L'operatore di bassa soglia
Improvvisare senza improvvisazione: la sfida di lavorare con i minori stranieri che vivono in strada
Il secondo incontro della serie dedicata agli operatori di bassa soglia è con Rodolfo Mesaroli, psicologo, direttore scientifico e vicepresidente di CivicoZero Onlus, un centro diurno a bassa soglia nel cuore del quartiere San Lorenzo di Roma per i giovani fragili e soli che vivono in strada. Lavoro di squadra, gestione dell'imponderabile, capacità di leggere i segnali per capire quando aspettare e quando intervenire: «Ci muoviamo come su un'onda: dobbiamo avere la padronanza, ma non possiamo sapere mai che tipo di onda arriverà finché non ci siamo sopra»
«I traumi estremi sono il mio lavoro da 21 anni». Rodolfo Mesaroli – psicologo, direttore scientifico e vicepresidente di CivicoZero Onlus – questo ha scelto di fare nella vita: occuparsi, come psicologo clinico, di chi vive in condizione di estrema marginalità. Tanti stranieri, molti dei quali minori non accompagnati, spesso vittime di tortura e ora «esposti al rischio di sfruttamento e devianza», afferma. Perché questo è spesso il destino di chi, giovane, fragile e solo, si ritrova a vivere sulla strada e non incontra qualcuno che sia disposto a «rispettare i suoi tempi, leggendo i segnali e pronto a tendere una mano quando l’altro è disposto ad afferrarla. Il che può avvenire anche dopo molto tempo».
CivicoZero nasce a Roma nel 2011, aprendo un centro diurno a bassa soglia nel cuore del quartiere San Lorenzo, in continuità con un progetto di Save the Children. L’obiettivo è dare un “civico” a chi non lo ha, creando uno spazio sicuro per giovani che affrontano vulnerabilità e difficoltà, offrendo loro un luogo che li accompagni in un percorso di crescita lontano dalle sfide della strada. Hanno accolto oltre 16mila ragazze e ragazzi da oltre 66 Paesi del mondo

Il momento in cui si può tendere una mano perché l’altro è pronto ad afferrarla è per Mesaroli la parte più bella di un lavoro che, per quanto faticoso e a volte pericoloso, più volte definisce «avvincente». Avvincente perché l’operatore che lavora in questo ambito, nella cosiddetta “bassa soglia”, soprattutto quando ha di fronte persone gravemente provate dalla vita, è chiamato a gestire una «profonda e insanabile asimmetria nella relazione: da una parte il bisogno di aiuto, dall’altra il potere di aiutare. Questa asimmetria genera fantasmi, che aleggiano intorno alla relazione e a volte possono esplodere in rivendicazioni, ma più spesso restano sommerse. L’operatore sa che deve autoregolarsi, essere estremamente cauto, allenare continuamente la propria sensibilità e il proprio intuito, per cogliere quei segnali, anche deboli, che la persona rimanda. L’operatore deve sapere cavalcare i tempi dell’evoluzione del contatto – afferma Mesaroli – E questo è ciò che più mi piace di questo lavoro: se una persona mi respinge 10 volte, io devo trovare la forza per ritornare, con rispettosa ostinazione, per 11, 12, o 100 volte. Questo è faticoso, sì, ma è anche molto avvincente».
L’operatore di bassa soglia vive una profonda e insanabile asimmetria nella relazione: da una parte il bisogno di aiuto, dall’altra il potere di aiutare. Questa asimmetria può generare fantasmi. Bisogna saper cavalcare i tempi dell’evoluzione del contatto
Rodolfo Mesaroli, direttore scientifico e vicepresidente di CivicoZero
Prima parola chiave: imponderabilità
C’è un elemento, in particolare, con cui chi fa questo lavoro deve fare i conti: è quella che Mesaroli chiama «imponderabilità», che «sfida ogni giorno la motivazione dell’operatore, chiamato a un continuo esercizio e allenamento creativo». Diversamente da tanti lavori, anche in ambito sociale, quello dell’operatore che crea il primo contatto con la persona in difficoltà non può essere completamente frutto di strategia, metodo e programmazione: richiede invece una buona dose di «improvvisazione». Il che «non significa tentare soluzioni estemporanee», precisa Mesaroli, «ma essere consapevoli che ci muoviamo come su un’onda: dobbiamo averne la padronanza, certo, ma non possiamo sapere mai fino in fondo che tipo di onda arriverà se non quando ci siamo sopra. Questo lavoro mi chiede e al tempo stesso mi permette di rinnovarmi creativamente in soluzioni sempre diverse».
Seconda parola chiave: funambolo
Oltre all’impinderabilità, c’è un altro elemento che, in questo lavoro, sfida quotidianamente l’operatore di bassa soglia, di cui già ci aveva raccontato Fabrizio Schedid, nella prima puntata di questa serie: è il rapporto con le istituzioni e la rete dei servizi. Se Schedid aveva richiamato l’immagine delle 12 fatiche di Asterix, Mesaroli invece ricorre alla figura del «funambolo, che cammina su un filo teso tra le persone che chiedono aiuto e le istituzioni che dovrebbero dovrebbero prenderle in carico: ma quello delle istituzioni è un mondo parallelo, con una meccanica di funzionamento completamente diversa rispetto a quella della strada. Riuscire a conciliare queste due dimensioni è un’altra sfida avvincente, ma può essere anche frustrante e portare al burnout, o al disimpegno morale, fino alla ritirata motivazionale o, peggio, al cinismo».

Come prevenire questa possibile deriva e conservare quella motivazione e quella fiducia in un cambiamento sempre possibile, di fronte alle negazioni, ai rifiuti, alle delusioni? «Bisogna mettere in conto il fallimento, per sentirsi sempre in partita. Devo accettare, come tutti gli atleti, che molte partite si perdono, ma questo non può farmi sentire impotente: deve spronarmi anzi a giocare ancora, con la speranza di vincere, o almeno pareggiare. Questo sentirmi sempre in partita è stato ed è il mio vaccino contro il burnout».
Terza parola chiave: permeabilità
Tra le persone che Mesaroli incontra sulla strada – oggi meno di un tempo, perché ha anche un ruolo di coordinamento, che impegna parte del suo tempo – ci sono tanti ragazzi, alcuni molto giovani. «Tutti loro ci rimandano segnali, più deboli o più veementi, più espliciti o più impliciti, di fronte ai quali so che devo essere permeabile. A questa, deve unirsi una grande responsabilità intellettuale, capace di smantellare tutte le certezze e le convinzioni. A questo scopo, abbiamo appena lanciato “Per l’alto mare aperto”, il blog di CivicoZero, che è lo spazio fisico che mettiamo a disposizione, durante il giorno, dei ragazzi, soprattutto stranieri non accompagnati. Attraverso il blog vogliamo raccontare aspetti che sono incardinati nella nostra operatività, ma che hanno a che fare con gli aspetti più scivolosi, o veri e propri dilemmi personali e professionali. Il blog è uno spazio di confronto e condivisione che ci aiuta anche ad alimentare e rinvigorire le nostre motivazioni, raccontando storie che ci colpiscono e ci interrogano più in profondità. Quella con cui abbiamo inaugurato il blog è emblematica del nostro lavoro, dei tempi che dobbiamo attendere, della permeabilità e l’improvvisazione che sono sempre necessarie».
Bisogna mettere in conto il fallimento, per sentirsi sempre in partita. Devo accettare, come tutti gli atleti, che molte partite si perdono, ma questo non può farmi sentire impotente: deve spronarmi anzi a giocare ancora
Rodolfo Mesaroli, direttore scientifico e vicepresidente di CivicoZero
La storia è quella di un ragazzo arrivato a CivicoZero tramite il passaparola e accolto in questo spazio. «Abbiamo cercato di strutturare un’interazione con lui, come facciamo con tutti, ma lui si isolava, restava in disparte, silenzioso. Abbiamo letto il messaggio che ci rimandava con tanta chiarezza: “Sto a casa vostra, ma non voglio essere disturbato”. Era schivo e respingente rispetto a ogni contatto, quindi siamo andati per così dire “in deroga” rispetto alle nostre procedure e strategie: lo abbiamo lasciato permanere nella sua zona di isolamento, rispettando i suoi tempi e il suo spazio». Così, gli operatori e i ragazzi si sono abituati a quella presenza, osservandola senza interferire, senza la pretesa e la fretta di creare un rapporto, di scoprire le ragioni, di indagare sulla storia e sui bisogni, di costruire un progetto.
«Avevamo la sensazione che stesse decantando. Immaginavamo che vivesse in strada, ce lo lasciavano intendere sia la sua immagine sia il suo atteggiamento, quel carisma “dell’uomo che non deve chiedere mai”. Sapevamo che, non intervenendo, rischiavamo di perderlo, ma ci siamo assunti quel rischio. E quel non accanimento ha dato i suoi frutti: un giorno, all’improvviso, il ragazzo ci ha chiesto uno spazio di ascolto, per condividere questioni urgenti che si era dato il tempo di metabolizzare. A CivizoZero, aveva trovato una zona franca in cui stare, per provare a vedere se stesso fuori dalla strada. E poi ci ha chiesto di essere aiutato a uscirne. Non abbiamo potuto tirarlo subito fuori dal mare in tempesta – noi non abbiamo un centro di accoglienza – ma siamo riusciti a dargli una boa, che gli ha fatto riscoprire il suo potere di sopravvivere alla strada con dignità».
Questa storia finisce con un outfit che cambia: svestito dei panni della strada, quel ragazzo ha indossato dei vestiti recuperati e si è presentato ai colloqui di lavoro, in occasione del Job Day di CivicoZero (ne abbiamo parlato qui). «La parte più bella della storia è che quando lo abbiamo visto vestito “bene”, abbiamo riso insieme a lui di quell’outfit che era una combo di stili. Riderci su ci permette di guardare oltre, di spostare il baricentro dai bisogni alle risorse. Perché il lavoro in strada richiede anche questa capacità: tenere un emisfero del cervello nel qui e ora, mentre l’altro emisfero guarda l’orizzonte e immagina ciò che può accadere. Se tutti e due gli emisferi fossero concentrati sul qui e ora, sprofonderemmo».
Sapevamo che, non intervenendo, rischiavamo di perderlo, ma ci siamo assunti quel rischio. E quel non accanimento ha dato i suoi frutti: un giorno, all’improvviso, il ragazzo ci ha chiesto uno spazio di ascolto, per condividere questioni urgenti che si era dato il tempo di metabolizzare
Rodolfo Mesaroli, direttore scientifico e vicepresidente di CivicoZero
Quarta parola chiave: gioco di squadra
E poi c’è un altro ingrediente magico, nel lavoro dell’operatore di strada, che è il suo punto di forza: la squadra. «Un gioco di squadra molto complesso, perché in strada tutto è repentino e non ti dà modo di organizzarti, di coordinarti, di metterti d’accordo con i compagni. Non è un lavoro per tutti, proprio per questo suo carattere di estrema rapidità e reattività, così lontano dai tempi lunghi del lavoro clinico in studio, per esempio. È un lavoro che non si può fare da soli: usciamo sempre in due o in tre». Un lavoro di squadra, quindi? «Sì, ma sui generis, perché non puoi allenarti con schemi predefiniti: il livello di improvvisazione è altissimo e richiede una grande intesa e un forte affiatamento. Ecco, anche questo è molto avvincente e stimolante: questa dimensione di gruppo deve essere continuamente alimentata, coltivata, anche con rituali, che sono tipici degli interventi di emergenza: rituali come il caffè sempre nello stesso bar, o le parole d’ordine, o i segnali inventati per attirare l’attenzione, servono per esorcizzare la tensione, per sentirsi uniti, per non scomporsi in un’azione scoordinata rispetto all’eventuale imprevisto. Io penso che questo lavoro si possa fare bene solo così, mettendo insieme tutti questi elementi. Perché la strada non ha pietà e non ti permette di andare in folle: se tiri i remi in barca, vai alla deriva. Solo restando in partita, insieme ai tuoi compagni di squadra, puoi continuare a percorrerla e ad affrontare le sfide che ogni giorno ti mette davanti”.

Chi
Rudoldo “Rudy” Mesaroli è nato a Canosa di Puglia nel 1977. Si è trasferito a Roma ormai 30 anni fa per studiare Psicologia. Psicologo clinico, coordinatore del Servizio Psicologico e delle attività di Unità di Strada per la Cooperativa CivicoZero Onlus, della quale è anche direttore scientifico. È stato coordinatore di centri di accoglienza emergenziale notturna per minori in transito e degli interventi di supporto psicosociale a favore dei profughi afghani e ucraini, sempre realizzati da CivicoZero Onlus. Nel corso degli anni, oltre che a favore dei minori stranieri non accompagnati, ha operato nell’ambito di interventi rivolti a minori in condizione o a rischio di marginalità, devianza e sfruttamento, vittime di tratta, richiedenti asilo, rifugiati e vittime di tortura.
Quanto
Concludiamo questa storia – e le altre che seguiranno – con una nota sullo stipendio di un’operatore sociale di bassa soglia. Il contratto collettivo nazionale di riferimento è quello delle cooperative sociali, che prevede da un livello C2 a un livello D2 o D3 a seconda delle qualifiche professionali e delle mansioni. In cifre, parliamo di stipendi che variano dai 1.300 euro lordi (operatore sociale con esperienza) ai 1.600 (coordinatore di servizi) ai 1.700 (responsabile di area).
Nella serie dedicata agli operatori di bassa soglia, puoi leggere anche:
– Vivere la strada come la casa d’altri, con Fabrizio Schedid, responsabile di Binario 95 e dell’unità di strada Help Center Mobile di Roma
La foto in apertura è tratta dal Rapporto “Nascosti in piena vista” di Save the Children
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