Giustizia

“Io non sono qui”: voci che bucano il muro del carcere

Racconta la Casa di reclusione di Orvieto come un pezzo vivo della città la serie podcast "Io non sono qui". Un'iniziativa della radio web locale, ai margini del mainstream, per liberare le storie di chi non ha uno spazio pubblico e accendere una luce sul sistema penitenziario. Un filo tra il dentro e il fuori in cui i detenuti non sono figuranti di una narrazione già scritta, ma diventano co-autori

di Angelo Palmieri

C’è un contatore che gira in silenzio, lontano dai talk show: è quello dei suicidi in carcere, cifra muta di una crisi che non riusciamo più a ignorare. Dentro questo orizzonte si colloca una storia piccola, artigianale, nata dopo una cena tra amici, che prova a scalfire l’idea di carcere come discarica sociale, come “istituzione totale”.

Questa esperienza ha un titolo semplice e disarmante: Io non sono qui. È la nuova serie di podcast di Radio Orvieto Web che porta i microfoni dentro la Casa di reclusione della città. L’idea non nasce in un ufficio stampa, ma su un terrazzo. Andrea Caponeri, con Emilio Burli, aveva appena chiuso Busso co’ le piede, podcast di conversazioni informali con i candidati sindaco. In quel clima di fiducia, Selia Castellani, counselor, racconta la sua esperienza dietro le sbarre. Qualcuno butta lì una domanda: “Perché non facciamo qualcosa di simile con i detenuti, ma dentro la Casa di reclusione?”.

Non un’inchiesta giudiziaria, non l’ennesimo speciale sul “crimine”, ma un microfono dove la parola è sorvegliata, interrotta, fraintesa. Raccontare il carcere di Orvieto per quello che è: un pezzo vivo della città, abitato da persone private della libertà, agenti, educatori, amministrativi. La scelta politica passa dal metodo: le domande non ruotano attorno al reato, ma alla persona. Non “Che cosa hai fatto per essere qui?”, ma “Chi sei?”. I detenuti non sono figuranti di un racconto già scritto: diventano co-autori. Decidono cosa raccontare, con che tono, quali parti di sé lasciare entrare in quella capsula sonora che uscirà dal carcere.

Essere ascoltati senza essere interrogati

Il coinvolgimento parte in piccolo, poi cresce. D’estate Selia entra nella struttura, incontra, spiega, rassicura. Questa esperienza sonora è presentata come il lusso di essere ascoltati senza essere interrogati. Quando le puntate prendono forma, subentra il lavoro di Caponeri: montaggio, pause, una cornice sonora che fa respirare le parole. Ogni episodio, prima di andare in onda, viene fatto riascoltare a chi ne è protagonista: un momento di ascolto di sé e di riconoscimento.

Sapere che “là fuori” qualcuno ascolta è, per chi vive in cella, un varco simbolico: il muro non crolla, ma si lascia attraversare. Poter parlare diventa allora un gesto riparativo: per qualche minuto si esce dal ruolo di fascicolo e matricola e si torna a essere una persona con una storia. Il microfono non cambia le sentenze, ma apre una piccola fessura di riconoscimento, dove la vita non coincide più solo con la colpa.

I detenuti non sono figuranti di un racconto già scritto: diventano co-autori. Decidono cosa raccontare, con che tono, quali parti di sé lasciare entrare in quella capsula sonora che uscirà dal carcere

Là dove il carcere sorveglia, schedando e normalizzando, il podcast rovescia l’ottica: invece di controllare la voce, la libera; invece di moltiplicare lo sguardo dall’alto, restituisce un ascolto laterale, non giudicante. È un gesto minoritario, ma gli spostamenti di sguardo cominciano spesso da pratiche minuscole che si sottraggono all’ovvietà del “si è sempre fatto così”.

Una contro-narrazione ostinata

Il primo effetto di Io non sono qui si vede dietro le mura: le registrazioni diventano occasioni di incontro autentico e chi vive dentro smette di essere solo “oggetto” di trattamento per diventare soggetto narrante. Ma il passaggio decisivo avviene fuori: chi segue la serie audio non percepisce più un contesto astratto, bensì volti e storie. Così il podcast diventa una contro-narrazione ostinata, una crepa nell’immagine del carcere come luogo soltanto di punizione e silenzio.

Il progetto non si chiude qui: Andrea e Selia lo vivono come l’avvio di un racconto più lungo. Tra le prossime tappe immaginate: dare voce anche agli agenti di custodia, per raccontare la complessità di chi “vive dentro” dall’altra parte del corridoio; aprire una rubrica in cui le persone detenute rispondano alle domande del pubblico, creando un filo diretto tra chi è dentro e chi è fuori.

Andrea Caponeri e Selia Castellani, autori del podcast.

Dietro tutto questo c’è una radio di provincia che lavora ai margini del mainstream: Radio Orvieto Web, ecosistema di competenze, affetti, militanza culturale. In un Paese in cui la discussione sul sistema penitenziario si accende quasi solo davanti a una rivolta o a un suicidio, iniziative come Io non sono qui sono un gesto politico silenzioso, che ridà dignità alla voce di chi non ha più spazio pubblico.

Un podcast, da solo, non cambia il mondo, ma in un meccanismo che produce afonia sociale, ogni biografia che buca il muro è già una forma di disobbedienza. Forse è da qui, da una radio di provincia e da un terrazzo che guarda Orvieto, che può ripartire un’idea di giustizia meno spettacolare e più umana, che comincia da una domanda semplice: chi sei?

La fotografia in apertura è di Simon H su Unsplash

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