Giovani

Servizio civile universale, ma non per tutti. I posti non bastano

di Chiara Ludovisi e Matteo Riva

Le domande aumentano, i posti anche ma non abbastanza: per ogni posizione disponibile, ci sono più di due candidati. E per i progetti all'estero, la forbice è ancora più ampia. Si può chiamare "universale" un'esperienza che di fatto è selettiva e lascia fuori la metà degli interessati? Intanto, aumenta l'età media dei volontari. Ne parlano i numeri contenuti nelle Relazioni al Parlamento annuali. Li leggiamo attraverso i numeri con Laura Milani e Alessandro Rosina, rispettivamente presidente di del Conferenza nazionale enti servizio civile e ricercatore dell’Università Cattolica di Milano

Si può dire “universale”, se 135mila lo chiedono, ma solo 75mila possono farlo? E perché poi uno su cinque a un certo punto abbandona il percorso? Ed è davvero una forma di impegno sociale, o non piuttosto un modo per prendere tempo, mettere da parte qualche soldo e fare “curriculum”, in attesa di capire cosa fare da grandi? Sono alcuni degli interrogativi nascosti dietro i numeri del Servizio civile universale degli ultimi anni. Numeri contenuti nelle Relazioni al Parlamento, che ogni anno il DIpartimento Politiche giovanili è chiamato a presentare. Numeri che, come spesso accade, parlano. Parlano innanzitutto di un desiderio di impegno, espresso sotto forma di un numero crescente di domande. Parlano però anche di un’universalità proclamata, ma ben lungi dall’essere realizzata: se infatti il servizio civile si dice universale, perché solo un candidato su due viene selezionato, anche quando idoneo? Parlano, ancora, di un’età media piuttosto alta, se tanti volontari – o “civilisti”, come pure si usa chiamarli – sono vicini all’età massima consentita per la candidatura. Parlano anche di un impegno che, come spesso accade in ambito sociale, è soprattutto femminile. E parlano, ancora, di un alto numero di rinunce, che pure va interrogato e spiegato. E poi ci sono le questioni aperte: quella, per esempio, del rapporto tutt’altro che lineare tra il servizio civile da un lato, il volontariato, il lavoro e la formazione dall’altro. Il servizio civile, insomma, è una scelta di vita e di impegno, o una sorta di tirocinio formativo, o ancora un modo per prendere tempo, una sorta di “gap year” che sta diventando di moda anche da noi, dopo essersi affermato soprattutto negli Stati Uniti. Una pausa, insomma, che ben volentieri i ragazzi si prendono, prima di avventurarsi nel mondo universitario o lavorativo? O forse è tutto questo insieme?  Sono questi gli spunti intorno a cui rifletteremo con Laura Milani e Alessandro Rosina, rispettivamente presidente di Cnesc e ricercatore dell’Università Cattolica di Milano, nonché coordinatore del Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo. Prima, però, i numeri, che sono principalmente quelli contenuti nell’ultima Relazione al Parlamento, relativa al bando ordinario pubblicato il 18 dicembre 2024 e chiuso il 18 febbraio 2025.

Aggiungi un posto (anzi, tanti posti) al bando

I posti messi a bando aumentano, ma timidamente. Sfogliando le Relazioni al Parlamento, questo dato è evidente: nel 2021 (bando ordinario dicembre 2020-gennaio 2021), i posti  disponibili erano 56.205, nel 2022 salivano a 71.550, nel 2023 toccavano il record, con 75.242 posizioni (effetto recupero post-pandemia) mentre nel 2024 il numero dei posti messi a bando scendeva a 62.549. Un numero alto, ma non altissimo, quindi, anche rispetto agli anni precedenti. Numeri bassi, in particolare, se confrontati con il numero crescente di domande presentate. Riprendiamo il dato sempre dalle Relazioni al Parlamento degli ultimi anni. Nel 2021 sono state presentate, per il bando ordinario, 128.280 domande, nel 2022 sono scese leggermente (126.245), nel 2023 sono salite a 135.290 e il 2024 ha mantenuto più o meno lo stesso numero di domande, con 135.057 candidature. La sproporzione è evidente: per ogni posto disponibile, ci sono più di due domande pervenute. In altre parole, i posti sono meno della metà rispetto ai candidati. In tutti gli anni dal 2020 in poi, quindi, le domande ordinarie non scendono mai sotto le 120 mila. 

La torta da spartire, insomma, è evidentemente troppo piccola: i giovani ne sono sempre più attratti, ma per adesso quella che c’è non basta per tutti. Non si può quindi dire che, ad oggi, il servizio civile sia universale. E questo è tanto più vero per quanto riguarda i progetti all’estero. Se guardiamo solo i dati relativi all’ultimo bando, l’ampiezza della forbice tra richieste e avvii è evidente: quasi 5mila domande presentate, 916 operatori avviati. Vuol dire che meno di un candidato su 5 è stato selezionato e sta svolgendo il suo servizio all’estero. O, per vedere il bicchiere mezzo vuoto, che 4 candidature su 5 sono state rifiutate

Contenuto riservato agli utenti abbonati

Abbònati a VITA per leggere il magazine e accedere a contenuti e funzionalità esclusive

Hai già un abbonamento attivo? Accedi


La rivista dell’innovazione sociale.

Abbònati a VITA per leggere il magazine e accedere a contenuti
e funzionalità esclusive