituto ma con disabilità più lievi, è andata a vivere in un appartamento a Campora San Giovanni di Amantea, in provincia di Cosenza: noi li accompagniamo e li seguiamo, loro pagano affitto, utenze e tutto ciò di cui hanno bisogno con le loro pensioni e indennità. Sta andando molto bene, vivono una vita piena: vanno al mare tutta l’estate, non si perdono una festa di paese, hanno tante relazioni e, insomma, una vita indipendente di qualità. Tutto questo, però, senza un euro pubblico».

Fino al 2023, quando questo progetto ha partecipato a un bando nell’ambito della legge 112, per chiedere un sostegno minimo, che servisse soprattutto per pagare il personale di cui queste persone hanno bisogno. «La risposta è arrivata quasi un anno dopo, nell’agosto 2024. Ed è stata  una grande delusione: il contributo concesso basta appena a pagare affitto e bollette. Mi vergogno anche a dire l’importo», continua Coppedè, che si domanda: «È possibile che una situazione del genere non venga sostenuta dal Comune? Mentre i soldi che dovrebbero servire per finanziare questo restano inutilizzati e tornano perfino indietro?».

Il grande vuoto delle fondazioni

Una domanda e un “paradosso” che la Calabria condivide con buona parte delle regioni italiane, come sta emergendo da questo viaggio attraverso i territori. Con un’aggravante, però, per quanti riguarda il Sud: «L’assenza o almeno la carenza di fondazioni – anche quelle formate dai familiari – che sono il braccio forte dei progetti per il Dopo di noi: con le loro risorse, consentono continuità, coprono i costi nel tempo, rendono sostenibili le esperienze. Al Centro e al Nord ce ne sono molte, al Sud sono pochissime. Senza l’intervento di queste, è difficile che un progetto per il Dopo di noi sia sostenibile nel tempo, con le sole risorse della legge», osserva Coppedè.

Vuol dire che, semmai i fondi fossero spesi tutti e bene, comunque non basterebbero: «Se dai territori arrivassero richieste forti e ben costruite, allora anche le risorse aumenterebbero. Ma senza fondazioni, senza supporto tecnico, senza Comuni che siano all’altezza del compito loro affidato, il rischio è che il “Dopo di noi” resti una misura residuale. Intanto, chi può permettersi un “Dopo di noi” a proprie spese va avanti. Gli altri restano fermi, in attesa di un futuro incerto e preoccupante. Mentre i soldi per costruirlo e sostenerlo, paradossalmente, tornano indietro».

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