La catastrofe dimenticata
«Io, padre comboniano in Sudan, vi racconto come ho visto precipitare il Paese: la persone muoiono in modo brutale»
Diego Dalle Carbonare vive in Sudan da dieci anni. «La guerra è cominciata già nel 2004», dice. «Nessuno ne ha mai parlato e nessuno ne parla perché ci sono interessi economici attorno a questa catastrofe troppo grandi. Continuare la guerra fa comodo solo ai mercanti delle armi. L’Occidente dovrebbe farsi un esame di coscienza»
di Anna Spena
Diego Dalle Carbonare, padre comboniano, vive in Sudan da dieci anni. «Ho lavorato», racconta, «per sette anni nell’ambito scolastico, ero vicario diocesano a Khartum per le scuole, quindi giravo molto tra le 52 scuole di tutta la diocesi: tutto questo accadeva prima della guerra». In questo momento Dalle Carbonare si trova a Port Sudan, e nei prossimi giorni rientrerà a Khartum.
Il Sudan è oggi teatro della più grave emergenza umanitaria del pianeta. A oltre due anni dall’inizio del conflitto tra l’esercito regolare (Saf) e le Forze di Supporto Rapido (Rsf), il Paese è sprofondato in una spirale di violenza, fame e sfollamenti di massa. Secondo le Nazioni Unite, oltre 30 milioni di persone, più della metà della popolazione, necessitano di assistenza umanitaria. La maggioranza di coloro che hanno bisogno di aiuto è composta da bambini (51,4%) e adulti (43,4%), mentre gli anziani rappresentano il 5,3%. La crisi degli sfollati interni è drammatica, avendo raggiunto quasi 10 milioni di persone a fine agosto 2025. A ciò si aggiunge una catastrofica insicurezza alimentare: il World Food Programme (Wfp) stima che 24,6 milioni di persone si trovino in insicurezza alimentare acuta, con 637mila in condizioni di fame catastrofica. A rendere la situazione ancora più grave è la malnutrizione, che colpisce un bambino su tre, un dato che supera la soglia che definisce lo stato di carestia.

«Qui a Port Sudan», spiega il padre comboniano, «la situazione è relativamente tranquilla. Non abbiamo mai avuto un conflitto diretto con soldati o con i paramilitari. Abbiamo avuto qualche drone che ci ha tenuti svegli la notte, ma rispetto a Khartoum o, molto di più, rispetto al Darfur, la situazione è più calma. La città fa parte di quella zona che è in mano all’esercito e dove, in qualche modo, la vita prova ad andare avanti: i negozi lavorano, le scuole sono aperte, le nostre parrocchie anche. C’è quindi una certa normalità. Questa normalità, però, è minata dalla crisi economica e dal fatto che la città si è ingrandita a causa degli sfollati interni arrivati da Khartoum. Si percepisce il disagio e la fatica in tutto, a partire dall’economia e dalla mancanza di lavoro».
L’aiuto agli sfollati
Come Chiesa Cattolica «l’aiuto che riusciamo a dare agli sfollati è quello di assistere le persone in modo individuale, a seconda delle esigenze che ci presentano. Cerchiamo di aiutare le persone con ciò che ci chiedono: cibo, alloggio, medicine o assistenza per scappare». La guerra, sin dall’inizio, ha provocato un esodo massiccio dalla città di Khartoum. «Prima della guerra, Khartoum era un complesso di tre città – Khartoum, Khartoum Nord e Omdurman, disposte a forma di ‘Y’ rovesciata dove si incontrano i Nili – con 15 milioni di abitanti. Ad oggi, l’organizzazione Internazionale per i migranti stima che ce ne siano solo 5 o 6 milioni. È stato un enorme, enorme flusso di persone che sono uscite. Ma da quando l’esercito regolare ha riconquistato la capitale, spingendo fuori le Rapid Support Forces, abbiamo assistito, e stiamo assistendo, a un contro-esodo di persone che stanno tornando a Khartoum. Anche noi come chiesa e come comboniani stiamo tornando a Khartoum».
«Le cronache di ciò che sta succedendo in Darfur ci lasciano comunque cauti nello sperare una fine vicina della guerra», continua il padre comboniano. «Anzi, sappiamo che non potrà essere così. Mentre a marzo sembrava che l’esercito stesse vincendo, adesso, con questa presa di El Fasher da parte delle Rsf, è chiaro che la guerra sarà ancora lunga. La violenza, l’accesso alle armi e la ferocia con cui le Rsf stanno mettendo a ferro e fuoco il Darfur ci preoccupano molto. Ad El Obeid, una zona adiacente al Darfur e una delle città più grandi del Sudan, abbiamo gente che sta scappando nel panico, temendo che, dopo aver preso il Darfur, le Rsf avanzino su El Obeid».

La sofferenza dei più poveri
«La cosa che fa più male è che, anche se lo si dice sempre ed è diventata una frase fatta, sono veramente i più poveri tra i poveri a pagare il prezzo più alto. Chi se lo è potuto permettere ha preso un aereo ed è andato nei Paesi del Golfo, in Egitto o in Sud Sudan. I più poveri dei poveri invece sono rimasti indietro. C’è gente che è morta in modo molto brutale. Conosciamo alcuni nostri maestri di Khartoum: il nostro vecchio direttore del Comboni College ammazzato con un colpo alla testa e un altro giovane maestro, una persona piena di vita che prima della guerra si preparava al matrimonio, è stato catturato dai Rsf, ed è morto dopo giorni di agonia, a causa delle ferite riportate: non hanno trovato cure in ospedale. Poi c’è stata la morte dell’unico prete cattolico che avevamo nel Darfur, abuna Luqa Jumo, a El Fasher. Quel prete è morto dopo che le bombe gli avevano già fracassato la casa, si sentiva sempre più chiuso in una morsa, perché le Rsf stringevano l’assedio sulla città. È morto dissanguato, una bomba gli ha tagliato le gambe. Sono morti violente e sofferte, aggravate dal fatto che la gente non trova cure in ospedale. Più di tre quarti delle strutture sanitarie del Sudan, che comunque erano concentrate nella capitale, sono chiuse o non riescono a funzionare».
L’emergenza dimenticata
«La più grande emergenza umanitaria in corso è dimenticata perché, per un qualche motivo che mi sfugge, non conviene ai potenti, o almeno all’Occidente, parlarne. Ci sono interessi economici che ci portano a parlare di Ucraina, forse interessi politici o ideologici che ci portano a parlare di Gaza o del Libano, ma di tante guerre, soprattutto le guerre in Africa, e di questa, che è di gran lunga la più grande emergenza umanitaria in corso, non ce ne frega niente. E del Darfur non è da dieci giorni che va avanti la pulizia etnica, ma da ventun anni. La guerra non è cominciata nel 2023, è cominciata nel 2004. E non abbiamo mai avuto interesse a parlarne. Forse il disinteresse è un po’ la nostra colpa come Occidente, quella che Papa Francesco chiamava la globalizzazione dell’indifferenza, che non è essere semplicemente passivi, è una scelta di comodo. Per qualcuno è una scelta molto ben ponderata, perché è la scelta di non parlare del commercio delle armi e di come queste armi vengono fornite. Questa guerra in Sudan non è una guerra di quattro soldatini che si battono con il Kalashnikov riciclato da trent’anni. Questa è una guerra fatta con droni che costano milioni di dollari l’uno. Sono droni, sono piccoli aerei che sganciano bombe; sono macchinari estremamente sofisticati e costosi. È la guerra dei droni che, purtroppo, temo siano di fabbricazione europea. Sì, vengono venduti da Paesi terzi, ma la manifattura e la costruzione di queste armi sono in parte, se non completamente, fatte in Paesi europei: Italia, Spagna, Francia.
L’appello per la pace
«Noi, come Comboniani, come Sant’Egidio e come Fondazione Nigrizia, abbiamo anche fatto un appello e abbiamo avuto modo di parlare alla Commissione Esteri della Camera dei Deputati. Il messaggio che abbiamo lanciato mi sembrava molto chiaro: continuare la guerra fa comodo solo ai mercanti delle armi. La pace sarebbe l’unica cosa che conviene a tutti: conviene ai sudanesi, conviene all’Europa, conviene alla regione dell’Africa (Egitto, Sud Sudan, a tutti). La pace è l’unica cosa che veramente fa bene: fa bene ai 7 milioni di bambini che non vanno a scuola ormai da più di due anni; Fa bene ai 14 milioni di sfollati fra rifugiati interni e migranti fuori dal Paese; farebbe bene la pace ai 25 milioni di sudanesi che sono in condizione di crisi alimentare o a rischio fame, di cui 5 milioni in una situazione di pesante carestia. Questi sono numeri che sono lì da mesi, da più di un anno. L’Onu e le altre organizzazioni ne parlano, però davanti a questo tipo di numeri, purtroppo, prevale l’indifferenza. Siamo nell’indifferenza e nell’essere complici di questo tipo di guerra, che poi è la guerra per l’oro. La guerra, finanziata dalla parte delle Rsf dagli Emirati Arabi, che stanno tirando su tonnellate e tonnellate di oro dal Darfur, è una guerra che, come tutte le guerre, è un grande business per i mercanti delle armi. L’appello che faccio a tutte le entità politiche è questo: cominciate a seguire la linea delle armi e vedete dove vi porterà. Forse dobbiamo farci dei grossi esami di coscienza e prendere delle decisioni che siano coerenti con il nostro definirci Paesi democratici».
La foto di apertura è stata diffusa dall’Unicef. Mostra bambini e famiglie sfollati provenienti da El Fasher in un campo profughi dove hanno cercato rifugio dai combattimenti tra le forze governative e l’Rsf, a Tawila, nella regione del Darfur/MohammedJammal/Unicef via AP/LaPresse
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