Immigrazione

In Italia quasi 6 milioni di stranieri, ma il 35% delle famiglie vive in povertà assoluta

Il 31° Rapporto Ismu fotografa una popolazione in crescita (+2,48%) e fondamentale per l'occupazione. I lavoratori stranieri sono aumentati del 4% (su una crescita nazionale ferma all'1%), ma rimangono impiegati in lavori a bassa qualifica con salari bassi. E permangono disuguaglianze strutturali nella scuola e nell'accesso alla sanità

di Redazione

In Italia, più di un lavoratore su dieci è straniero, mentre tra i banchi di scuola gli alunni senza cittadinanza italiana sono quasi 12 su 100. Sono solo alcuni dei dati che emergono dal 31° Rapporto sulle migrazioni di Fondazione Ismu, che scatta una fotografia del fenomeno migratorio nel nostro Paese.

In totale, gli stranieri in Italia al 1° gennaio 2025 sono poco meno di 5,9 milioni, in aumento del 2,48% rispetto all’anno prima (rappresentando circa l’11% del totale della popolazione). Di questi, i residenti sono 5,3 milioni e i soggiornanti regolari non iscritti all’anagrafe sono 188mila, mentre gli irregolari sono stimati in 339mila unità. Provengono principalmente da Romania (19,6% del totale degli stranieri), Albania e Marocco (entrambi al 7,7%), Cina (5,8%) e Ucraina (5,3), seguiti da Bangladesh, India, Egitto, Pakistan e Filippine, tutti con quote pari o superiori al 3%. Nel complesso, sottolinea Ismu, dieci cittadinanze concentrano quasi due terzi degli stranieri residenti in Italia.

Provenienza e caratteristiche

Se le acquisizioni di cittadinanza sono ampiamente sopra le 200mila unità annue, confermando il trend iniziato nel 2022, gli arrivi via mare nel 2025 sono rimasti stabili rispetto al 2024 (-0,5%), quando il dato era crollato di quasi il 60% rispetto al 2023. Una contrazione, sottolinea Ismu, «strettamente connessa all’intensificazione delle attività di intercettazione in mare, che tra il 1° gennaio 2023 e il 31 luglio 2025 hanno riguardato complessivamente circa 236mila persone». Il 78% delle intercettazioni è avvenuto al largo delle coste tunisine, ma nel biennio 2024-25 il principale Paese di partenza è stato la Libia, da cui proviene l’88% degli arrivi registrati.

Quanto alla composizione dei flussi in arrivo, nei primi dieci mesi del 2025 dalla Libia sono partiti prevalentemente cittadini di Bangladesh (35,0%), Eritrea (15,4%) ed Egitto (14,7%), mentre dalla Tunisia sono partiti guineiani (28,9%) e ivoriani (9,3%), oltre agli stessi tunisini che rappresentano il gruppo più numeroso (32,1%). Ma è in crescita anche la quota di arrivi dal Sudan, a causa del protrarsi e dell’intensificarsi del conflitto in corso nel Paese. La rotta del Mediterraneo centrale, però, continua a essere caratterizzata da un’elevata pericolosità: già il 2023 era stato un anno particolarmente tragico, con almeno 2.526 morti, ma nel 2024 la mortalità in mare è stata più elevata in rapporto al numero di arrivi (1.810 morti e dispersi) e il dato del 2025 si mantiene su livelli inferiori al 2024 (almeno 1.342 morti e dispersi).

Contrariamente a quanto si tende spesso a pensare, al 1° luglio 2025 la maggior parte degli stranieri è di religione cristiana, ma la loro incidenza continua a ridursi, scendendo al 52,0% del totale (nel 2024 erano il 53,0%). Cresce, invece l’incidenza dei musulmani, che raggiungono il 31,0% degli stranieri residenti, mentre restano sostanzialmente stabili le altre appartenenze: buddisti (3,3%), induisti (2,1%), sikh (1,7%) e fedeli di altre religioni (0,4%). Atei o agnostici scendono lievemente al 9,4%.

Lavoro ed economia

Per quanto riguarda il mondo del lavoro, in un contesto segnato da un progressivo invecchiamento demografico, l’immigrazione continua a rappresentare un fattore cruciale per la tenuta del mercato occupazionale. Nel 2024, il numero di stranieri occupati è cresciuto di più del 4% (su un aumento totale della forza lavoro nazionale solo dell’1%), arrivando a rappresentate circa l’11% del totale dei lavoratori in Italia. Inoltre, hanno un tasso di attività leggermente più alto degli italiani, conseguenza soprattutto della minore età media della popolazione di riferimento. Tuttavia, l’analisi di Ismu conferma come criticità strutturale la «segregazione professionale»: l’80% degli occupati nati all’estero è concentrato nel segmento secondario del mercato del lavoro e svolge principalmente occupazioni elementari. Ne conseguono salari più bassi, in media, rispetto ai lavoratori italiani.

Una dinamica da cui deriva un’elevata incidenza della povertà assoluta tra le famiglie straniere: nel 2024 riguarda il 35,2% dei nuclei di soli stranieri, contro il 6,2% di quelli di soli italiani. Inoltre, il 17,9% delle famiglie straniere sperimenta insicurezza alimentare. Non solo: gli stranieri sono penalizzati anche nella mobilità economica: tra il 2011 e il 2022 solo il 25% ha migliorato la propria condizione reddituale, contro il 41% dei naturalizzati e il 51% degli italiani.

Scuola e sanità

Questo svantaggio economico strutturale si riflette anche nel mondo della scuola. Gli studenti con cittadinanza non italiana iscritti dalle scuole dell’infanzia a quelle secondarie di secondo grado sono circa 930mila, l’11,6% del totale degli alluni, con un’incidenza cresciuta in vent’anni di otto punti percentuali. Gli indicatori relativi alle difficoltà educative, però, confermano le difficoltà del sistema scolastico a integrarli. Risulta, infatti, una persistente disparità a sfavore degli studenti con background migratorio: i giovani stranieri presentano livelli di istruzione inferiori rispetto ai coetanei italiani. Il Rapporto Invalsi 2025, per esempio, evidenzia un indebolimento complessivo degli apprendimenti in Italiano e Matematica nel periodo 2018–2025. In terza media gli studenti di prima generazione registrano in Italiano punteggi inferiori di 22,6 punti rispetto ai coetanei italiani (pari a circa due anni di scolarità) e di 13,2 punti in Matematica; tra le seconde generazioni i divari si riducono a 13,3 e 7,7 punti. Analoghe tendenze si osservano anche nelle prove di scuole secondarie di secondo grado.

Nel 2024 il rischio di dispersione scolastica implicita – cioè il mancato raggiungimento dei livelli minimi di competenza al termine del primo ciclo di istruzione – è più alto tra gli studenti immigrati di prima generazione (22,5%), rispetto sia agli italiani (11,6%) sia agli stranieri di seconda generazione (10,4%). Quanto alle scelte scolastiche, sebbene gli stranieri rimangano una componente stabile degli istituti tecnici, diminuiscono nei professionali e aumentano nei licei, soprattutto tra i nati in Italia. Permane, però, un forte «divario liceale»: la quota di studenti che intende iscriversi a un liceo supera il 50%, ma scende al 38,3% tra gli stranieri. Un divario analogo caratterizza le aspirazioni universitarie: il 56,6% degli studenti a fine ciclo secondario dichiara l’intenzione di proseguire gli studi all’università, quota che scende al 44,5% tra gli stranieri, rispetto al 57,8% degli italiani.

Infine, per quanto riguarda la sanità, Ismu segnala per la popolazione con background migratorio criticità strutturali nell’accesso ai servizi sanitari, aggravate dall’aumento delle disuguaglianze, all’indebolimento del Servizio Sanitario Nazionale, da difficoltà logistiche, difficoltà legate alla comprensione del funzionamento delle strutture sanitarie e l’utilizzo dei sistemi telematici di prenotazione e accesso, nonché dalla scarsa alfabetizzazione sanitaria che peggiora la capacità di cura e tutela della persona.

In apertura: Jeriden Villegas via Unsplash

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