Rigenerare le aree urbane non significa soltanto riqualificare gli spazi abbandonati perché sono disponibili dei fondi da spendere. Vuol dire considerare la valorizzazione del patrimonio pubblico e privato una politica di sviluppo. Ha senso se diventa una strategia pensata con gli operatori del territorio che sia in grado di andare oltre la somma dei singoli interventi e di incidere, soprattutto, sulla coesione sociale, la resilienza climatica e la competitività dei territori. Il recupero delle aree e degli immobili dismessi potrebbe generare infatti nei prossimi decenni significativi benefici sociali, ambientali e economici, come dimostra la prima edizione del rapporto Community Valore Rigenerazione Urbana di The European House Ambrosetti-Teha Group, la piattaforma che coinvolge attori pubblici, privati e del Terzo settore. L’indagine, in particolare, propone, accanto all’analisi dello scenario e del potenziale di mercato (1.600 miliardi di euro in 25 anni), l’individuazione dei nodi da sciogliere, degli strumenti applicabili e di un modello di misurazione del valore generato dai processi di rigenerazione urbana. L’assunto da cui muove la ricerca è che, se da un lato esistono strumenti consolidati per misurare il ritorno economico e finanziario delle operazioni immobiliari dal punto di vista del privato, dall’altro non c’è un modello altrettanto rigoroso per stimare, in termini monetari equivalenti, l’impatto generato sul territorio, in particolare quello sociale. Un impatto alla cui definizione può contribuire il non profit. VITA ha commentato il rapporto con Jacopo Palermo, associate partner e responsabile dell’area Real Estate&Construction Teha Group.

Le aree private e pubbliche da rigenerare
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