Diritti umani
Iran, la rivolta antiregime e i tabù dell’Occidente
Le proteste che attraversano il grande Paese persiano non sono una semplice esplosione di rabbia sociale legata agli aumenti dei prezzi. Nelle strade e nei campus universitari si chiede apertamente la fine della repubblica islamica, mentre la repressione si fa sempre più brutale. Mariano Giustino, analista geopolitico e profondo conoscitore del mondo iraniano e mediorientale, mette a nudo anche i complessi e le rimozioni dell’Occidente nel nominare l’Iran, per ciò che è, ovvero una dittatura teocratica in crisi di legittimità
di Paolo Manzo
Mentre gran parte dei media occidentali continua a raccontare le proteste in Iran come l’ennesima esplosione di rabbia sociale dovuta al carovita e al collasso economico, sul terreno accade qualcosa di molto diverso e più radicale. Da giorni, in decine di città iraniane, risuonano slogan espliciti contro la Repubblica islamica e la guida suprema, Ali Khamenei. Si bruciano simboli del regime, si sciopera nei bazar, le università vengono militarizzate, gli studenti arrestati e fatti sparire.
Mentre gran parte dei media occidentali continua a raccontare le proteste in Iran come l’ennesima esplosione di rabbia sociale dovuta al carovita e al collasso economico, sul terreno accade qualcosa di molto diverso e più radicale. Da giorni, in decine di città iraniane, risuonano slogan espliciti contro la Repubblica islamica e la guida suprema, Ali Khamenei. Si bruciano simboli del regime, si sciopera nei bazar, le università vengono militarizzate, gli studenti arrestati e fatti sparire.
Mariano Giustino, analista e profondo conoscitore del mondo iraniano, segue ora per ora ciò che sta accadendo. In questa conversazione con VITA, mette in discussione la narrazione dominante e parla apertamente di punto di non ritorno, di fine della legittimità del regime e dei complessi dell’Occidente nel nominare il problema Iran per ciò che è: una dittatura teocratica in crisi terminale.
Mariano Giustino, molti media occidentali continuano a descrivere le proteste in Iran come manifestazioni legate soprattutto alla crisi economica. È davvero così?
No, ed è una rappresentazione profondamente fuorviante. Dire che in Iran si manifesta «per il carovita» significa non voler ascoltare quello che gli iraniani stanno gridando nelle strade. Gli slogan sono inequivocabili: «Morte al tiranno», «Via la Repubblica islamica dall’Iran».
Non si chiede una correzione delle politiche economiche, non si invoca un cambio di rotta sul tasso di cambio o sui sussidi. Si chiede la fine del regime.
La crisi economica esiste, è devastante: il rial ha toccato nuovi minimi storici, la crisi energetica e idrica è senza precedenti. Ma questo è il contesto, non la causa politica della rivolta. La rivolta è antiregime, ed è un punto fondamentale che molti in Occidente sembrano incapaci di accettare.
Perché, secondo lei, c’è questa resistenza a riconoscere la natura politica della rivolta?
Perché l’Occidente ha sviluppato, nel tempo, una sorta di complesso sull’Iran. Nominarlo per quello che è – una Repubblica islamica fondata sulla repressione sistematica – implica delle responsabilità morali e politiche. È più comodo ridurre tutto a una crisi sociale, a un malessere economico, perché così si evita di prendere posizione.
L’Occidente ha sviluppato, nel tempo, una sorta di complesso sull’Iran. Nominarlo per quello che è – una Repubblica islamica fondata sulla repressione sistematica – implica delle responsabilità morali e politiche.
Mariano Giustino
C’è anche una lunga abitudine a trattare il regime iraniano come un interlocutore «inevitabile», come un attore con cui bisogna comunque dialogare. Ma oggi quella costruzione sta crollando, perché è il popolo iraniano stesso a dire che quel regime non ha alcuna legittimazione e occupa il Paese da 42 anni.
Sul terreno, però, la repressione sembra durissima. È così?
È feroce. Le forze dello Stato stanno sparando sui manifestanti con munizioni vere in diverse città: da Teheran a Mashhad, da Isfahan a Kermanshah, fino al Khuzestan. Ci sono già decine di morti. Questo dato non viene riportato con chiarezza, spesso viene minimizzato o semplicemente ignorato.
Si registrano arresti di massa, sparizioni forzate, impiccagioni. Le università sono sotto assedio: le forze dei Pasdaran e i Basij fanno irruzione nei dormitori, trascinano via studenti e studentesse, li caricano su furgoni senza che se ne sappia la destinazione. È una strategia del terrore, tipica di un regime che sente di stare perdendo il controllo.
Un’immagine che ha colpito molto è quella della statua di Qasem Soleimani data alle fiamme. Come la valuta?
È un segnale potentissimo. Soleimani non era solo un generale: era il simbolo della proiezione militare e ideologica del regime. Bruciare la sua statua significa colpire il cuore del mito fondativo della Repubblica islamica. È un messaggio che arriva direttamente dalla popolazione: non solo rifiuto della politica interna, ma rifiuto dell’intero impianto ideologico e militare del regime.
In questa ondata di proteste, che ruolo stanno giocando gli studenti e le donne?
Centrale. Le donne sono tornate a guidare la rivoluzione, come già accaduto nel movimento Donna, Vita, Libertà iniziato nel settembre 2022. Gli slogan che si sentono nei campus universitari sono chiarissimi: «Niente velo, libertà e uguaglianza». Le università – Amir Kabir, Sharif, Shahid Beheshti, Yazd e molte altre – sono diventate epicentri della rivolta.
Il regime lo sa e per questo chiude scuole e università con pretesti amministrativi, come il risparmio energetico. È un tentativo di spezzare l’attivismo studentesco, che oggi è una delle forze più radicali e determinate.

Un elemento nuovo sembra essere il coinvolgimento dei bazar. Cosa significa?
È forse l’aspetto più significativo. I bazar, storicamente conservatori e a lungo allineati al regime, sono entrati in sciopero. Lo storico bazar di Teheran, considerato il barometro economico del Paese, è chiuso da giorni. I mercanti sono scesi in strada gridando slogan antiregime. Questa saldatura tra bazar, studenti, giovani della Generazione Z, lavoratori e pensionati indica che il fronte della protesta si è allargato in modo irreversibile.
Alcuni slogan prendono di mira anche la politica estera iraniana?
Sì, ed è un altro tabù che cade. «Né Gaza né Libano, darò la mia vita solo per l’Iran» è uno slogan che esprime il rifiuto di vedere le risorse del Paese drenate per finanziare proxy militari all’estero, mentre la popolazione vive in condizioni disastrose.
È una critica diretta all’ideologia espansionista del regime, che negli ultimi vent’anni ha sacrificato il benessere interno in nome di una pretesa «profondità strategica».
Guardando al contesto internazionale, quanto è fragile oggi la Repubblica islamica?
È probabilmente nel momento più fragile dalla fine della guerra Iran-Iraq. È sotto pressione esterna – sanzioni, Israele, Stati Uniti – ma soprattutto sotto pressione interna.
Le lotte di potere tra fazioni, le dimissioni ministeriali, le manovre in vista di un futuro post-Khamenei mostrano un sistema che si sta sfasciando dall’interno. Non sono semplici rivalità: sono faide che preparano uno scenario di successione estremamente instabile.
Lei parla apertamente di «fine della Repubblica islamica». Può precisare meglio per i nostri lettori?
Parlo di un processo che ha superato il punto di non ritorno. Nessuno può prevedere i tempi, ma la direzione è chiara. Gli iraniani non chiedono riforme: chiedono la fine del regime. E questo è ciò che più spaventa la Repubblica islamica, ed è anche ciò che l’Occidente fatica ancora a nominare.
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Nella foto di apertura, di Ap/LaPresse, la guida suprema iraniana: l’ayatollah Ali Khamenei.
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