Guerre

In un solo anno sono state 240mila le vittime causate dai conflitti

Il Conflict index 2025 di Acled racconta un mondo dove la violenza è sempre più diffusa: un essere umano su sei vive sotto la minaccia delle armi. Record di attacchi diretti alla popolazione civile nell'ultimo quinquennio, a opera soprattutto di gruppi armati non statali. Ma cresce il coinvolgimento delle forze governative

di Redazione

Tra il 1° dicembre 2024 e il 28 novembre 2025 i conflitti armati nel mondo hanno causato almeno 240 mila morti, mettendo a rischio al vita di 831 milioni di persone, il 16% della popolazione globale, praticamente un essere umano ogni sei. Il Paese dove si muore di più a causa della guerra è l’Ucraina, ma quello in cui è più pericoloso vivere è la Palestina. Il 74% degli eventi conflittuali globali ha visto coinvolto le forze militari di uno Stato, ma due terzi degli attacchi ai civili è provocato da gruppi armati non statali. Il quadro tratteggiato dal Conflict index 2025 pubblicato a dicembre da Acled (Armed conflict location & event data project) parla chiaro: i conflitti, nel mondo, sono sempre più radicati e violenti. Il numero di eventi violenti registrato, 204.605, infatti, è stabile, leggermente inferiore a quello dell’anno scorso, ma i morti sono aumentati. «Costruire la pace sembra più difficile che mai. Anche quando le guerre sembrano finire, la violenza spesso riemerge, intrappolando i civili in un circolo vizioso di insicurezza», si legge.

Dal 2023, ogni anno il Conflict index stila la classifica dei 50 conflitti armati più intensi del mondo facendo la media di quattro indicatori: mortalità, pericolosità per i civili, diffusione sul territorio di uno Stato e frammentazione, intesa, sintetizzando, come il numero di forze in campo. I livelli di classificazione generale dei conflitti sono quattro: estremo, intenso, turbolento, basso o inattivo.

Considerando la “classifica generale”, al primo posto c’è la Palestina. Nonostante il cessate il fuoco e l’avvio della “fase 2” del processo di pacificazione della Striscia di Gaza, la Palestina è, contemporaneamente, sia il contesto più pericoloso per i civili, sia quello dove la conflittualità ha una diffusione geografica maggiore in relazione al territorio di riferimento. Inoltre, è il terzo conflitto ad aver generato più morti nel periodo preso in esame.

Sempre considerando la “classifica generale”, completano il triste podio Myanmar e Siria, seguite poi da Messico e Nigeria. In particolare, la guerra civile in Myanmar ha il livello di frammentazione più alto del mondo, con oltre 1.200 gruppi armati diversi che si sono resi protagonisti di almeno un’azione violenta, ed è il quarto conflitto globale per numero di morti causate. Il conflitto che ha determinato più decessi è quello in Ucraina, seguito dal Sudan e dalla Palestina. Messico, India, Brasile, Colombia sono invece i contesti, dopo il Myanmar, in cui la violenza è più “generalizzata”. Una maggiore frammentazione determina maggiori difficoltà nelle azioni di contrasto e negli interventi umanitari, rischiando di determinare una cronicità dei conflitti. Il Conflict index misura anche il trend della violenza in ciascun contesto. I Paesi dove è cresciuta di più negli ultimi dodici mesi rispetto all’anno prima sono Ecuador, Guatemala e Repubblica centroafricana.

I conflitti presi in esame non sono tutti uguali. Se in Ucraina e Palestina, che da sole assorbono il 40% degli eventi registrati, la violenza e la mortalità sono causate quasi esclusivamente da soggetti statali (Russia e Israele), in contesti come quelli latinoamericani i conflitti sono determinati più che altro da guerre tra gang rivali – i peggioramenti più forti si sono registrati in Ecuador e ad Haiti -, mentre in Africa soprattutto da scontri tra milizie statali e para-statali. Sempre in merito agli aspetti “qualitativi” dei conflitti, il Conflict index evidenzia una maggiore «democratizzazione» dei sistemi di guerra. L’utilizzo di droni, infatti, è sempre più diffuso e non solo appannaggio degli eserciti statali: sono stati 469 i gruppi armati non statali che hanno effettuato azioni con droni.

Il Conflict index evidenzia anche la progressiva erosione del rispetto del diritto internazionale nel mondo, sottolineando come il 74% degli eventi violenti in tutto il mondo abbia coinvolto direttamente delle forze governative, il valore più alto mai registrato da Acled. Inoltre, le forze governative sono state responsabili di poco più che un terzo degli attacchi contro i civili. Proprio l’aumento della violenza diretta contro la popolazione civile è uno degli aspetti più allarmanti messo in luce dal report: gli eventi che hanno avuto come bersaglio diretto i civili sono stati più di 56 mila, mai così tanti da cinque anni a questa parte. Quasi due terzi di questi attacchi sono stati operati da forze non statali, come le Rapid support forces in Sudan, che hanno causato la morte di almeno 4.200 persone, l’11% delle vittime fatte da gruppi armati indipendenti.

Se la violenza nel mondo è in aumento sia in termini numerici che qualitativi, il Conflict index di Acled segnala anche come il 2025 sia stato segnato da una intensa mobilitazione sociale globale contro la violenza, soprattutto grazie alle manifestazioni pro Palestina.

In apertura: a Kostiantynivka, in Ucraina, un uomo aspetta informazioni riguardo alla moglie dispera da parte dei soccorritori al lavoro tra le macerie di un palazzo distrutto da un attacco missilistico russo (Iryna Rybakova/Ukraine’s 93rd Mechanized Brigade via AP/Associated Press/LaPresse)

Vuoi accedere all'archivio di VITA?

Con un abbonamento annuale puoi scaricare e leggere più di 100 numeri del nostro magazine: ogni numero una storia sempre attuale. Oltre a tutti i contenuti extra come le newsletter tematiche, i podcast, le infografiche e gli approfondimenti.