Cronache russe
Io, esule russo, vi racconto chi è davvero il ministro degli esteri Lavrov
«Essere russo in esilio significa sentire ogni giorno come errori, menzogne e crimini vengano commessi in tuo nome», scrive il giornalista russo in esilio in Italia, Alexander Bayanov. «E quando ho visto che nella campagna pacifista di Emergency era stata usata l’immagine del ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, l’uomo che incarna la guerra, la menzogna e l’umiliazione della diplomazia, mi ha fatto davvero male. Lavrov è il volto di chi ha reso possibile l'invasione russa dell'Ucraina»
Scrivo queste righe con dolore e smarrimento. Essere russo in esilio significa sentire ogni giorno come errori, menzogne e crimini vengano commessi in tuo nome. E quando ho visto che nella campagna pacifista di Emergency era stata usata l’immagine del ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, l’uomo che incarna la guerra, la menzogna e l’umiliazione della diplomazia, mi ha fatto davvero male.
Il post di Emergency, pubblicato su Instagram, aveva un intento nobile: ricordare la necessità di ripudiare la guerra. Ma la scelta dell’immagine ha scatenato un’ondata di reazioni. Nella foto c’è Lavrov, con una citazione tra virgolette, senza contesto. Per chi conosce il personaggio, tutto questo suona come un’ironia, quasi una giustificazione. Nei commenti, gli italiani discutono; l’organizzazione spiega che voleva creare un contrasto, ma l’effetto è stato l’opposto.
Per capire perché questo ferisce tanto, bisogna sapere chi è Sergej Lavrov. È l’uomo che in vent’anni ha trasformato la diplomazia russa da un’arte complessa e misurata in un urlo da strada. Oggi il linguaggio del ministero degli esteri russo è volgare, aggressivo, triviale. Neppure ai tempi sovietici si era arrivati a tanto.
Sono cresciuto ascoltando discorsi di diplomatici in cui ogni parola era pesata, dove dietro la freddezza c’era la strategia. Oggi sentiamo insulti espliciti, minacce, derisione delle vittime, menzogne pronunciate senza il minimo pudore. Lavrov è diventato il simbolo di questa degradazione.
E ora circolano voci secondo cui lui stesso sarebbe caduto in disgrazia. Si dice che proprio a causa sua sia saltato l’incontro a Budapest tra Trump e Putin, un contatto riservato che doveva rappresentare una “svolta diplomatica”. Ma Lavrov, raccontano, si sarebbe lasciato scappare parole di troppo, e con ciò avrebbe fatto fallire tutto. Forse è così che finiscono quelli che hanno vissuto troppo a lungo immersi nel cinismo e nel disprezzo per le parole.
Per me, e per migliaia di russi che non vogliono più essere parte di questa menzogna, Lavrov rimane il simbolo del tradimento del significato stesso delle parole. Non è un diplomatico, è il volto di un sistema in cui la parola ha perso l’onore.
Ecco perché, quando in una campagna pacifista compare il suo ritratto, anche se per denunciarlo, questo fa male. Perché per noi, che siamo fuggiti dalla guerra e dalla menzogna, quel volto resta ancora vivo, il volto di chi ha reso possibile la guerra.
In apertura una foto di Sergey Lavrov/Associated Press/LaPress
Vuoi accedere all'archivio di VITA?
Con un abbonamento annuale potrai sfogliare più di 50 numeri del nostro magazine, da gennaio 2020 ad oggi: ogni numero una storia sempre attuale. Oltre a tutti i contenuti extra come le newsletter tematiche, i podcast, le infografiche e gli approfondimenti.