Inchiesta

Immigrazione: così la burocrazia europea separa i minori non accompagnati dalle proprie famiglie 

In diversi Paesi europei sono moltissimi i minori stranieri non accompagnati in attesa di ricongiungersi con i propri familiari già presenti in altri Stati membri, a uno o due confini di distanza. Un processo che dovrebbe richiedere pochi mesi spesso si protrae per anni. Una nuova indagine ricostruisce il labirinto di intoppi burocratici e decisioni politiche che tiene separati bambini e adolescenti richiedenti asilo dalle proprie famiglie in Europa

di Ottavia Spaggiari, Lydia Emmanouilidou e Isobel Thompson

Esami del dna lenti e costosissimi, nomine tardive dei tutori volontari e requisiti per i ricongiungimenti che variano da uno Stato membro all’altro. Sono solo alcuni degli ostacoli ai ricongiungimenti familiari che, in Europa, ritardano per mesi o anni e, in alcuni casi, addirittura impediscono ai minori stranieri non accompagnati di riunirsi ai propri familiari già presenti in altri Paesi europei.

Quella mappata da una nuova inchiesta di Solomon, una delle principali testate d’inchiesta indipendenti europee, è una tipologia di separazione familiare di natura diversa da quella attuata negli Stati Uniti dalla prima amministrazione Trump, ma non meno sistemica o dolorosa. Sulla base di interviste condotte in Grecia, Italia, Francia e Regno Unito con avvocati, assistenti sociali, operatori e ragazzi separati dalle proprie famiglie, Solomon ha ricostruito gli intoppi burocratici e le carenze strutturali che troppo spesso prolungano la separazione dalle proprie famiglie, di minori, anche piccolissimi, arrivati in Europa soli.

Lora Pappa, presidente di METAdrasi, una ong che si occupa di casi di ricongiungimento familiare per minori non accompagnati in Grecia, racconta la frustrazione nel vedere ragazzi e bambini bloccati nel limbo dell’accoglienza per anni, quando hanno famiglie che li aspettano in altri Paesi europei: «È una tortura per noi e anche per i bambini», afferma Pappa.

Sulla carta, i minori non accompagnati richiedenti asilo che arrivano in Europa dovrebbero poter essere riuniti in modo rapido e sicuro ai familiari già presenti nell’Ue. Uno dei principali sistemi di ricongiungimento è disciplinato dal regolamento Dublino III, che prevede che lo Stato membro in cui si trova il minore presenti una richiesta di ricongiungimento al Paese in cui risiede il parente maggiorenne. Una volta raccolte le prove dell’esistenza di un legame familiare e aver dimostrato che riunirsi al familiare in un altro Stato membro rappresenta il “superiore interesse del minore”, una fase che viene spesso rallentata dalla complessità delle indagini anagrafiche, il trasferimento dovrebbe avvenire entro sei mesi, una tempistica che, però, viene raramente rispettata.

Tra gli ostacoli principali, la mancanza di armonizzazione dei requisiti richiesti dai diversi Stati membri, che dovrebbero accogliere la domanda di ricongiungimento. Mentre Paesi come la Francia, richiedono documenti anagrafici che stabiliscano un legame familiare, altri Paesi, come ad esempio la Germania, spesso richiedono test del Dna che, nei laboratori privati, possono arrivare a costare fino a 3mila euro. Una cifra che non essendo coperta dal Paese che richiede l’esame, spesso ricade sulle famiglie o sulle organizzazioni che le aiutano nel processo di ricongiungimento. In Italia, diversi operatori e avvocati hanno raccontato la difficoltà di navigare un sistema europeo in cui ogni Paese applica regolamenti diversi, sottolineando l’importanza di stabilire relazioni con organizzazioni ed esperti nei diversi paesi europei. «Le procedure alla fine le fanno le persone», spiega Alice Argento, avvocata di Palermo che da anni si occupa di ricongiungimenti familiari.

Secondo alcuni esperti, però, la mancanza di requisiti comuni e l’alto livello di discrezionalità esercitato dai diversi Paesi nella valutazione delle richieste di ricongiungimento sono funzionali ad una politica di controllo dei flussi all’interno dell’Ue.  «I Paesi spesso non vogliono i minori e considerano un ricongiungimento familiare riuscito come un pull factor», afferma Panagiotis Nikas, direttore dell’organizzazione greca Zeuxis. «Per evitare i loro obblighi legali, creano il maggior numero di ostacoli possibile».

La presidente di METAdrasi sottolinea che l’assenza di una normativa comune che disciplini le decisioni degli Stati membri in materia di richieste di ricongiungimento familiare non sarà risolta nemmeno con l’entrata in vigore del nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo a giugno 2026. «Alcuni Paesi ritardano deliberatamente i ricongiungimenti per ridurre l’afflusso dei richiedenti asilo, avanzando ulteriori richieste di documentazione», continua Pappa. «È come un gioco al rimpallo, che crea un enorme stress per i bambini e grava in modo significativo sui primi paesi di ingresso, alle frontiere del sud Europa». A marzo 2025, l’Austria è stata il primo Paese a sospendere temporaneamente i ricongiungimenti familiari. Lo scorso settembre, il Regno Unito che, dopo la Brexit, ha sospeso i ricongiungimenti sotto Dublino, ha seguito l’esempio austriaco, annunciando l’introduzione di norme ancora più severe nella primavera 2026 e sospendendo le domande fino ad allora.

Italia: i numeri bassissimi dei ricongiungimenti

Nel 2024 sono stati 8.043 i minori non accompagnati ad arrivare in Italia. Operatori, tutori volontari, avvocati ed altri esperti affermano che, nonostante sia difficile ottenere dati precisi sul numero di bambini e ragazzi che hanno familiari in altri Paesi europei, molti minori con cui entrano in contatto hanno parenti in altri stati membri. Eppure, le richieste di ricongiungimento familiare, nel nostro Paese, rimangono bassissime. Secondo i due rapporti semestrali di approfondimento pubblicati lo scorso anno dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nel 2024 sono state avviate solo 5 nuove procedure di ricongiungimento familiare di minori stranieri non accompagnati in altri Paesi europei. Più alto il numero delle procedure avanzate da familiari maggiorenni residenti in Italia per il ricongiungimento di minori in altri stati membri: 90. Eppure, anche in questo caso, le pratiche andate a buon fine durante l’anno erano meno della metà: 42.

Per molti minori e per le loro famiglie, il primo scoglio è rappresentato dalle indagini familiari, una fase del processo considerata chiave per garantire la sicurezza dei ragazzi e dei bambini. Spesso è necessario presentare documentazione originale ottenuta nel proprio Paese di provenienza, che dimostri il rapporto di parentela. Documentazione che per molti richiedenti asilo è impossibile ottenere. Tutori volontari, operatori e avvocati hanno raccontato come la difficoltà e la lunghezza delle indagini familiari e di tutto il processo di ricongiungimento tendono a scoraggiare soprattutto gli adolescenti. «Ci sono ragazzi che sono stanchi di aspettare e decidono di raggiungere i familiari in nord Europa da soli», racconta Rosa Emanuela Lo Faro, avvocata di Catania, esperta di migrazioni. Molti fanno parte delle migliaia di minori che ogni anno si allontanano dai centri di accoglienza. L’inchiesta Lost in Europe ha riportato la scomparsa di 51.439 minori dai centri di accoglienza in tutta Europa tra il 2021 e il 2023, di cui 22.899 scomparsi in Italia.

Secondo il Cespi, il nostro Paese è il primo per numero di allontanamenti, ma un fenomeno simile si registra in Grecia. «A volte i ragazzi se ne vanno e non tornano più», spiega Nikas.  

Nikas afferma che spesso a lasciare i centri di accoglienza sono ragazzi in attesa di ricongiungimento. In molti casi prendono questa decisione dopo aver sentito dai loro coetanei di lunghi ritardi o richieste andate male. Gli adolescenti hanno paura di rimanere bloccati a tempo indefinito, o di superare il limite della maggiore età. Altri, stanchi di aspettare, vogliono semplicemente prendere in mano la situazione. Alcuni avvisano i propri avvocati e assistenti sociali, una volta raggiunta la destinazione in un altro Paese. I ricongiungimenti familiari non diventano più veloci per i pre-adolescenti né per i bambini più piccoli. 

In Sicilia, operatori, tutori volontari e avvocati dicono di aver rilevato l’arrivo di un numero crescente di bambini non accompagnati sempre più piccoli nel 2022. Un fenomeno che, secondo alcuni esperti, era dovuto anche al cambiamento delle rotte migratorie, e a imbarchi particolarmente caotici in Nord Africa, con diverse famiglie che venivano separate al momento dell’imbarco. Nel 2022 i bambini e, soprattutto, le bambine sotto i 14 anni rappresentavano il 27% degli oltre 20mila minori non accompagnati nel nostro Paese (a fine 2024 erano circa il 14%). Anche in quell’anno, le procedure di ricongiungimento con parenti in altri Paesi europei sono state solo cinque (qui e qui i rapporti semestrali). 
I bambini e le bambine di età inferiore ai 14 anni vengono solitamente accolti in comunità miste, insieme a minori italiani. Secondo alcuni esperti, se da un lato questo limita il rischio di isolamento, dall’altro questa collocazione presenta altre complessità, prima tra tutte il fatto che spesso gli operatori di questi centri non hanno una preparazione approfondita in materia di immigrazione. 
«A volte non hanno mediatori culturali di riferimento», dice Elisa Bruno, avvocata di Catania che ha lavorato su diversi casi di ricongiungimento. «Non comprendono a pieno l’emergenza e non conoscono le procedure di ricongiungimento».

Grecia: la crisi dei tutori volontari

La Grecia ha recentemente adottato un nuovo quadro normativo che, in modo simile al sistema italiano, richiede l’assegnazione di un tutore legale ad ogni minore, prima che questo possa avanzare una domanda di ricongiungimento. In teoria questo sistema avrebbe dovuto offrire un maggior grado di protezione a bambini e ragazzi, in pratica, ha causato una serie di intoppi burocratici e ritardi.
Documenti interni dell’Agenzia dell’Unione Europea per l’Asilo (Euaa) e della Commissione Europea, risalenti a novembre 2024 e ottenuti tramite richieste di accesso agli atti, mostrano che in Grecia i tutori sono stati ripetutamente nominati con settimane e addirittura mesi di ritardo. In molti casi inoltre, i tutori sono sommersi dalle richieste. Secondo la legge greca un tutore dovrebbe rappresentare un numero massimo di 15 minori non accompagnati, un limite che spesso viene superato drammaticamente.

Durante un’ondata di arrivi a Samos alla fine del 2024, sei tutori erano responsabili di oltre 500 minori. A Kos, per diversi mesi, nello stesso anno un solo tutore ha coperto l’intera isola, da quanto si legge nei documenti dell’Euaa. «Il nuovo sistema di tutela ha reso più difficili i ricongiungimenti», spiega Anne Pertsch, avvocato di Equal Rights Beyond Borders, una ong che rappresenta richiedenti asilo in Grecia che cercano di ricongiungersi con i propri familiari in Germania e in altri paesi dell’Ue. Secondo i dati interni ottenuti dall’ong METAdrasi, tra il 30 e il 40% dei minori non accompagnati arrivati in Grecia nell’ultimo decennio ha diritto al ricongiungimento con i propri familiari in altri paesi dell’UE, ma il nuovo quadro normativo ha ulteriormente complicato il processo di ricongiungimento.

Il risultato è che, come spesso avviene in Italia, i bambini rimangono bloccati nei centri di accoglienza e nelle famiglie affidatarie per mesi, a volte anni, anche in casi in cui i minori sono bambini piccoli e i parenti ad aspettarli in altri Paesi europei, i loro genitori. «È pesantissimo per i genitori e crea dei traumi ai bambini», spiega Argento, l’avvocata di Palermo, ricordando che gli strumenti legali per fare meglio a livello europeo esistono. «Di fatto esistono le normative che consentono i ricongiungimenti», continua Argento. «Il punto è conoscerle, seguirle ed eseguirle».

Quest’inchiesta è stata realizzata con il sostegno di Journalismfund Europe e dell’Investigative Journalism for Europe (IJ4EU).

Credit foto apertura: illustrazioni di Galatia Iatraki/Solomon




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