Parlano gli attivisti

«Il regime iraniano deve cadere, ma Trump è un altro dittatore: non gli interessa della nostra libertà»

Rayhane Tabrizi è un'attività iraniana della diaspora italiana, presidente dell’associazione Maanà. «Gli iraniani devono affrontare gli effetti devastanti della guerra e le bombe. A Trump non interessa la nostra battaglia per la democrazia. Ciò che temo di più è un negoziato degli Stati Uniti con una parte del regime che solo apparentemente non si è sporcato le mani con il sangue degli iraniani»

di Cristina Giudici

Rayhane Tabrizi è un’attivista molto nota della diaspora italiana. Sin dall’omicidio di Mahsa Jina Amini, il 16 settembre del 2022, che ha innescato la rivolta Donna, Vita, Libertà, non ha mai smesso di protestare, organizzare manifestazioni e incontri per amplificare la voce delle iraniane e degli iraniani in Italia. Ed è sempre stata in prima fila a urlare la propria rabbia contro il regime. Come presidente dell’associazione Maanà, ha creato una rete di donne provenienti da Paesi dove i diritti umani vengono calpestati da aggressioni militari e dittature. Anche lei, in seguito all’uccisione della guida suprema, Ali Khamenei, ha ballato e festeggiato come tutta la diaspora perché dopo il massacro di migliaia di manifestanti, le esecuzioni, le impiccagioni, ha provato una gioia immensa per quella che potrebbe essere l’alba della democrazia tanto attesa.

Ora, però, esprime la profonda angoscia per gli effetti dei bombardamenti, i civili uccisi, i prigionieri nelle carceri tenuti come ostaggio dai pasdaran. «Provo sentimenti contrastanti. Attendevamo questo attacco perché la comunità internazionale non ha fatto nulla per aiutare il popolo iraniano e lo ha lasciato solo mentre veniva massacrato per una protesta pacifica e popolare che chiedeva pane, diritti e libertà. Isolato, disperato, ha chiesto un intervento esterno per fermare la repressione ma sono terrorizzata perché le bombe uccidono i civili e ognuno di noi ha amici, parenti, conoscenti che, dopo aver subito una feroce repressione, si trova in pericolo», racconta a VITA.  «Da soli non potevano farcela a combattere il regime ma adesso gli iraniani devono affrontare gli effetti devastanti della guerra e le bombe che sono cadute anche accanto a un ospedale. Trump è anche lui un dittatore ma con la cravatta al posto di un turbante. Non gli interessa la nostra battaglia per la libertà e la democrazia. E ciò che temo di più è un negoziato degli Stati Uniti con una parte del regime che solo apparentemente non si è sporcato le mani con il sangue degli iraniani che hanno un unico obiettivo: la fine del regime».

Rayhane Tabrizi

Rayhane Tabrizi ha paura che si venga a creare una situazione “venezuelana”. Ossia la decapitazione della testa del regime senza un reale cambiamento. E infatti è già stato nominato il nuovo comandante dei pasdaran, Ahmed Vahidi, che era il numero due dei Guardiani della Rivoluzione dopo che il suo predecessore, Mohammad Pakpour, è stato ammazzato nei raid del primo giorno. «Non è per questo che la diaspora e chi vive all’interno del Paese ha combattuto. Senza un cambio di regime, ci sarà una nuova ondata di repressione», spiega Rayhane Tabrizi. «Quando ho saputo che Ali Khamenei era stato ucciso, sono rimasta scioccata. Non riuscivo a credere che l’emblema del male fosse stato eliminato. E adesso mi chiedo, tutti ci chiediamo, cosa potrà succedere perché il nostro interesse è la liberazione del nostro popolo, il rispetto dei diritti umani e delle donne violate e oppresse». A questa angoscia si aggiunge quella per i prigionieri politici che sono ostaggio del regime e potrebbero essere massacrati. Secondo il Comitato di Liberazione dei Prigionieri, numerosi detenuti sono stati trasferiti dalla prigione di Handgarh di Isfahan in un luogo sconosciuto con diversi autobus mentre quelli incarcerati a Evin sono stati rinchiusi nelle celle, senza collegamenti esterni, acqua, cibo né assistenza. 

Questa sera Rayhane Trabrizi parteciperà a un panel, in collaborazione con l’associazione Donne giuriste italiane, al Teatro Parenti per celebrare con qualche giorno di anticipo l’8 marzo e dialogherà con avvocate, l’afgana Fatima Heidari, l’attivista e deputata venezuelana in esilio Maria Magallanes. Rayhane Tabrizi ricorderà la marcia dell’8 marzo 1979, quando le donne iraniane hanno protestato per impedire l’obbligo di indossare lo jihab da parte dell’ayatollah Khomeini. Una battaglia che non si è conclusa con l‘attacco militare voluto da Donald Trump e Benjamin Netanyahu.

I soccorritori della protezione civile ispezionano le macerie di una stazione di polizia colpita durante l’operazione militare congiunta statunitense-israeliana a Teheran, in Iran, lunedì 2 marzo 2026. (AP Photo/Vahid Salemi/LaPresse)

 

Nessuno ti regala niente, noi sì

Hai letto questo articolo liberamente, senza essere bloccato dopo le prime righe. Ti è piaciuto? L’hai trovato interessante e utile? Gli articoli online di VITA sono in larga parte accessibili gratuitamente. Ci teniamo sia così per sempre, perché l’informazione è un diritto di tutti. E possiamo farlo grazie al supporto di chi si abbona.