Testimonianze

Il giornalista haitiano Jetry Dumont: «La situazione è critica: ma io resto. Serve più informazione per combattere le gang»

Ha 36 anni ed è il fondatore di AyiboPost, una delle principali piattaforme mediatiche haitiane, nota per il giornalismo investigativo. Ad Haiti la situazione è drammatica: qui le gang trasformano i bambini in carne da cannone. Nonostante le minacce e le vandalizzazioni della redazione lui va avanti: «All’inizio c’erano solo due giornalisti, ora siamo quasi in 20: le nostre indagini e rivelazioni, distribuite in vari formati, alimentano il dibattito pubblico e vengono riportate dalla stampa nazionale e internazionale». È convinto che Haiti abbia «tutte le risorse per diventare un grande Paese»

di Cristina Giudici

Miseria, corruzione, assenza dello Stato, bambini che invece di studiare diventano carne da cannone per le gang che controllano il territorio e hanno vandalizzato persino la sua redazione. Al Festival della Missione dedicato ai volti e alle voci di tutte le periferie del mondo, Jetry Dumont ha raccontato la sua esperienza di fondatore di AyiboPost, una delle principali piattaforme mediatiche haitiane, nota per il giornalismo investigativo ed esplicativo. Una sfida coraggiosa, per usare un eufemismo, dato che lui vive nella capitale Port Prince, confinato, perché le gang impediscono l’accesso alle strade principali e diversi giornalisti del suo team sono stati obbligati a lasciare le loro case nell’aprile scorso. Sfollati come un milione di persone che hanno subito lo stesso destino a causa della violenza delle gang che avanzano e ingoiano pezzi di territorio.

Lui, 36 anni, avrebbe potuto fare come molti suoi amici che sono andati via, all’estero. Eppure dopo l’università nel New Jersey dove ha studiato finanza e alcuni anni di lavoro nel campo in cui si era specializzato, ha deciso di tornare a casa per creare una piattaforma mediatica che raccontasse la distopia in cui è immersa la popolazione di Haiti ma anche per nostalgia del suo Paese e tanta fame di speranza. Così ha creato un team che oggi è formato da 18 giornalisti, tutti fra i 25 e i 35 anni «di cui sono orgoglioso perché ogni mattina trovano il coraggio di alzarsi e andare avanti», ha spiegato. A causa dell’assenza dello Stato, è difficile ottenere informazioni e spesso i reporter vengono minacciati solo per aver provato a chiederle. E quando gli abbiamo chiesto quale è stata la molla per lanciare una sfida eroica, lui ci ha detto che ama profondamente il suo Paese e crede nell’informazione, necessaria per poter fare delle scelte.

«E poi bisogna avere fiducia nel futuro», spiega con un sorriso che esprime una grande vitalità e un ottimismo apparentemente incomprensibile per chi vede Haiti e i suoi drammi dall’esterno. «Ho studiato alla Kean University e poi ho deciso di tornare. Insieme a un’amica che vive a Montreal, ho fondato l’AyiboPost nel 2014», ci ha raccontato. «All’inizio era un blog partecipativo dove scrivevano anche tanti giovani haitiani della diaspora da ogni parte del mondo. Lo facevamo in tre lingue, francese, in creolo haitiano e in inglese. L’obiettivo iniziale era stimolare il dibattito sulle principali questioni che affliggono la nostra società. Due anni dopo abbiamo deciso di cominciare a fare video e far diventare l’AyiboPost in una piattaforma multimediale. E così che nel 2017 abbiamo creato un team per fare giornalismo investigativo ed esplicativo e spiegare alle persone cosa accadeva ad Haiti. All’inizio c’erano solo due giornalisti, ora siamo quasi in 20: le nostre indagini e rivelazioni, distribuite in vari formati, alimentano il dibattito pubblico e vengono riportate dalla stampa nazionale e internazionale».

Inchieste, video, podcast e miniserie: questi sono gli strumenti che usa la piattaforma di cui ora è direttore generale (a guidare la redazione è Widlore Mérancourt che collabora anche con il Washington Post) e si basa su quattro principi: verità, coraggio, innovazione, accessibilità per affrontare temi come il femminismo, la lotta al razzismo, la libertà di espressione, il cambiamento climatico oltre alla crisi di Haiti. Anche con umorismo, come nella serie Anriyan in cui è la comica Gaëlle Bien-Aimé ad affrontare il tema della violenza delle gang. 

Secondo l’ultimo report dell’Unicef su Haiti “Child Alert”, il numero di bambini sfollati a causa della violenza ad Haiti è quasi raddoppiato nell’ultimo anno: 680mila hanno dovuto abbandonare le proprie case mentre più di un milione di bambini affronta livelli critici di insicurezza alimentare. Si stima che quest’anno circa 288.544 bambini sotto i cinque anni soffriranno di malnutrizione acuta. I gruppi armati controllano oltre l’85% di Port-au-Prince e delle strade principali, isolando le famiglie da cibo, assistenza sanitaria e protezione, mentre gli operatori umanitari corrono gravi rischi per raggiungere i più bisognosi.

«La povertà è un problema grave, lo era anche prima di questa crisi che sta avendo un impatto su tutto il Paese anche se sono scettico sugli standard che si usano in questi report che si basano sul benessere occidentale e non è parametrato sul contesto critico di Haiti», osserva Jeffrey Dupont. «Il controllo delle strade da parte delle gang impedisce la circolazione dei beni ma è in atto anche una profonda crisi del sistema agricolo, ignorata dal Governo. Purtroppo la violenza delle gang coniugata all’inerzia e la corruzione ha innescato un corto circuito in tutto il Paese, creando un problema alla società civile e spezzando quasi ogni forma di resistenza. Anche nel nostro giornale ogni anno perdiamo molti talenti che abbiamo formato che migrano per poter lavorare in condizioni migliori e ogni volta dobbiamo formare nuove figure professionali».

Ormai la maggior parte dei suoi amici se ne è andata ma lui vuole continuare a vivere ad Haiti che, nonostante le difficoltà, continua ad amare in modo smodato. «Ovviamente riceviamo numerose minacce dalle gang, dagli imprenditori, dai politici, ma non me ne andrò perché, per quanto la situazione sia complicata, qualcuno deve fare qualcosa per dare speranza e futuro al nostro Paese. Sin da piccolo ho avuto la consapevolezza e l’orgoglio per la storia della nostra Repubblica che è stata fondata grazie a una rivoluzione fatta dagli schiavi. Ci vogliono tempo, coraggio, passione e determinazione» perché, come ha spiegato nel docufilm I Figli di Haiti di Alessandro Galassi lui è convinto che nel medio termine il suo Paese abbia un grande problema ma in prospettiva «anche tutte le risorse per diventare un grande Paese».

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