Il prezzo della guerra

«Il Libano è il “cortile di casa” della regione, qui si scaricano le tensioni che nascono altrove»

Oltre 58mila sfollati in sole 48 ore, raid continui e scuole trasformate in rifugi già stracolmi. Il racconto di Aloma Garcia Grau, direttrice di WeWorld nel Paese: «È un trauma che si tramanderà per generazioni. Non c'è il tempo per metabolizzare una crisi»

di Francesco Crippa

Il rumore, incessante, dei droni che sfrecciano sopra la testa, il fumo nero delle esplosioni che si alza a intervalli regolari a qualche chilometro di distanza dalla finestra, le chiamate e i messaggi concitati per avere notizie da parenti, amici e colleghi che sono tra gli oltre 58mila sfollati accertati dal governo. Da 48 ore, il Libano è ripiombato in un clima di paura, incertezza e stress che, in realtà, non se ne è mai andato via. «La maggior parte dei genitori di oggi ha vissuto la guerra civile e non si aspettava certo che i loro figli si trovassero a vivere situazioni analoghe. Ormai, però, c’è una consapevolezza collettiva, un qualcosa che si tramanderà per generazioni», racconta al telefono Aloma Garcia Grau, direttrice di WeWorld in Libano. «La cosa più dolorosa», continua, «è che soprattutto negli ultimi sette anni c’è stata una crisi dopo l’altra: economica, la pandemia, l’esplosione del porto di Beirut, i conflitti… così tante che non c’è nemmeno il tempo di metabolizzarle, al punto che molte persone sembrano aver perso la speranza che le cose migliorino».

I raid israeliani, annunciati come rappresaglia per gli attacchi compiuti da Hezbollah, hanno colpito i quartieri meridionali di Beirut, la Valle della Bekaa e il Sud del Libano. I morti sono oltre 50, più di 150 i feriti, mentre il numero degli sfollati continua a crescere in seguito ai continui ordini di evacuazione connessi agli attacchi. Anche sei membri del personale locale di WeWorld sono stati costretti ad abbandonare le loro case: due di loro si trovavano a Beirut e si sono spostati in quartieri più sicuri, così come altri due che si trovavano nel Sud del Paese. Altri due membri, invece, hanno trovato rifugio nella Valle della Bekaa, ma è probabile che debbano sfollare nuovamente nei prossimi giorni.

Nonostante questo, la popolazione non sfollata prova a vivere in una parvenza di normalità. «Certo, la quotidianità è sconvolta da quello che accade, tanto che viviamo tutti con il rumore dei droni che ci risuona in testa, ma le persone ormai sono molto abituate a questa situazione e infatti già oggi la maggior parte dei negozi di Beirut era di nuovo aperta». Una forza mista a rassegnazione che è figlia della storia. «Il Libano è come se fosse sempre stato il “cortile di casa” della regione, il luogo dove si scaricano tensioni geopolitiche che nascono altrove. Per questo la gente è esausta, ma allo stesso tempo abituata», sottolinea la direttrice di WeWorld. Un situazione come quella odierna, però, non si era mai vista, con oltre 10 Paesi coinvolti a vario titolo nei bombardamenti: un fattore di incertezza che aumenta la preoccupazione della popolazione.

La guerra – quella di queste ore e quella “cronica” – ha un impatto diretto sul sistema scolastico, perché le scuole vengono prontamente riconvertite in rifugi pubblici, dove tra l’altro si vive spesso in condizione di sovraffollamento e scarsa igiene. «Credo che quelle disponibili sul territorio siano circa 350, ma quasi 270 sono già praticamente piene e con l’aumento degli sfollati sarà difficile trovare una sistemazione», sottolinea Garcia Grau. Le ricadute sul benessere psicologico dei bambini e degli adolescenti possono essere drammatiche: «Stavano ancora elaborando l’escalation del 2024 e ora sono già dentro la seconda… è tutta una nuova generazione di libanesi che crescerà con un trauma collettivo».

L’emergenza continua, se da un lato strangola la popolazione costringendola a una vita incerta, dall’altro fa emergere una forma di resistenza fondata sul mutuo soccorso. «Qui il senso di comunità è unico, sono tutti sempre pronti ad aiutarsi a vicenda. Penso, per esempio, ai problemi legati all’emergenza alimentare: se mi manca qualcosa, il mio vicino o il negoziante di fronte me lo daranno e questo è molto bello da vedere, è ciò che mi fa sperare in un futuro migliore», dice Garcia Grau. E non manca, in tutto questo, un pizzico di ironia: «I libanesi hanno un grandissimo senso dell’umorismo, scherzano sempre su tutto, quindi è sempre molto bello sedersi tra di loro e respirare questo spirito, anche in momenti difficili».

Proprio perché in questo momento l’attività scolastica e ricreativa, è interrotta, WeWorld si sta muovendo per attivare, appena possibile, programmi educativi per i minori sfollati. «Nei prossimi giorni, però, ci concentreremo innanzitutto sull’accesso al denaro, perché è ciò che dà alle famiglie dignità e la possibilità di decidere se e come accedere ai percorsi di accoglienza allestiti dal governo. E poi serve distribuire acqua, cibo e beni di prima necessità».

C’è anche, però, chi rischia di rimanere fuori dai radar: i profughi siriani rifugiati nella Valle della Bekaa. «Da quando c’è stato il cambio di regime in Siria, si è detto molte volte che queste persone dovrebbero rientrare, ma il governo prende tempo e così la maggior parte di loro è ancora in Libano e vive in condizioni molto precarie. E la “sovrapposizione” con gli sfollati interni potrebbe di essere una problema: tutti i non libanesi rischiano di diventare invisibili», conclude Garcia Grau.

Famiglie in fuga dai bombardamenti israeliani nel Sud del Libano/AP Photo/Mohammed Zaatari/LaPresse

Nessuno ti regala niente, noi sì

Hai letto questo articolo liberamente, senza essere bloccato dopo le prime righe. Ti è piaciuto? L’hai trovato interessante e utile? Gli articoli online di VITA sono in larga parte accessibili gratuitamente. Ci teniamo sia così per sempre, perché l’informazione è un diritto di tutti. E possiamo farlo grazie al supporto di chi si abbona.