Medio Oriente
In Siria le violenze sulle donne sono all’ordine del giorno: «Ma la libertà del Paese può iniziare solo dalla nostra»
«Quello della violenza di genere in Siria è un problema che ha molte cause e per ora troppe poche risposte», dice Alya, psicoterapeuta di base a Damasco. Da lei arrivano in sordina mogli, madri e figlie che subiscono abusi in famiglia, ma che non possono esporsi e denunciare apertamente perché hanno paura e perché il sistema di sostegno e assistenza sociale va del tutto ricostruito. «Tra guerra sfollamento noi donne siamo fragilissime», racconta Hala Assab, che contro il parere di marito e famiglia ha ripreso gli studi, si è diplomata e ora lavora all'Università di Aleppo: «La libertà della Siria inizia dalla libertà di noi donne»
di Asmae Dachan
«Quello della violenza di genere in Siria è un problema che ha molte cause e per ora troppe poche risposte. Dobbiamo pensare che la società siriana esce da oltre 14 anni di guerra e da mezzo secolo di regime e che tutto ciò ha causato una serie di traumi che potranno essere curati solo col tempo e con un lavoro dal basso. I giovani uomini siriani sono cresciuti in mezzo alla violenza, molti conoscono solo la lingua delle armi, della prevaricazione, della corruzione. Non hanno goduto della propria infanzia, non hanno potuto studiare e fare sport e allo stesso tempo hanno subito vessazioni e angherie da parte di soldati e miliziani. Tutto ciò si riflette nei loro comportamenti, che spesso sono aggressivi, iracondi e tutta la rabbia repressa viene scatenata in famiglia, in particolare contro mogli, figli e sorelle. Non va dimenticato, inoltre, l’ampia diffusione delle droghe sintetiche, come il captagon, che ha compromesso la loro lucidità e il loro autocontrollo».
Le donne non denunciano, per ora
Alya è una psicoterapeuta di base a Damasco, che da anni lavora con le vittime della guerra. Dopo la caduta del regime il lavoro è in parte cambiato, i casi che affronta sono diversi. Da lei arrivano in sordina mogli, madri e figlie che subiscono abusi in famiglia, ma che non possono esporsi e denunciare apertamente perché hanno paura e perché il sistema di sostegno e assistenza sociale va ricostruito in toto. Lei stessa chiede che la sua identità completa e il nome del suo studio non vengano resi noti: «Non per ora, non è il momento. Il Paese sta vivendo trasformazioni epocali, alcuni aspetti della vita pubblica sembrano correre rapidamente verso un’apertura e un’evoluzione necessarie, altri sembrano fermi in un modo preoccupante. La priorità mia e delle altre colleghe è che le ragazze e le donne sappiano che qui almeno possono parlare e trovare un supporto psicologico. Poi arriverà il momento di fare rete con le realtà istituzionali, che in questo momento faticano a creare una nuova rete di sostegno alle donne vittime di violenza».
La priorità mia e delle altre colleghe è che le ragazze e le donne sappiano che qui almeno possono parlare e trovare un supporto psicologico. Poi arriverà il momento di creare una nuova rete di sostegno alle donne vittime di violenza
Alya, psicoterapeuta a Damasco
Nell’ultimo anno, dopo la caduta del regime di Damasco, la Siria e i siriani stanno vivendo un periodo di cambiamenti importanti, tentando di lasciarsi alle spalle tutte le violenze e le sofferenze che hanno segnato profondamente la società, in particolare negli ultimi anni. Tutta la popolazione ha pagato un tributo altissimo e le donne sono state esposte doppiamente, subendo bombardamenti, sfollamento, assedio e sparizioni forzate, ma anche violenza di genere usata come arma di guerra, come denunciava già nel 2014 il rapporto Onu “I lost my dignity”. Oggi il Paese fa i conti con le sue ferite, cercando di costruire un nuovo presente.
La Siria sta uscendo da un isolamento internazionale che durava da anni, e questa apertura ha raggiunto il suo apice con la visita di Ahmad al Sharee, il nuovo presidente siriano, a Washington, dove è stato ricevuto con tutti gli onori dal suo omologo Donald Trump. Le nuove autorità di Damasco stanno lavorando a una serie di riforme significative, spingendo così la comunità internazionale a rimuovere buona parte delle sanzioni a cui i siriani sono esposti da tempo in segno di fiducia.

Più violenze fra le donne della minoranza alawita
La situazione dei diritti umani nel Paese, tuttavia è ancora precaria, con nuove violenze denunciate da organizzazioni per i diritti umani e dati sulla partecipazione femminile nelle nuove istituzioni fermi al 18%. Ad essere più esposte alle violenze oggi sono le cosiddette minoranze, in particolare quella alawita, a cui appartiene Bashar al Assad e buona parte del vecchio establishment. L’Alto commissariato Onu per i diritti umani, Amnesty International e organizzazioni come organizzazioni come il Center for Civil Society and Democracy hanno denunciato il fenomeno dei rapimenti ai danni di ragazze e donne nella zona costiera, in particolare appartenenti alla comunità alawita. Il Syrian Center for Media and Freedom of Expression ha avviato una mappatura delle sparizioni forzate che sono state denunciate negli ultimi mesi.
Centomila sparizioni in 14 anni
«Le siriane e i siriani sono molto sensibili al tema dei rapimenti e delle sparizioni forzate, tanto che, dopo la liberazione dal regime, quello dei desaparecidos è stato uno dei fascicoli trattati con la maggiore urgenza, sia internamente, sia a livello della comunità internazionale. In quattordici anni sono scomparse nel nulla oltre 100mila persone».
Leyla K. è un’attivista per i diritti delle donne e delle persone scomparse forzatamente. Dopo essere stata costretta all’esilio in Turchia ha lavorato per tanti anni in favore delle donne siriane scappate dal Paese, vittime di detenzione arbitraria e violenza di genere e da diversi mesi è tornata a Damasco. «Parlo a nome personale, per motivi di sicurezza e di equilibri interni e politici per ora non siamo autorizzati a parlare a nome degli enti in cui operiamo. Recentemente siamo stati a Ginevra, dove abbiamo incontrato organizzazioni governative e non impegnate sul tema delle sparizioni forzate in Siria, confrontandoci sulle criticità e le difficoltà che riscontriamo e presentando proposte per rafforzare e migliorare gli sforzi per chiedere verità e giustizia. Non possiamo tollerare che ci siano nuove sparizioni, in particolare di donne e bambine. Questa è una ferita profonda che è importante curare».
Oggi alcune di queste donne vorrebbero lasciare i luoghi della diaspora e tornare in Siria, ma hanno paura della reazione dei familiari. Una donna mi raccontava che la madre le ha detto che deve restare lontana, che la famiglia ora è serena e non può subire la vergogna di una figlia “disonorata”
Leyla, attivista per i diritti delle donne
Nella sua lunga esperienza vicino alle donne siriane Leyla ha avuto modo di toccare con mani il dolore provocato dagli abusi, dalle torture, ma anche dalla vittimizzazione secondaria, ovvero la violenza psicologica subita dalle ragazze e dalle donne allontanate dalle proprie famiglie dopo aver subito stupri e detenzione arbitraria. «Oggi alcune di queste donne vorrebbero lasciare i luoghi della diaspora e tornare in Siria, ma hanno paura della reazione dei familiari. Ieri una delle donne che seguo da anni mi ha detto di aver trovato il coraggio di chiamare la madre e di averle espresso il desiderio di tornare a casa. Questa le ha risposto che deve restare lontana, che la famiglia ora è serena e non può subire la vergogna di una figlia “disonorata”. Siamo rimaste entrambe in silenzio, incredule di fronte a quelle parole, soprattutto perché pronunciate da una donna. Sono consapevole che cambiare la mentalità dei siriani sarà un lavoro lungo e difficile. Chi ha avuto suo malgrado la fortuna di lasciare il Paese e fare un’esperienza all’estero ha potuto aprire la sua mente, vedere che esistono approcci diversi, che le donne possono conquistarsi spazi e posizioni che per ora in Siria sono inimmaginabili e ora si scontra con una mentalità che in Siria è ferma da oltre un decennio, se non di più. Abbiamo molto lavoro da fare».
Ho preso in mano la mia vita
Hala Assab la Siria non l’ha mai lasciata, ma la sua lotta per prendere in mano la sua vita l’ha fatta ugualmente. Costretta a sposarsi ancora minorenne, ha dovuto rinunciare agli studi e a tutti i suoi sogni. Con l’inizio della rivoluzione e della guerra si è sentita toccata dal desiderio di decidere per se stessa, di prendere la sua vita in mano, così, contro il parere del marito e della famiglia, ha ripreso gli studi, si è diplomata e ha trovato lavoro grazie a un’amica avvocata. Oggi opera nella segreteria dell’ufficio di presidenza del rettorato dell’Università di Aleppo e si è iscritta alla facoltà di Giurisprudenza.
Voglio che né mia figlia, né nessuna altra ragazza e donna siriana debba più subire un matrimonio forzato, né prepotenze legate alla dipendenza economica dalla famiglia o da un marito
Hala Assab
«La guerra e lo sfollamento mi hanno mostrato quanto siamo fragili, soprattutto noi donne, che spesso non abbiamo un lavoro, non abbiamo mezzi, non veniamo ascoltate. Così ho preso in mano la mia vita affrontando tutti, a partire dai famigliari e imponendo la mia volontà. Ho dato l’esame di maturità con mia figlia, che è stata l’unica a sostenermi, perché ha capito le mie ragioni. Ora entrambe studiamo, voglio che né lei, né nessuna altra ragazza e donna siriana debba più subire un matrimonio forzato, né prepotenze legate alla dipendenza economica dalla famiglia o da un marito. La libertà della Siria inizia dalla libertà di noi donne».
Credit foto apertura Asmae Dachan
Il numero 1522 è un servizio gratuito attivo 24 ore su 24 per le vittime di violenza e stalking. Chiama il 1522 se hai bisogno di aiuto o anche solo di un consiglio: è garantito l’anonimato. È possibile anche chattare con le operatrici tramite il sito web o l’app del servizio.
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