Proteste

Iran, il regime trema e minaccia: «Nessuna clemenza per i rivoltosi»

Il Paese è entrato nel nono giorno di proteste. Nate per ragioni economiche, sono subito diventate una mobilitazione contro il governo degli ayatollah. La repressione è violenta: i morti sono almeno 20, centinaia i feriti e quasi mille gli arrestati. «Il popolo iraniano è sceso di nuovo in piazza per dichiarare a gran voce che non vuole questa dittatura corrotta e repressiva», dice Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore dell'ong Iran Human Right

di Francesco Crippa

Non ci sarà «alcuna clemenza» nei confronti dei «rivoltosi» che da oltre una settimana protestano contro il regime degli ayatollah. La minaccia arriva direttamente dal capo della magistratura iraniana, Gholamhossein Mohseni Ejei, citato dall’agenzia di stampa degli organi giudiziari del Paese. «La Repubblica islamica ascolta i manifestanti e i critici», ha detto, ma «li considera distinti dai rivoltosi». Mohseni Ejei ha ordinato a tutti i procuratori di colpire loro e i loro sostenitori con «determinazione» e senza mostrare segni di «clemenza o compiacimento».

Le proteste sono iniziate nove giorni fa, il 28 dicembre, e sono le più significative da quelle del 2022 legate al movimento Donna, vita, libertà sorto in seguito all’uccisione di Mahsa Amini. Secondo l’agenzia di stampa Afp, hanno coinvolto almeno 40 città in 23 delle 31 province iraniane, mentre altre fonti parlano di oltre 70. Le proteste sono iniziate con la mobilitazione dei commercianti di Teheran, i “bazaari”, contro l’inflazione e il carovita (l’inflazione è vicina al 50% su base annua mentre il valore del rial, la moneta iraniana, in confronto al dollaro è crollato ai minimi storici) ma si sono rapidamente estese alle università e trasformate in una protesta contro il regime.

«Il popolo iraniano è sceso di nuovo in piazza per dichiarare a gran voce che non vuole questa dittatura incompetente, corrotta e repressiva. La protesta è un diritto fondamentale dei cittadini; eppure la Repubblica Islamica, come in passato, risponde alle proteste pacifiche del popolo con violenza e repressione, perché sa bene che accettare le richieste del popolo significherebbe la fine di questo sistema», ha affermato in una nota Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore dell’ong Iran Human Right, che in una recente intervista a VITA aveva descritto la Repubblica degli ayatollah come un’esperienza vicina a crollare: «Il regime è estremamente debole e terrorizzato. Sa che la prossima ondata di proteste potrebbe essere quella finale. Per questo colpisce in modo caotico, come un pugile suonato che cerca di reagire alla cieca».

Dopo un’iniziale “apertura” e disponibilità di facciata da parte delle autorità nell’accogliere le richieste economiche della popolazione, la repressione è divenuta violenta. Finora, secondo l’ong statunitense Human Rights Activists in Iran, gli arrestati sono 990, centinaia i feriti e almeno 20 i morti, tra cui ci sarebbero anche tre minori, ma la protesta non accenna a placarsi, tanto che, scrive il Times citando fonti di intelligence, la guida suprema dell’Iran Ali Khamenei sarebbe pronto a rifugiarsi in Russia qualora le manifestazioni non dovessero venire sedate. A suo modo, tra l’altro, si tratterebbe, di un evento storico, perchè Khamenei non esce dall’Iran dal 1989, quando ha preso il potere dopo la morte di Ruhollah Khomeini.

Le autorità iraniane hanno puntato il dito contro gli Stati Uniti e Israele, accusandoli di fomentare le rivolte e cercare di politicizzarle per rovesciare il governo. In particolare, dopo che ieri il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha espresso il suo sostegno al popolo iraniano che sembra «stia riprendendo in mano il proprio destino», Esmaeil Baqaei, portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, in una conferenza stampa ha affermato che «il regime sionista è determinato a sfruttare la minima opportunità per seminare divisione e minare la nostra unità nazionale». Il 2 gennaio, in un post su X, Baqaei aveva messo in fila alcune azioni condotte dagli Stati Uniti dagli anni Cinquanta in poi per cercare di influenzare la politica iraniana, suggerendo che oggi starebbe accadendo lo stesso. Ma, ha avvisato, questa volta «gli iraniani [leggasi: il governo, ndr] non permetteranno alcuna ingerenza straniera». Il riferimento è alle parole del presidente statunitense Donald Trump, che poche ore prima aveva scritto sul proprio social, Truth, di essere pronto a intervenire se il regime avesse continuato a «sparare e uccidere violentemente manifestanti pacifici».

I toni “bellicosi” di Washington, però, sembrano essersi fermati qui. Anzi, il viceministro degli Esteri di Teheran, Kazem Gharibabadi, ha dichiarato che l’Iran «sta ricevendo messaggi dagli Stati Uniti per avviare dei negoziati». In ballo non c’è solo la situazione interna in Iran, ma la stabilità regionale, già messa a repentaglio lo scorso giugno dalla “guerra dei 12 giorni” tra Teheran e Israele-Usa. Tuttavia, secondo il quotidiano libanese Al-Akhbar, vicino a Hezbollah, Netanyahu e Trump avrebbero raggiunto un accordo per colpire l’Iran se Teheran non dovesse interrompere il proprio programma nucleare e cessare il sostegno ai suoi alleati regionali. In questo contesto, scrive il giornale libanese, l’Arabia Saudita starebbe cercando di favorire una mediazione.

In apertura: I manifestanti a Teheran il 29 dicembre (Fars News Agency via AP/LaPresse)

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