Politiche migratorie

Il Memorandum con la Libia e quella complicità italiana nella violazione dei diritti umani

L'accordo tra Roma e Tripoli va verso il rinnovo automatico nonostante le prove di violenze e torture documentate da Onu e ong. Gianfranco Schiavone dell'Asgi: «L’Italia sta finanziando direttamente degli organismi libici coinvolti in crimini efferati su cui c’è una vasta letteratura»

di Francesco Crippa

«Non solo sarebbe opportuno, ma sarebbe obbligatorio che l’Italia interrompesse il Memorandum d’intesa con la Libia». Gianfranco Schiavone, studioso di migrazioni e già membro del consiglio direttivo dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione – Asgi, non ha dubbi: l’accordo firmato nel 2017 dall’allora governo Gentiloni deve cessare prima di andare a rinnovo automatico, perché «l’Italia sta finanziando direttamente degli organismi libici – la guardia costiera e quella di frontiera, gestite dal ministero della Difesa di Tripoli, e i dipartimenti competenti per la lotta all’immigrazione illegale del ministero dell’Interno – coinvolti in crimini efferati su cui c’è una vasta letteratura».

Il rinnovo automatico scatta a febbraio 2026, ma per interromperlo l’Italia avrebbe tempo fino al 2 novembre. Avrebbe, al condizionale, perché né governo né Parlamento sono intenzionati a intervenire. Dal Viminale fanno sapere che la cessazione dell’accordo causerebbe un contraccolpo al difficile dialogo che, anche grazie al Memorandum, l’Italia e l’Unione europea stanno portando avanti con le autorità di Tripoli. La Camera dei deputati, tra l’altro, lo scorso 15 ottobre ha approvato – con 153 voti a favore, 112 contrari e 9 astensioni – una mozione simbolica per dire sì al rinnovo, respingendo contestualmente due testi che chiedevano un passo indietro di Roma. «Ci sono delle criticità, è vero, ma non è stralciando gli accordi che si porta avanti un dialogo così difficile», dice a VITA una fonte della maggioranza. 

L’accordo e la complicità dell’Italia

Il «Memorandum d’intesa sulla cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere tra lo Stato della Libia e la Repubblica italiana» è stato firmato nel 2017, quando il ministro dell’Interno era Marco Minniti, del Partito democratico – altro motivo per cui la destra ha gioco facile nel respingere le richieste di citare l’accordo avanzate dall’opposizione: «L’avete fatto voi, che volete?», si sente spesso dire. L’obiettivo principale dell’accordo è contrastare l’immigrazione illegale dalla Libia verso l’Italia, con Roma che si impegna a fornire supporto finanziario, tecnico e organizzativo a Tripoli. Risorse e know-how che la Libia utilizza per prevenire le partenze di barconi e barchini carichi di migranti oppure, più spesso, per intercettarli nella propria zona Sar (search and rescue, ndr) e riportarli indietro. Di nuovo in Libia, vengono rinchiusi in carceri dove, sistematicamente, avvengono violenze, torture, violazioni dei diritti umani, documentate dall’Onu, dalla Corte penale internazionale e da diverse organizzazioni indipendenti.

Un numero ufficiale di quante persone siano state intercettate non esiste. Solo nel 2025, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni – Iom, un ente Onu, sono state 22.509. Chi riesce a sfuggire alle autorità libiche rischia la morte in mare. Secondo il Missing migrant dell’Iom, quelle che hanno perso la vita o sono disperse in mare da gennaio a oggi sono 1.397. Dal 2017 sono 20.395. Si tratta, naturalmente, di stime al ribasso.

«Il governo italiano non può fingere di non sapere quello che avviene in Libia. Da un punto di vista giuridico, possiamo dire che c’è una collaborazione indiretta nella commissione dei crimini della Libia da parte dell’Italia nel momento in cui finanzia operazioni che sa essere – che sa essere, non che si ipotizza essere – violente», sottolinea Schiavone. «Non è che si danno soldi alla Libia e poi non si sa dove finiscono e magari si possono supporre infiltrazioni criminali. No, chi perpetra i crimini è lo stesso potere legale con cui si fa l’accordo: c’è un aspetto, è paradossale, quasi di trasparenza».

Violenze documentate

Vale la pena ricordare che chi si mette in viaggio è in fuga non solo dal proprio Paese, ma anche dalla Libia stessa, dove ha già subito violenze e detenzione poiché lo Stato non riconosce lo status di rifugiato e punisce col carcere l’immigrazione illegale. Così, chi viene intercettato si trova di nuovo nelle carceri libiche, esposto al rischio di subire torture, violenze sessuali o essere venduto come schiavo. «Sono tantissime le persone che soccorriamo che ci raccontano di aver provato il viaggio più volte», racconta Chiara Picciocchi, mediatrice culturale di Emergency che opera a bordo della Life Support, la nave dell’associazione attiva nel Mediterraneo centrale. Il compito di Picciocchi è proprio quello di raccogliere le testimonianze e le storie dei migranti. Praticamente tutti sono stati detenuti in Libia per un periodo più o meno lungo. «All’inizio, sono spaventati e diffidenti, ma quando capiscono che sono in un luogo sicuro e in viaggio verso l’Italia sono felici e fieri di raccontare cosa gli è successo. Le loro storie al tempo stesso uniche e comuni. Sentono il bisogno di dover testimoniare, di far sapere quanto i loro diritti siano stati violati. Mi viene in mente una donna eritrea che abbiamo soccorso ad aprile: mi diceva che lei e tutti gli altri rappresentavano la voce di quelli che erano ancora in Libia a subire torutre e violenze».

Secondo il Database sui respingimenti illegali nel Mediterraneo centrale compilato da Josi and Loni project – Jlp, dal 2019 a oggi sono stati registrati circa 800 respingimenti (che hanno coinvolto circa 120 mila persone), operati dalle autorità libiche ma anche da navi battenti bandiera italiana. Jlp è un collettivo nato nel 2019 su iniziativa di Sarita Fratini, scrittrice-attivista, con l’obiettivo di fermare i respingimenti verso la Libia. Oltre al Database, l’attività di Jlp (con il supporto legale di Asgi e finanziario di Open Rights) è quella di svolgere indagini forensi e avviare cause legali per chi è stato respinto, ma anche di tenere la luce accesa su quello che avviene in Libia anche sotto gli occhi di operatori umanitari italiani e personale delle Nazioni unite.

«Solo per fare un esempio, alcune delle persone che supportiamo erano a bordo della Asso29, la nave cargo battente bandiera italiana che nel 2018 sbarcò a Tripoli circa 276 persone intercettate e ci hanno raccontato di essere state deportate nel carcere di Tarek al Mattar, al quale aveva accesso personale dell’Iom e dell’Unhcr [l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, ndr] e di alcune ong italiane», spiega Fratini. «Lì, nell’agosto 2018 ci fu una rivolta perché il direttore del carcere aveva venduto, come schiave, una sessantina di donne. E nessuno, del personale esterno, mosse un dito. Un altro, un ragazzo sudanese, ci ha raccontato che dopo 14 giorni di torture continue all’interno del carcere, un funzionario dell’Iom gli ha fatto firmare il rimpatrio volontario verso il Sudan invece che denunciare le violenze. Ma le prove delle responsabilità di Iom e Unchr, così come di Frontex e dell’Italia, sono molte di più», sostiene Fratini.

I limiti giuridici del Memorandum

Nel 2023 la missione d’inchiesta dell’Onu in Libia ha accertato che nel Paese sono stati commessi crimini contro l’umanità e ha chiesto la cessazione di ogni forma di supporto agli attori libici coinvolti, mentre in più occasioni Corte di Cassazione italiana e la Corte europea dei diritti dell’uomo hanno stabilito che la Libia non è un porto sicuro per lo sbarco delle persone soccorse. Nonostante tutto questo, l’Italia non ha intenzione di intervenire per impedire il rinnovo del Memorandum.

Per Schiavone, la posizione ufficiale del governo, secondo cui l’accordo non può essere sospeso perché si danneggerebbero i rapporti economici e il dialogo con la Libia, è irricevibile. «Nessuno vieta all’Italia di avere relazioni diplomatiche ed economiche con la Libia, anzi una strada per fare affari senza coinvolgersi in questa faccenda la si poteva trovare». Il problema, spiega, sta semmai nel mondo il cui è costruito il Memorandum. «Si chiede l’interruzione dell’accordo perché vengono violati i diritti umani, ma purtroppo nel testo manca un elemento di condizionalità per cui il supporto italiano alla Libia sia legato al rispetto dei diritti umani o al raggiungimento di altri obiettivi».

Nel Memorandum, i diritti umani vengono menzionati solo all’articolo 5: «Le Parti si impegnano ad interpretare e applicare il presente Memorandum nel rispetto degli obblighi internazionali e degli accordi sui diritti umani di cui i due Paesi siano parte». Una dichiarazione vaga che per Schiavone non è altro che una «finzione linguistica», perché l’Italia sa bene che la Libia, per esempio, non ha sottoscritto la Convenzione del 1951 sui rifugiati e che per questo può «accogliere» gli immigrati spedendoli direttamente in carcere.

Credit foto:AP Photo/Yousef Murad/Associated Press/LaPresse

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