I diritti dell’infanzia negli Usa

Il mondo frammentato di Liam: ecco cosa significa essere arrestati a 5 anni

La cattura del piccolo, prelevato insieme al padre fuori dall'asilo, aveva scatenato una nuova ondata di indignazione contro le politiche della Casa Bianca. Liam è stato rilasciato dopo oltre una settimana nel centro di Dilley. Dialogo con la psicologa Lucia Zarrillo: «L’evento traumatico che questo bambino ha avuto a cinque anni, nell'età più avanzata non lo ricorderà, ma ci sarà qualcosa che lo turberà, un pensiero. Strappare a un bambino la quotidianità, il caldo della casa, anche se soltanto per poche ore o pochi giorni, è difficile emotivamente da gestire»

di Ilaria Dioguardi

Cappello azzurro con orecchie da coniglio e zainetto dell’Uomo Ragno. La foto di Liam, cinque anni, ha fatto il giro del mondo, è divenuto suo malgrado il simbolo della stretta migratoria del governo americano, che tramite gli agenti dell’Ice ha iniziato un programma senza precedenti di deportazioni di migranti, spesso con l’aiuto della forza e di metodi violenti. Dopo il suo arresto a Minneapolis, avvenuto insieme al padre, Liam ha trascorso oltre una settimana nel centro di Dilley ed è stato rilasciato.

«Con un’esperienza come quella di Liam si frammenta tutto: il pensiero, le stabilità, i porti sicuri del bambino. L’evento traumatico che questo bambino ha avuto a cinque anni, nell’età più avanzata non lo ricorderà, ma ci sarà qualcosa che lo turberà sempre, un pensiero», dice di Liam la psicologa Lucia Zarrillo, che lavora nello staff del garante delle persone private della libertà personale della Campania Samuele Ciambriello. «Immagino questo bambino che non si sa ancora spiegare cosa è accaduto, ma sicuramente potrà avere difficoltà a dormire, potrà ritornare a quella paura che, nel tempo, probabilmente se aiutato con una terapia, potrà recuperare. Un’esperienza del genere è indiscutibile che segni un’infanzia. E anche nella narrazione della vicenda di Liam, abbiamo perso di vista il bisogno del bambino».

«Voglio la mamma. Dov’è il mio cappello?»

Abbiamo letto che il bambino, nel centro per migranti, diceva: «Voglio la mamma. Dov’è il mio cappello?». «I bambini necessitano di un ambiente familiare, di una propria routine per avere una tranquillità emotiva. Strappare a un bambino la quotidianità, il caldo della casa, anche se soltanto per poche ore o pochi giorni, è difficile emotivamente da gestire», prosegue Zarrillo. «E si fa delle domande. Il piccolo potrebbe pure pensare: “Perché la mamma mi lascia qui, non mi viene a prendere? Come mai sono qui, cosa ho fatto? Sono stato forse cattivo?” Quindi, mette in discussione determinati punti fermi perché non capisce che in quel caso l’assenza della mamma è dovuta ad altro. Lui ha bisogno di spiegarsi la realtà, quindi se l’adatta alla meno peggio».

La paura di ritornare a casa

L’arresto di Liam è avvenuto fuori dall’asilo, nel tragitto tra la scuola e casa. «Potrà vivere, nella sua futura quotidianità, la paura di ritornare a casa dalla scuola. Potrà pensare che, nel ritorno a casa, potrebbe ricapitargli di essere preso. Quel giorno gli ha fatto vivere il tragitto con un trauma, quindi non lo vivrà più con lo stesso spirito, non sarà più la sua normalità. Inoltre, noi partiamo dal presupposto che quando vediamo una persona in divisa è il nostro porto sicuro. Ai nostri figli spesso diciamo che, se dovesse succedere loro qualcosa, la prima cosa che devono fare in nostra assenza è di avvicinarsi ad una persona in divisa. In questo caso, Liam è stato in qualche modo tradito, “pugnalato”: a questo bambino è stato inflitto un dolore dagli agenti. Quindi, potrebbe ambierà il suo modo di vedere le istituzioni e non dare loro il ruolo di tutela perché non è stato da loro tutelato».

Un’esperienza che frammenta tutto

La polizia, la mamma, il papà, la scuola. «Con l’arresto di Liam, i porti sicuri di un bambino di appena cinque anni sono venuti meno in un momento solo», continua la psicologa. «Con un’esperienza come quella di questo piccolo si frammenta tutto: il pensiero, le stabilità, i porti sicuri del minore. Ogni figura di riferimento perde di credibilità».

I bambini necessitano di un ambiente familiare, di una propria routine per avere una tranquillità emotiva. Strappare a un bambino la quotidianità, il caldo della casa, anche se soltanto per poche ore o pochi giorni, è difficile emotivamente da gestire

Lucia Zarrillo, psicologa

Il rapporto cn la madre e il padre? Due possibilità

Come si ricostruisce un rapporto con una madre, che lo ha “abbandonato”, e con un padre, che è stato arrestato insieme a lui? «Potrebbero essere due le possibilità. Da un lato, l’avversione verso la figura di riferimento che non si è presa cura di lui, la mamma che è rimasta a casa e il papà che ha creato questa situazione: lui adesso vede questo, non capisce che c’è stata una forza maggiore. Oppure un attaccamento morboso, il non voler lasciare più i genitori», prosegue Zarrillo. «Il mezzo non esiste purtroppo in queste circostanze. Si potrebbe cadere in un’ostilità oppure in una dipendenza affettiva».

Quei 26 bambini negli istituti italiani

«Sono stata una ventina di giorni fa all’Istituto a custodia attenuata per detenute madri – Icam di Lauro. Al momento della nostra visita erano presenti sette bambini, c’erano tre mamme incinte, di cui una all’ottavo mese. Di questi bambini, il più piccolo aveva quasi due anni, il più grande circa quattro», prosegue Zarrillo. Gli Icam attualmente sono al Lorusso e Cutugno di Torino, a San Vittore a Milano, alla Giudecca a Venezia, a Cagliari e a Lauro. Sono 23 le detenute madri con 26 figli al seguito presenti negli istituti penitenziari italiani (dati del ministero della Giustizia al 31 dicembre 2025).

Quel calore di una madre che manca in un Icam o in un carcere

«Da 18 mesi in poi i bambini vanno in una scuola vicina, in un nido fino a tre anni e in un asilo da tre anni in su. La mattina vengono accompagnati con un pulmino, insieme all’educatrice e alla polizia penitenziaria. I bambini che vanno a scuola vengono accompagnati, giustamente, fino dentro dall’educatrice. C’è un problema reale che vivono questi bambini: quando entrano a scuola, per tutto il tragitto non vedono mai la mamma», continua Zarrillo, che lavora anche in un centro riabilitativo, con i bambini in età evolutiva.

«Per le persone libere, si lavora fin dalla nascita al contatto con la mamma. I primi mille giorni del bambino sono il periodo più particolare, più critico, in cui avvengono tante cose importanti, dall’attaccamento al seno in poi. Un’impronta nel bambino resta, anche se a due anni potrà dimenticare, rimarrà una traccia nel suo pensiero. In un carcere, in un Icam la mamma è in un ambiente abbastanza rigido e non può dare quel calore di cui necessita il figlio».

Foto Associated Press/LaPresse

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