Parlano gli attivisti
Iran, Arash e Tina: «Il regime arresta anche i parenti dei manifestanti, abbiamo paura che portino via i nostri familiari»
Protestavano quando vivevano in Iran, ancora adolescenti, e continuano a farlo oggi che sono una giovane coppia di professionisti, ingegnera lei, architetto lui. Vivono a Milano e «ora stiamo scrivendo un rapporto con cinque amici su quanto è accaduto in queste settimane: 160 pagine sui casi documentati di assassini, torture, crimini da consegnare ai politici italiani affinché non cali il silenzio sulla barbara e sadica repressione del regime», raccontano
Protestavano quando vivevano in Iran, ancora adolescenti, e continuano a farlo oggi che sono una giovane coppia di professionisti, ingegnera lei, architetto lui. Vivono in Lombardia da diversi anni dove hanno studiato al Politecnico. Si sono incontrati e innamorati nel 2022 alle proteste milanesi del movimento Donna, Vita, Libertà. Arash Shojaeii sembra più riservato ma dietro la sua cortesia c’è la fermezza di chi non arretra. Tina Karam pare più impulsiva e vivace. Lui, 30 anni, è stato picchiato quando ha partecipato alle proteste in Iran del movimento riformista dell’Onda Verde del 2009. Lei, 29 anni, allora andava a scuola con scarpe e braccialetto verdi, sfidando gli insegnanti che chiamavano i genitori per cercare di frenare la sua ribellione.
Oggi sono una coppia di attivisti che – davanti alle comunicazioni dell’ambasciata iraniana inviate a gennaio per convincere tutti i residenti iraniani in Italia che l’ultima protesta popolare è stata pianificata, un complotto di Israele e Stati Uniti – hanno risposto per chiedere conto della repressione, dei crimini contro l’umanità commessi durante il blackout digitale che ha isolato il popolo iraniano. «Ora stanno arrestando anche i parenti dei manifestanti e abbiamo paura che portino via anche i nostri familiari», raccontano a VITA. Anche loro, come gli amici, le amiche, i conoscenti, i parenti che vivono in Iran, non hanno paura ad esporsi perché «nessuno vuole più tornare indietro. Migliaia di morti, persone scomparse, arrestate, ammazzate per strada, negli ospedali o nelle carceri sono stati un prezzo altissimo e il popolo vuole una cosa sola: la fine della Repubblica Islamica», ci dicono.
Arash e Tina soffrono, come tutti gli iraniani della diaspora, perché continuano a ricevere immagini e notizie atroci: «Ci sono neonati morti di stenti in casa perché i genitori sono stati uccisi mentre aprivano le porte per offrire rifugio ai manifestanti, adolescenti accecati dalle pallottole, e ci hanno raccontato anche di spari continui nelle carceri, fucilazioni», rivelano con rabbia e tristezza. «Perciò non ci fermeremo. Ora stiamo scrivendo un rapporto con cinque amici su quanto è accaduto in queste settimane: 160 pagine sui casi documentati di assassini, torture, crimini da consegnare ai politici italiani affinché non cali il silenzio sulla barbara e sadica repressione del regime», raccontano. Non sanno dire quale sia stato il momento peggiore di queste settimane. Forse l’immagine di un adolescente di 17 anni accecato che non potrà mai più vedere la luce del sole e neanche quella, se verrà, della libertà ma è difficile mettere sulla bilancia emotiva il peso del dolore immenso che non dà tregua.
Per sapere cosa era successo a sua madre (buttata per terra, trascinata per i capelli, una mano fratturata) e a suo padre a cui hanno sparato nelle gambe mentre cercava di proteggerla, Arash ha assistito a una triste pantomima. «Non potevano parlare al telefono, perciò mi hanno mandato un video in cui mimavano la scena», spiega, orgoglioso del coraggio dei suoi genitori. La famiglia di Tina sta bene ma lei è preoccupata per la sorella minore di 20 anni che studia all’università e si sta chiedendo dove siano finiti quelli che non sono tornati nelle aule e non sa se siano morti o in carcere «me lo ha detto senza piangere e io non sapevo cosa dirle, ero devastata», racconta. La famiglia di Tina Karam non ha mai obbedito ai diktat della Repubblica islamica e ha sempre avuto una doppia vita. «Per fare le feste in casa, producevamo vino rosso per le riunioni familiari», ricorda Tina e si concede una breve risata mentre evoca la sua adolescenza ribelle sin da quando aveva otto anni voleva discutere con il suo insegnante di religione. Poi abbassa la voce e con tono più mesto ci racconta di quando è andata al Parlamento europeo a parlare delle proteste di Donna, Vita, Libertà. E per le sue dichiarazioni a una televisione dell’opposizione, Iran International, in cui ha minacciato in farsi la Guida Suprema, Ali Khamenei, perché avevano ammazzato un bambino di dieci anni ed era furiosa, sua madre è stata fermata e arrestata per un giorno.
«Le hanno consigliato di pensare a mia sorella, di dirmi che se un giorno Romina non fosse tornata a casa, sarebbe stata colpa mia. Le hanno rivelato dei dettagli su di me, sul colore dei pantaloni che indossavo. Le hanno detto “Sua figlia era bella con i pantaloni blu” per farle capire che sapevano tutto di me. E poi sui social mi hanno scritto che mi avrebbero ammazzato». E racconta questo episodio per farci capire cosa significa essere dissidenti anche all’estero dove i pasdaran ora forse non potranno più rapire, minacciare chi si batte per la libertà, o almeno questa è la loro speranza, perché l’Unione europea ha designato il gruppo paramilitare come organizzazione terroristica. Una decisione tardiva che però ha fatto sentire i giovani iraniani meno soli. La madre di Tina era fra i manifestanti che, rimasti al buio a Teheran, hanno acceso le luci dei cellulari. E ora questa coppia unita dall’attivismo, studi e desiderio di libertà, non sa cosa dire agli amici che chiedono cosa succederà, come sarà il futuro degli iraniani. E loro, Tina e Arash, provano troppa pena per raccontare le loro difficoltà quotidiane, l’attesa di essere convocati dopo aver fatto la richiesta di asilo, il groppo in gola, lo scudo emotivo che indossano ogni giorno per andare a lavorare senza poter concedersi di essere disperati. E continuano ad andare alle manifestazioni, attendono notizie dalle famiglie, dagli amici in Iran, con il fiato sospeso e la consolazione del loro sentimento: l’amore cresciuto nel dolore e nella rabbia e forgiato dal destino comune che li ha portati in Italia nello stesso anno, il 2019, dove non avrebbero mai pensato di dover restare fino al giorno in cui, loro ne sono certi, il regime cadrà.
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