Disabilità
Il Progetto di Vita non si realizza per decreto: il bilancio sul campo del primo anno di sperimentazione
Si chiude il primo anno di sperimentazione del decreto legislativo 62/2024, cuore della riforma della disabilità: una rivoluzione che chiede gradualità e prevede già un decreto correttivo, che faccia tesoro degli apprendimenti emersi sul campo. Nove le province partite, venti quelle attualmente coinvolte, un altro anno davanti prima del 2027. Che cosa è accaduto sui territori, alla prova dei fatti? Sette voci per tracciare un primo bilancio
Il 1° gennaio 2025 è partita la sperimentazione del Progetto di Vita, cuore della riforma della disabilità voluta dalla ministra Alessandra Locatelli. Le prime a partire sono state Brescia, Catanzaro, Firenze, Forlì-Cesena, Frosinone, Perugia, Salerno, Sassari e Trieste, ma a queste nove province se ne sono poi aggiunte altre 11 a settembre 2025, per un totale di venti territori. Altre 40 province avvieranno la sperimentazione a marzo 2026 e dal 1° gennaio 2027 l’intero territorio nazionale sarà in partita. Si tratta di un cambiamento strutturale, che – come ha detto la ministra Locatelli all’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità – avrebbe forse richiesto una sperimentazione anche più lunga di quella di due anni che è stata prevista. D’altra parte, però, ci sono le attese delle persone con disabilità, che non possono aspettare. E tuttavia dai territori emerge che la resistenza al cambiamento non c’è solo da parte dei servizi, ma anche dalle persone con disabilità e delle loro famiglie.
Un anno dopo, cosa è successo nei territori? Quali nodi e quali criticità sono emerse? Cosa portare all’interno del decreto correttivo previsto a valle della sperimentazione di una riforma che è stata da molti definita come eccessivamente ambiziosa per poter essere concreta? Ecco sette voci per provare a tracciare un primo bilancio, dal campo.
1. «Cruciale che l’Inps rafforzi la rete territoriale dei professionisti»
di Vincenzo Falabella, presidente Fish

Il primo anno di sperimentazione del decreto legislativo 62/2024 ha confermato il potenziale trasformativo del Progetto di Vita, che mette al centro la persona e la sua partecipazione reale, superando la logica dei servizi standard. La sperimentazione ha dimostrato che, dove i percorsi sono ben coordinati, i benefici per la persona e per la comunità sono tangibili.
Un elemento emerso con chiarezza è l’importanza che l’Inps costruisca una rete territoriale di professionisti qualificati, capaci di rispondere in modo tempestivo e integrato alle diverse esigenze della persona. Non si tratta solo di medici, ma di un insieme di competenze sanitarie, sociali e di supporto educativo e professionale: psicologi, assistenti sociali, terapisti e altri specialisti devono poter collaborare in maniera coordinata. Laddove questa rete è presente, il Progetto di Vita viene attuato con maggiore efficacia: dove manca, i percorsi si frammentano o si rallentano, riducendo l’impatto della riforma.
In sintesi, rafforzare e strutturare questa rete di professionisti su base territoriale è la chiave per trasformare il Progetto di Vita da strumento normativo a reale percorso inclusivo e personalizzato. L’esperienza del primo anno insegna che la capacità dell’Inps di attivare, coordinare e monitorare queste risorse sarà decisiva per rendere concreta la rivoluzione attesa nella presa in carico delle persone con disabilità.
Il d.lgs. 62 ci pone dinanzi una grande sfida a cui nessuno può sottrarsi, perché la trasformazione culturale e organizzativa richiesta non riguarda solo la singola amministrazione, ma l’intero sistema dei servizi. Garantire percorsi di vita effettivamente inclusivi significa rompere logiche consolidate, responsabilizzare tutti gli attori coinvolti e mettere davvero la persona al centro: un compito complesso, ma necessario, per realizzare la rivoluzione sociale che il Progetto di Vita promette.
2. «Il vero nodo? L’armonizzazione con le norme regionali»
di Giorgia Sordoni, presidente di Federsolidarietà Confcooperative Marche e presidente della cooperativa sociale Centro Papa Giovanni XXIII di Ancona

In attesa di dati ufficiali e aggiornati, la valutazione del primo anno della sperimentazione in atto viene da ciò che raccogliamo tramite le nostre cooperative nei territori: è quella di una riforma che apre prospettive importanti ma ancora incompiute. La sperimentazione del d.lgs.62 mostra segnali incoraggianti sui principi – per esempio la centralità della persona – ma anche limiti concreti nell’applicazione, soprattutto rispetto all’armonizzazione con le normative regionali. Ogni territorio procede con tempi diversi, condizionato dagli impianti normativi già in essere, generando possibili disuguaglianze e incertezze. Laddove Progetto di Vita e budget di progetto erano già stati sperimentati anteriforma, il d.lgs.62 ha trovato terreno fertile; altrove pesa il ritardo nel costruire strumenti e linguaggi condivisi. La spinta culturale, che dovrebbe essere il motore più potente del cambiamento, resta disomogenea: si intravedono esperienze avanzate, ma anche aree in cui la trasformazione fatica a decollare.
La spinta culturale, che dovrebbe essere il motore più potente del cambiamento, resta disomogenea: si intravedono esperienze avanzate, ma anche aree in cui la trasformazione fatica a decollare
Giorgia Sordoni
Dal 1° gennaio 2025 le Regioni sede di sperimentazione avrebbero dovuto applicare il d.lgs.62 con propri strumenti normativi: i risultati finora raccontano approcci e capacità amministrative molto differenti. Dove l’integrazione sociosanitaria era già avviata, i passaggi appaiono più lineari; dove la “titolarità progettuale” della persona era riconosciuta, le trasformazioni sono più rapide e tangibili. Il ministero ha offerto un’opportunità, auspicando non un “copia e incolla” del decreto, bensì l’uso pieno e innovativo di questo tempo di sperimentazione (occasione ancora percorribile, anche per la seconda fase della formazione) per consolidare un nuovo modello di welfare coinvolgendo tutti gli attori del sistema.
3. «Il ruolo delle associazioni centrale per superare diffidenze e paure»
di Paolo Bandiera, direttore affari generali e relazioni istituzionali Aism

Il primo anno di sperimentazione ha prodotto risultati importanti: la conoscenza della riforma da parte degli operatori della rete dei servizi e dei referenti degli Ets coinvolti nei percorsi di formazione organizzati a livello nazionale; i programmi di informazione verso le persone con disabilità e le loro famiglie; i processi avviati nelle Regioni per rileggere l’assetto organizzativo; la ricognizione ed emersione di pratiche territoriali di valore, di servizi atipici, di progetti anticipatori. Il tutto guidato attraverso la costituzione delle cosiddette “Unità di Supporto Territoriale” che stanno accompagnando passo dopo passo il processo di Riforma.
Ma è stato un anno in cui non solo si è messa in moto la macchina organizzativa, ma già vediamo effetti concreti sulla vita delle persone: i dati del nostro Osservatorio raccontano di numerosi progetti di vita da parte di persone con sclerosi multipla. In qualche territorio con maggiore slancio e fiducia, in altre situazioni con qualche timore e cautela maggiore. Qui il ruolo delle associazioni come Aism è fondamentale per superare diffidenze e paure. Progetti di giovani e di persone più mature che danno la misura concreta della fattibilità dell’impianto teorico ma soprattutto della sua efficacia nell’innovare profondamente la struttura dell’offerta.
Ora la sfida non è solo quella di allargare a tutto il territorio nazionale, ma di arrivare, come previsto dal Piano triennale d’azione sulla disabilità, alla messa a punto di linee di indirizzo nazionali e alla definizione di modelli e strumenti operativi che garantiscano omogeneità ed effettività del Progetto di Vita sull’intero territorio nazionale, oltre ad un crescente coordinamento tra la fase di valutazione di base e di quella multidimensionale.
4. «E adesso puntiamo sulla coprogettazione»
di Gianni Autorino, coordinatore nazionale del Tavolo sulle disabilità per Legacoopsociali

A un anno dall’avvio della sperimentazione del Progetto di Vita previsto dal d.lgs. 62/2024, tracciare un primo bilancio non è semplice. La proroga di un ulteriore anno e l’estensione della sperimentazione ad altri territori indicano chiaramente che siamo di fronte a un’innovazione profonda, che necessita ancora di assestamento e di un forte lavoro di connessione tra i diversi attori coinvolti.
La riforma ha aperto uno spazio reale di cambiamento: superare la frammentazione degli interventi e la logica puramente prestazionale, mettendo al centro desideri, contesti di vita e reti informali delle persone con disabilità. Tuttavia, l’impatto non è stato omogeneo. Persistono rigidità organizzative, tempi amministrativi lunghi e una integrazione ancora parziale tra ambito sociale, sanitario e altri sistemi fondamentali come lavoro, casa e cultura.
Un primo nodo decisivo è la coprogettazione territoriale. Il Progetto di Vita è un processo condiviso che deve attivare enti locali, servizi, Terzo settore e famiglie attorno a obiettivi comuni. Dove la coprogettazione è debole, il rischio è quello di adattare i progetti ai servizi esistenti, anziché ripensare i servizi a partire dai progetti di vita.
Il primo anno di sperimentazione ha mostrato anche la necessità di rafforzare le competenze degli operatori, semplificare la governance interistituzionale e investire tempo nella fase di ascolto e costruzione del progetto. Quando questi elementi sono presenti, il Progetto di Vita esprime davvero la sua capacità trasformativa.
L’evidenza più chiara di questo primo anno è che il Progetto di Vita non si realizza per decreto: è un processo culturale e organizzativo che va costruito, accompagnato e sostenuto nel tempo
Gianni Autorino
Un importante aspetto è sicuramente l’integrazione sociosanitaria. In particolare, il coinvolgimento attivo dei medici di medicina generale e degli specialisti, nelle Unità di valutazione multidimensionale si rivela decisivo per garantire continuità, appropriatezza e aderenza ai contesti reali di vita. Allo stesso modo, un uso flessibile e orientato del budget di progetto diventa una leva di integrazione reale.
L’evidenza più chiara di questo primo anno è che il Progetto di Vita non si realizza per decreto: è un processo culturale e organizzativo che va costruito, accompagnato e sostenuto nel tempo.
5. «Attenzione agli strumenti per la costruzione del Progetto di Vita: non si sostituiscano mai alla progettazione con la persona»
di Erika Tognaccini, assistente sociale, segretaria del Consiglio Nazionale Ordine Assistenti sociali – Cnoas

A conclusione del primo anno della sperimentazione del “Progetto di Vita” possiamo dire che oramai la strada è tracciata e che indietro non si torna. Molte e molti assistenti sociali del sistema dei servizi sociali, sanitari, sociosanitari e del Terzo settore hanno partecipato al progetto formativo del ministero per le disabilità e a formazioni promosse a livello locale, ma la realtà non è la stessa in tutti i territori: ci sono tante esperienze innovative di reali Progetti di Vita, ma ancora in troppi contesti si continua a ragionare per progetti standardizzati e logiche prestazionali. È necessario, quindi, continuare ad investire nella formazione e nell’aggiornamento delle competenze dei professionisti che accompagnano le persone con disabilità e di chi ha responsabilità organizzative. Le esperienze nei territori confermano che l’assistente sociale è una figura strategica per il superamento della logica assistenziale perché si relaziona con le persone nei diversi nodi della rete dei servizi, e può favorire il necessario ripensamento dei servizi residenziali, semiresidenziali e domiciliari orientandoli alla flessibilità e personalizzazione.
Particolare attenzione in questa fase deve essere posta sugli strumenti di valutazione e costruzione dei Progetti di Vita che nelle diverse realtà si stanno profilando: ne rileviamo l’opportunità a patto che siano validati e mai in sostituzione di un percorso di progettazione nel rispetto delle volontà e dei desideri delle persone.
L’attuazione della riforma deve poggiarsi su alleanze costruttive tra le istituzioni, professionisti e cittadini, alleanze capaci di superare le resistenze al cambiamento e nelle quali siano chiari ruoli e responsabilità. È inoltre essenziale monitorare attentamente i processi per adottare dei correttivi quando necessari. Un diverso modo di lavorare è possibile per generare benessere nelle persone e vera cittadinanza nelle comunità.
6. «Il peggior nemico da combattere? La resistenza al cambiamento»
di Roberto Speziale, presidente nazionale Anffas

Le forti aspettative che hanno accompagnato l’avvio della sperimentazione sui territori dimostrano senza dubbio che il Progetto di Vita, così come delineato dal d.lgs. 62/24, risponde ad una esigenza reale delle persone con disabilità e delle loro famiglie. Il primo anno di sperimentazione conferma che non siamo di fronte a una riforma semplice né meramente tecnica, ma a un cambiamento strutturale che mette in discussione l’attuale sistema di presa in carico: tuttavia il dibattito pubblico e quello che si è sviluppato in occasione di alcuni eventi formativi, nelle province in cui la sperimentazione è già partita, ha reso evidente che non tutti sono pronti e disponibili ad accogliere tali cambiamenti. Dall’altro lato, la sperimentazione sta dimostrando la forza “rivoluzionaria” del Progetto di Vita, là dove è applicato correttamente, dando centralità alle persone, cogliendo desideri, aspettative e preferenze, rilevando i contesti di vita, individuando i giusti e necessari sostegni, definendo il budget di progetto e gli accomodamenti ragionevoli proposti, con il coinvolgimento del Terzo settore.
La domanda è inevitabile: il sistema è pronto a garantire un’applicazione compiuta della riforma su tutto il territorio nazionale dal 1° gennaio 2027? Le risposte non sono per nulla scontate ed è ancora molto elevato il rischio che la riforma, nonostante l’immane sforzo che si sta compiendo, possa avere un esito non all’altezza delle aspettative. Il peggior nemico da combattere è la resistenza al cambiamento, che finisce con lo svuotare e depotenziare anche il più grande progetto riformatore. Per alcuni, infatti, sembra molto più agevole mantenere “lo status quo” in particolare su quei territori dove nel tempo si è radicato un sistema a forte trazione e tradizione sanitaria/assistenziale. Non di rado le stesse persone con disabilità e le loro famiglie guardano con diffidenza a queste innovazioni nel timore di non vedere un concreto miglioramento della propria condizione.
Il peggior nemico da combattere è la resistenza al cambiamento, che finisce con lo svuotare e depotenziare anche il più grande progetto riformatore. Per alcuni sembra molto più agevole mantenere “lo status quo”
Roberto Speziale
Dai dati fin qui rilevati, infatti, Anffas registra luci e ombre. Si registrano ritardi nell’emanazione di alcuni importanti decreti attuativi (ad esempio il decreto “patologie” o quello sul monitoraggio della valutazione di base). Persistono disomogeneità territoriali, con contesti pronti e organizzati e altri invece in cui difficoltà strutturali e resistenze al cambiamento rallentano l’attuazione. In tale quadro, il ruolo attivo delle Regioni è decisivo nel ridefinire gli assetti organizzativi e superare frammentazioni storiche e approcci settoriali: laddove questo lavoro di indirizzo e coordinamento è stato avviato, il Progetto di Vita trova un terreno fertile in cui esprimere il proprio potenziale trasformativo, ma dove tali passaggi risultano incompleti o disomogenei, il rischio è che esso venga ricondotto a prassi note, perdendo la sua capacità innovativa. Resta aperta in particolare la sfida della costruzione del budget di progetto, che rende urgente la costituzione di un “Fondo unico per i progetti di vita”, in modo da superare l’attuale sistema a silos verticali o per fondi diversificati e garantire quindi adeguatezza e certezza di risorse e continuità nel tempo ai progetti di vita attivati.
L’auspicio è che nei prossimi mesi, più di quanto sia accaduto finora, dai territori in sperimentazione emergano maggiori proposte migliorative, da portare nel previsto decreto correttivo: c’è ancora un anno per lavorare affinché la riforma non si trasformi in una occasione mancata, ma realizzi quel cambiamento tanto atteso dalle persone con disabilità e dalle loro famiglie.
7. «Le risorse devono essere adeguate a sostenere i progetti, altrimenti restiamo ai buoni propositi»
di Francesca Palmas, responsabile del Centro Studi ABC Italia, formatrice nelle province coinvolte nella sperimentazione

A circa un anno dall’avvio della sperimentazione della riforma sulla disabilità, dai territori arrivano le prime riflessioni. Il tempo si conferma un elemento essenziale: un cambiamento di passo può radicarsi solo se accompagnato da un nuovo approccio culturale e da un sistema socio-sanitario integrato, capace di rispondere in modo efficace, efficiente e di qualità ai bisogni di ogni persona con disabilità.
Perché il Progetto di Vita diventi realmente esigibile, nei tempi e nei modi previsti dal d.lgs. 62/24, sono indispensabili due condizioni.
La prima riguarda una presa in carico pronta ed efficace: procedure chiare, nuova composizione delle Unità di Valutazione Multidimensionale, un numero adeguato di Uvm nei territori e una formazione mirata. La seconda riguarda le risorse economiche: il Fondo di implementazione deve essere adeguato a sostenere i progetti che emergeranno, altrimenti tutto rischia di restare confinato ai buoni propositi, segnando un fallimento della Riforma.
Al centro del cambiamento, il Progetto di Vita non è un semplice documento, ma un nuovo modo di pensare inclusione, cura e futuro. Si scrive “a matita” con la persona, che è in continua evoluzione, ed è per questo sempre unico, fuori dagli schemi dei servizi standardizzati e lontano da logiche algoritmiche o modelli predeterminati.
In Sardegna, e in particolare nella provincia di Sassari, tra le prime nove coinvolte nella sperimentazione, la Regione ha scelto un vero investimento di sistema. Si può fare
Francesca Palmas
In Sardegna, e in particolare nella provincia di Sassari, tra le prime nove coinvolte nella sperimentazione, la Regione ha scelto un vero investimento di sistema: adeguamento dei servizi socio-sanitari, un Tavolo tecnico multidisciplinare e una co-progettazione condivisa. Dal 2026 inizierà gradualmente la presa in carico di tutte le richieste. I potenziali beneficiari stimati sono circa 13.800 persone e, con oltre 50mila piani personalizzati attivi e quasi 300 milioni di euro investiti ogni anno, la Sardegna si conferma un’officina di sperimentazione per tutta l’Italia. Si può fare.
In apertura, immagini di quotidianità negli appartamenti della cooperativa sociale Centro Papa Giovanni XXIII di Ancona (si VITA ne abbiamo scritto qui).
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