Giornata della Memoria
Io, studentessa ad Auschwitz: «Essere lì mi ha tolto il respiro»
Marika Piccolo frequenta il quinto anno del liceo linguistico dell'istituto Crespi di Busto Arsizio (VA) e ha avuto la possibilità, insieme un compagno e un professore, di partecipare al "Viaggio della Memoria" organizzato dal ministero dell'Istruzione e del Merito. Un'esperienza necessaria, secondo la ragazza, in un'epoca in cui il valore della memoria è sempre più debole: «Se normalizziamo la violenza, la società crolla. Non lo possiamo permettere», dice
«Il Viaggio della memoria, più che una sequenza di tappe, è stato un attraversamento emotivo. Mi sono sentita colpita da un senso crescente di responsabilità: la memoria non è solo ricordare, ma scegliere di non essere indifferenti», così Marika Piccolo, al quinto anno del liceo linguistico dell’Istituto di istruzione superiore Crespi di Busto Arsizio (VA), ha descritto la sua partecipazione al percorso organizzato dal ministero dell’Istruzione insieme all’Unione delle comunità ebraiche italiane per ricordare le vittime della Shoah.
È stato un laboratorio itinerante, da Roma a Milano, per volare a Cracovia e andare a visitare il campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. A partecipare, delegazioni di studenti di tutte le Regioni italiane. Dal liceo Crespi, insieme a Piccolo, sono partiti un altro compagno, Paolo Frontero, della quarta del liceo classico, e un professore, Giacomo Cuccu, che descrive il viaggio come «una prova dolorosa, che ha avuto un impatto emotivo importante e che richiede tempo per essere rielaborata».
Piccolo, che sensazioni le ha suscitato visitare Auschwitz?
Quello che mi ha ferito di più, arrivando al campo di concentramento, è stato vedere la quantità di oggetti conservati. Sentire un numero non è come vedere quello che quel numero rappresenta. Mi ha colpito molto vedere tutti gli occhiali, le valigie, le scarpe; sopratutto una teca in cui c’erano i vestiti di una bambina. Questo mi è rimasto davvero dentro, perché Auschwitz non aveva pietà per nessuno, nemmeno per i più piccoli, nemmeno per le persone con disabilità, visto che c’erano anche delle stampelle. Ho visto anche la stanza dove vengono tenuti i capelli delle persone, principalmente delle donne. A quel punto non è più uno spogliare le persone dei loro beni materiali, ma è uno spogliarli della loro stessa identità, della loro umanità, è un degradarli completamente.

E ha visto anche dove venivano portati i prigionieri?
Personalmente a Birkenau non sono riuscita ad entrare nelle camere a gas, ma ho visitato le baracche dove venivano tenuti i deportati e sono entrata nel forno. Generalmente non ho “sintomi” fisici quando parliamo di questi argomenti, eppure lì, in quel momento, mi è mancato totalmente il respiro. Ci ha molto colpito anche il fatto che noi avevamo addosso strati su strati di vestiti. Io avevo la calzamaglia, i jeans pesanti, due maglioni, il giubbotto e comunque il freddo si sentiva. Qualche giorno prima avevamo visto le divise al Museo del deportato di Carpi. Ripensadoci mi sono chiesta: «Ma come hanno fatto quelle persone a fare tutti i giorni questa strada, col freddo, con la neve?»
È importante essere faccia a faccia con l’orrore, con quello che è stato. Ci insegna a continuare a indignarci e a stupirci.
Marika Piccolo, studentessa
Questo viaggio le ha stimolato anche riflessioni sull’oggi?
È stato importante non fare questo viaggio da soli, ma con altri ragazzi della nostra età, che quindi potevano capirci, condividere le nostre sensazioni, le nostre emozioni. Ne abbiamo parlato anche in gruppo: è importante ricordare oggi quello che è successo e renderci conto che in alcune situazioni si sta ripetendo e noi non stiamo facendo nulla. È difficile al giorno d’oggi rendersi conto della violenza, perché ne siamo talmente bombardati! Tutti i giorni accendiamo la televisione e c’è un fatto di cronaca nuovo, che ci fa assuefare e non ci stupiamo più. Pian piano sta scomparendo il disgusto verso la violenza. Non possiamo permettere che accada. Questi viaggi, secondo me, vanno fatti. È importante essere faccia a faccia con l’orrore, con quello che è stato. Ci insegna a continuare a indignarci e a stupirci.

Questo dimenticarsi cos’è la violenza, secondo lei, è qualcosa che caratterizza più i suoi coetanei o gli adulti?
Penso che sia un fattore presente in entrambe le età. Spesso vedo che i miei coetanei, quando parlano di questi argomenti in classe, sono molto attivi e partecipi. Ma appena finisce la conversazione, si ritorna a quello che si faceva prima, come se la riflessione non fosse mai avvenuta. La stessa cosa, però, la osservo negli adulti. Per fare un esempio banale, ci sono professori che magari, durante la Giornata della memoria, più che pensare a quanto possa essere impattante per gli studenti, pensano alle ore che stanno perdendo. Da un certo punto di vista è comprensibile: viviamo in una società talmente frenetica che fermarci a pensare è già complicato, figuriamoci fermarci a ricordare. E poi è anche vero che, spesso, c’è il pensiero: «Ormai è successo, cosa ci posso fare?». Ma la storia è l’eredità che ci portiamo nell’oggi. Penso che questa materia abbia perso il fattore educativo che aveva. Ormai non ci rendiamo nemmeno conto che stiamo ripetendo gli stessi errori del passato.
Forse perché il ricordo diventa più debole quando i testimoni diretti muoiono?
Certo. Avere una conversazione con qualcuno che effettivamente ha vissuto quegli orrori è molto diverso dal sentire un racconto di seconda mano. C’è proprio un’emozione differente negli occhi e nella voce.
Foto nell’articolo fornite da Giacomo Cuccu
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