Medio Oriente

Incontro a Mosca tra Putin e al Sharaa, ma i siriani non dimenticano i 7mila morti per mano del Cremlino

L'incontro tra il leader siriano al Sharaa e Putin scatena polemiche tra i siriani. L'attivista Afra Hashem accusa Mosca di aver usato la Siria come "banco di prova" per le sue armi, distruggendo metà del Paese con bombe e veti. Dal 2015, l'intervento russo, ufficialmente contro l'Isis, ha provocato vittime civili e distrutto ospedali. Mosca ora vuole ridefinire la sua influenza da militare a partner per la ricostruzione, ma le vittime non dimenticano i crimini di guerra e chiedono giustizia

di Asmae Dachan

«Tra noi e la Russia c’è un conto in sospeso fatto di diciassette veti, 68.334 barili esplosivi, più di 40mila sortite di combattimento e 100 aerei da guerra, oltre a lanciamissili, carri armati e dragamine. Si potrebbe dire che siamo stati un banco di prova per le loro armi che hanno distrutto metà del Paese. Va bene, niente di grave…». Così la docente e pluripremiata attivista Afra Hashem, originaria di Aleppo e in esilio a Londra dal 2017, ha commentato con sarcasmo le immagini della prima visita a Mosca del leader siriano Ahmad al Sharaa e del presidente russo Vladimir Putin, che ha avuto luogo il 16 ottobre scorso. Un incontro che ha suscitato accese polemiche tra i siriani, divisi tra chi parla di ragioni di Stato e politica e chi grida “ya hef”, “che vergogna, che ingiustizia”. Per comprendere il perché di questa bipolarizzazione dell’opinione pubblica bisogna approfondire la storia delle relazioni bilaterali e soprattutto il ruolo del Cremlino durante la guerra in Siria. 

Mezzo secolo di relazioni bilaterali

La presenza russa in Siria è il risultato di un intreccio di interessi geopolitici, economici e religiosi. La Siria, sotto il regime degli al Assad, si definiva un Paese “socialista e antimperialista” e da sempre ha scelto di allearsi con la Russia e non con gli Stati Uniti o la Nato, come invece hanno fatto molti partner regionali, “ma non siamo comunisti”, dichiaravano però i politici siriani. L’alleanza risale al 1946, con l’Urss primo riconoscitore dell’indipendenza siriana. Dagli anni ’50 in poi, Mosca ha fornito armi e supporto logistico a Damasco, consolidando la sua presenza militare a Tartus, unica base russa nel Mediterraneo. Due anni dopo l’inizio della repressione di al Assad contro i ribelli, con il regime in grave difficoltà, la Russia ha ottenuto concessioni per trivellazioni in acque siriane. Secondo l’opposizione, questo è il prezzo pagato per il sostegno militare russo. Per quanto riguarda la sfera religiosa, Mosca si è sempre definita garante dei diritti della comunità cristiano-ortodossa siriana e i patriarchi nominati direttamente dalla Russia esercitavano una profonda influenza anche a livello politico. L’anno della svolta è stato il 2015, con l’inizio dei bombardamenti russi in Siria, dietro richiesta esplicita del regime di Damasco. La scusa era la lotta all’Isis, ma di fatto l’aviazione russa è intervenuta su tutto il Paese, provocando vittime civili e distruzione ovunque. Putin ha così rafforzato gli interessi del suo Paese in Siria, ottenendo il pieno controllo dei porti di Tartus e Latakya e della base aerea di Hmeimin. Nel 2016 Putin ha annunciato il ritiro dell’esercito russo, avvenuto di fatto e solo parzialmente solo a dicembre del 2024. 

Crimini contro i civili 

Secondo il portale Defence21 la Siria è stata usata da Mosca come banco di prova militare. “Dal 2015 ha impiegato il teatro siriano per testare oltre trecentoventi tipi di armi, tra cui missili, droni, sistemi di difesa aerea e tecnologie di guerra elettronica. Questo ha permesso di raccogliere dati reali sull’efficacia dei sistemi in condizioni. Le operazioni in Siria hanno portato a modifiche tecniche e tattiche nei sistemi d’arma, con un focus sull’efficienza, la precisione e la riduzione dei costi. Alcuni armamenti sono stati aggiornati sulla base delle performance sul campo, come il missile “Kalibr” e il sistema “Pantsir”. Secondo la stessa fonte, “Oltre agli armamenti convenzionali, la Russia ha testato tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale applicata ai droni, la guerra cibernetica e l’integrazione tra forze terrestri e aerospaziali”.

Human Rights Watch – Hrw – e Amnesty International hanno più volte denunciato gli attacchi deliberati dell’aviazione russa contro decine di ospedali, pronto soccorso, banche del sangue, persino scuole e altri obiettivi civili in Siria. Nel 2019 un’inchiesta del New York Times evidenziò che in una stessa giornata Mosca colpì ben quattro ospedali in dodici ore, tutte strutture che avevano condiviso le proprie coordinate con le Nazioni Unite, proprio per evitare di diventare bersaglio. Secondo Physician for Human Rights nel 2015 le forze russo-governative hanno colpito trecento strutture mediche in Siria. Il Violation Documentation Center – Vdc – fondato tra gli altri dall’avvocatessa Razan Zaitouneh, scomparsa forzatamente del 2013, ha denunciato che solo ad Aleppo, tra settembre e ottobre 2016, la campagna di bombardamenti russi provocò oltre 440 vittime civili, tra cui novanta bambini. 

«Dimenticare? Fare finta di niente? Dire “ok, è la politica”? Non possiamo farlo, sarebbe come uccidere due volte i nostri familiari, colleghi e amici. Per noi non c’è differenza tra i crimini di al Assad e quelli di Putin. Non solo i bombardamenti, gli arresti e le torture, la Russia ci ha ucciso ogni volta che ha imposto il veto». Abu Hamza non usa giri di parole. Da medico ha vissuto l’incubo dei bombardamenti sulle strutture sanitarie e il suo dolore è ancora vivo. Lavorava all’ospedale pediatrico di Aleppo quando questo è stato distrutto nel 2016 ed è stato costretto a sfollare a Idlib per mettersi in salvo. «No, noi non dimentichiamo. Di notte mi compaiono ancora in sogno i bambini mutilati, ridotti in brandelli, i colleghi uccisi da quelle violenze. Le immagini del nuovo presidente che stringe la mano a Putin senza che prima questo abbia risposto dei suoi crimini in Siria non le accettiamo».

Un nuovo equilibrio?

Come evidenzia il Carnegie Endowment, Mosca ha cercato di ridefinire la propria influenza in Siria, passando da potenza militare a partner strategico nella ricostruzione e nella transizione post-bellica. Tra novembre e dicembre 2024 ha sensibilmente ridotto la sua presenza militare, ritirandosi da Aleppo, dove aveva una base imponente e da altre città, mantenendo però il controllo dei porti e oggi Putin e al Sharaa discutono anche questi nuovi equilibri. Secondo fonti governative di Damasco, al centro delle trattative ci sarebbe stata anche la richiesta a Putin di consegnare il suo “protetto” al Assad, affinché sia giudicato in Siria. I temi sul tavolo sono molti, sicurezza, scambi economici, ricostruzione; al Sharaa vuole mantenere buoni rapporti con Mosca senza sacrificare la ritrovata “pace” con gli Stati Uniti, con cui Damasco ha riaperto un dialogo fermo da decenni. Il timore è che sull’altare dei negoziati internazionali vengano ancora una volta sacrificati i diritti umani dei siriani e il loro profondo bisogno di giustizia. Secondo il Syrian Network for Human Rights – Snhr – l’intervento militare russo in Siria avrebbe provocato circa settemila vittime (altre fonti indicano cifre ben più alte) e distrutto oltre milleduecento infrastrutture civili. «Prima della normalizzazione delle relazioni bilaterali sarebbe importante definire alcuni punti chiave», ha dichiarato Fadel Abdulghany, fondatore di Snhr. «La Russia è considerata complice diretta di gravi violazioni dei diritti umani in Siria, inclusi crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Qualsiasi normalizzazione deve riconoscere questa responsabilità. La normalizzazione non può avvenire ignorando decenni di impunità per torture, sparizioni forzate, attacchi chimici e bombardamenti indiscriminati», ha aggiunto.

Sui social media lo scetticismo e l’amarezza dei siriani sembrano prevalere, anche se non mancano video celebrativi di al Sharaa, che montano immagini dei passati incontri tra Putin e al Assad, trattato con sufficienza, e che evidenziano la differenza con le attenzioni e l’atteggiamento riservati al nuovo, autoproclamato (ndR) leader siriano. “Il sangue non diventa acqua”, dice un proverbio siriano comparso in più commenti, a indicare che i siriani non dimenticano le proprie ferite. «Quanto vediamo ha del surreale. Le relazioni diplomatiche devono essere subordinate a progressi concreti nella giustizia per le vittime, inclusa la verità sui detenuti e i desaparecidos. Chiediamo alla comunità internazionale di non sacrificare i diritti umani per interessi geopolitici, e di mantenere una posizione coerente contro le violazioni che ci sono state e ci sono ancora», scrive Ryiad Abdelhadi, un avvocato di Damasco.

Credit foto Asmae Dachan

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