Parlano gli attivisti
Iran, i medici contro il regime. Fatima: «Ogni giorno vado a casa dei feriti delle proteste per curarli»
Negli ospedali il personale delle pulizie è cambiato, sostituito da membri dell’intelligence che minacciano medici e infermieri, ordinando di non soccorrere più i feriti che continuano ad arrivare. Così i medici si stanno riorganizzando. «Portiamo garze e medicinali nelle case, monitorare le condizioni dei feriti. Ognuno di noi conosce alcune famiglie con persone che hanno bisogno di cure perché è questo quello che possiamo e dobbiamo fare: salvare vite umane», racconta Fatima
Arresti, agguati nelle strade per individuare chi porta i segni delle ferite e ha partecipato alle proteste popolari. Esecuzioni, anche occulte, ma anche atti di resistenza civile e mutuo soccorso da parte di studenti, avvocati, medici, operatori sanitari, sindacati proibiti che continuano a inviare messaggi amplificati dalle diaspore, a protestare, rischiando la vita. Prese di posizioni da parte di intellettuali e dissidenti. Questo è quanto sta accadendo in Iran, nonostante il trauma collettivo per quello che ormai viene definito dagli attivisti in Iran un Olocausto che ogni giorno viene ricostruito con paura e coraggio tramite video, messaggi, testimonianze raccapriccianti.
A cominciare dai medici che ci hanno mandato diversi messaggi per spiegare cosa continua accadere negli ospedali e chiedere aiuto. Una dottoressa, Fatima (nome di fantasia per tutelare la sua sicurezza) ci ha inviato la radiografia della mano della figlia trafitta dalle pallottole. Nel suo audio mandato mentre era per strada, si sentono continui singhiozzi mentre ricorda quello che le è successo: «Ho partecipato alle proteste insieme a mio marito e a mia figlia. Ho visto che stavano attaccando alcune persone che si trovavano vicino a noi e ho iniziato a gridare dicendo: “Sono anziani, lasciateli stare”. In quel momento, le forze di repressione ci hanno attaccati in un vicolo isolato, armati di manganelli e fucili. Mio marito è intervenuto per difendermi. In quel momento un gruppo di paramilitari dei basij con il volto coperto lo ha aggredito. Uno di loro lo ha picchiato violentemente e gli ha spruzzato spray al peperoncino negli occhi. Mio marito e mia figlia hanno iniziato a correre e io, dopo che mi hanno sbattuto la testa contro il muro, non avevo più la forza di muovermi. Numerosi pallini di piombo hanno colpito le gambe, la schiena, le mani e le braccia di mio marito e di mia figlia».
Ora Fatima che si è salvata perché i residenti di una strada di Teheran le hanno aperto le porte delle loro case e offerto rifugio, ogni giorno va in ospedale a lavorare con la morte nel cuore, dove il personale delle pulizie è cambiato, sostituito da membri dell’intelligence che minacciano medici e infermieri, ordinando di non soccorrere più i feriti che continuano ad arrivare. «Ogni giorno vado a casa dei feriti per curarli, portare garze e medicinali, monitorare le loro condizioni. Ognuno di noi conosce alcune famiglie con persone che hanno bisogno di cure perché è questo quello che possiamo e dobbiamo fare: organizzarci per salvare vite umane. Stiamo male, soffriamo, ogni mattina arriviamo in ospedale e prima di andare in corsia, mentre ci cambiamo e mettiamo il camice, piangiamo perché non è possibile affrontare tutta questa sofferenza. Molti fra noi, per il dolore e la pressione, arrivano a pensare al suicidio. Aiutateci, vi prego», implora.
E ora, per Fatima e tutti i medici che di giorno piangono ma riescono a modificare le cartelle cliniche di chi arriva in ospedale perché ferito, picchiato, con pallottole nel corpo, chi sta fuori, in Europa, si sta attivando per metterli in contatto con psicologi che si sono offerti di dare loro un supporto perché non possono farcela da soli, a rischiare la vita per salvare altre vite. Su Instagram è apparsa la pagina di un gruppo di medici, infermieri e cittadini iraniani, Il Leone e il Sole Rosso dell’Iran, che ha annunciato di aver creato piccoli nuclei locali composti da 3-5 persone per fornire supporto psicologico, medicinali e attrezzature essenziali in caso di emergenza.
Leyla Mandrelli, attivista italo-iraniana, voce della diaspora che traduce dal farsi quello che accade sui social media ma anche tantissime interviste di dissidenti famosi ci conferma: «Ci sono diverse forme di protesta che continuano, nonostante la repressione: medici, dissidenti conosciuti, sindacalisti, avvocati per difendere chi è in carcere. Gli studenti universitari, soprattutto delle facoltà di Medicina, non si presentano agli esami universitari, fanno sit-in di protesta contro i massacri, gli assassini dei loro compagni». Nel frattempo, dopo che un gruppo di noti intellettuali e dissidenti fra cui il famoso regista Jafar Panahi, il premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi, il premio Sakharov Nasrin Sotoudeh aveva reso pubblico il manifesto “la dichiarazione dei 17” per chiedere un referendum, la formazione di un’assemblea costituente, la fine della Repubblica islamica, tre di loro sono stati arrestati. Così come nelle città, presidiate, si fanno gli agguati davanti alle metropolitane per individuare i giovani con segni delle ferite e arrestare chi ha partecipato alle proteste di gennaio.
«In questi giorni si stanno celebrando tante cerimonie del quarantesimo giorno dal funerale di tante persone uccise che sono un’occasione per celebrare la vita, leggere poesie per fare delle proteste simboliche», racconta Delshad Marsous, fashion designer e attivista iraniana: «La repressione continua ed è sempre più dura: tantissimi minorenni sono stati accusati di moharebeh (guerra contro Allah), molte famiglie non sanno dove sono stati portati i loro figli e ci sono numerose esecuzioni occulte. Appaiono però slogan contro il regime sui muri delle università e delle strade. In Iran l’atmosfera di lutto collettivo è anche di attesa. Le persone dicono di attendere un intervento militare esterno degli Stati Uniti che potrebbe rovesciare il regime anche se non tutti sono d’accordo. In ogni caso la tensione sotto la superficie è palpabile e c’è tanta rabbia pronta ad esplodere. Ed è solo questione di tempo».
Il regime continua a fare pressione nei confronti dei familiari dei manifestanti, morti o scomparsi, al punto di averli forzati a partecipare alle parate di propaganda che si sono tenute l’11 febbraio in diverse città per celebrare il macabro anniversario del 47esimo anno della rivoluzione islamica. Molti hanno detto no, qualcuno che ha una figlia o un figlio scomparso, non ha avuto alternative. Ma la rabbia cova sotto la cenere delle migliaia di lutti. E allora basta che qualcuno si affacci, alla finestra, urlando slogan contro la dittatura, per sentire di nuovo intere strade gridare di nuovo “Abbasso la dittatura. Morte a Khamenei”. Nonostante il massacro, il fiume di sangue versato, ci hanno detto gli attivisti in Iran e in Europa, la battaglia per la libertà continua.
Gli iraniani partecipano a una manifestazione antigovernativa a Teheran, Iran, venerdì 9 gennaio 2026. (AP Photo) Associate Press/ LaPresse
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