30 anni dopo

Il futuro dell’Europa passa da Sarajevo

A Sarajevo se non sei serbo, croato o musulmano bosgnacco non puoi godere di tutti i diritti riservati a chi appartiene ai tre gruppi etnici costituenti. E nella Republika Srpska, una delle due entità che compongono lo Stato, le spinte secessioniste sobillate anche da Mosca scuotono le fondamenta di un Paese già di per sé fragile. L'accordo di Dayton ha ingessato le fratture etniche senza guarirle. Il percorso di adesione all'Unione europea avviato da poco deve trasformarsi anche in percorso di genuina riconciliazione fra le parti e di piena e consapevole convivenza

di Paolo Bergamaschi

Trent’anni fa terminava la guerra in Bosnia-Erzegovina. L’accordo che metteva fine alle ostilità fu siglato il 21 novembre 1995 alla base militare di Dayton, in Ohio, dopo tre settimane di negoziazioni serrate, cui seguì il 14 dicembre a Parigi la cerimonia formale durante la quale Alija Izetbegovic, presidente della Bosnia Erzegovina, Slobodan Milosevic, presidente della Serbia, e Franjo Tudjman, presidente della Croazia, apposero ufficialmente la firma al documento. Tre anni e mezzo di conflitto con più di 100mila morti e un Paese totalmente devastato. Bisognerà, poi, aspettare il febbraio del 1996 per vedere la fine dell’assedio di Sarajevo, una delle pagine più vergognose della storia moderna d’Europa, dopo 1.425 giorni di bombardamenti delle milizie serbo-bosniache guidate dal criminale di guerra Ratko Mladic, condannato nel 2017 all’ergastolo per crimini di guerra e genocidio dal Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia. 

Tanti sono i ricordi che ingorgano la mia mente quando penso a quel periodo. Le riunioni notturne alla Casa della Nonviolenza a Verona condotte da Alex Langer per coordinare le iniziative politiche e gli aiuti alle popolazioni colpite dai combattimenti, le carovane della pace, le azioni di solidarietà che coinvolgevano gli enti locali e le associazioni di volontariato italiani in un incessante sforzo di soccorso. Fra le immagini archiviate nella mia memoria, tuttavia, le più drammatiche sono quelle del volo su un elicottero della Bundeswher, l’esercito tedesco, che mi trasportava da Banja Luka a Mostar accompagnando Daniel Cohn-Bendit, eurodeputato incaricato di redigere la prima relazione dell’eurocamera sulla situazione nei paesi della ex Jugoslavia dopo l’entrata in vigore dell’accordo di pace. 

Vista dall’alto la Bosnia appariva come un immenso cumulo di macerie con i combattimenti che si erano spinti in ogni angolo, perfino nei più remoti villaggi di montagna dove, forse, anche i vicini di casa avevano cominciato a spararsi. L’odio etnico aveva contagiato l’intera società travolgendo anche la diga delle numerosissime famiglie miste che avrebbero dovuto costituire gli anticorpi contro la deriva degli scontri tra le fazioni serbe, croate e musulmane. Decenni di consolidata convivenza cancellati dal feroce verbo etno-nazionalista che predicava la contrapposizione fra le comunità tracciando una linea netta di separazione forzata con gabbie insormontabili. 

Chi si opponeva all’esclusivismo etnico veniva isolato e tacciato di tradimento; chi ancora cercava il dialogo era costretto alla fuga e all’esilio. Anche se in Bosnia non ci si ammazza più, trent’anni dopo le ferite di allora sono ancora aperte. Il lascito degli accordi di Dayton è una struttura statale che ha le sembianze di un ingestibile mostro istituzionale. “Disfunzionale” è il termine che ricorre più di frequente quando si parla di Bosnia per indicare un Paese paralizzato da un’architettura istituzionale così complessa e circonvoluta da inceppare ogni processo decisionale, più o meno rilevante. Una presidenza tripartita, una Camera dei Popoli, due entità di fatto confederali e dieci cantoni, senza considerare le municipalità, livelli di governo che si intersecano, interferiscono e si ostacolano. E al vertice della piramide ancora l’Alto Rappresentante ovvero una sorta di Vice-Re nominato dalla comunità internazionale per attuare gli accordi di Dayton che gode di pieni poteri con la facoltà di intervenire e supplire alle lacune delle istituzioni ogniqualvolta queste si bloccano per i veti incrociati. 

Qualcuno ha definito la Bosnia Erzegovina una “etnocrazia” ovvero uno stato in cui l’appartenenza etnica prevale sui diritti di cittadinanza. A scardinare questo assetto ci hanno provato nel 2009 Dervo Sejdic e Jakob Finci, cittadini bosniaci membri rispettivamente della comunità rom e di quella ebraica, ottenendo ragione dalla Corte Europea per i Diritti Umani che ha accertato la violazione della Convenzione Europea per i Diritti Umani. Purtroppo non se n’è fatto niente. A Sarajevo se non sei serbo, croato o musulmano bosgnacco non puoi godere di tutti i diritti riservati a chi appartiene ai tre gruppi etnici costituenti. E nella Republika Srpska, una delle due entità che compongono lo Stato, le spinte secessioniste sobillate anche da Mosca scuotono le fondamenta di un Paese già di per sé fragile. L’accordo di Dayton ha ingessato le fratture etniche senza guarirle. Il percorso di adesione all’Unione europea avviato da poco deve trasformarsi anche in percorso di genuina riconciliazione fra le parti e di piena e consapevole convivenza. Il futuro dell’Europa passa ancora da Sarajevo.     

AP Photo/Armin Durgut/LaPresse                      

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