Il protagonismo delle donne

Iran, la rivolta trasversale: «Tutti vogliono la fine della dittatura»

Parlano Rayhane Tabrizi, Leyla Mandrelli e Delshad Marsous, tre attiviste del movimento "Donna, Vita, Libertà": «Nel 2022 i protagonisti delle proteste erano i giovani della generazione Z, ora la compagine sociale è variegata. La rivolta è più diffusa in senso verticale per fasce d'età e differenti estrazioni sociali. Quando la protesta nasce ai margini, significa che la pressione sociale ha superato ogni soglia di tolleranza». Stasera alle 17,30 ci sarà una protesta davanti al consolato iraniano di Milano, in solidarietà con i manifestanti oscurati dal blackout governativo di internet e telefoni

di Cristina Giudici

Aspettano che arrivi il tramonto, prima di uscire nelle strade, nelle piazze, e continuare la loro rivolta per lo più pacifica ma con diversi e crescenti episodi di scontri violenti perché il popolo iraniano non vuole (più) immolarsi ma vedere l’alba della democrazia. Come è successo ieri sera a Teheran dove migliaia di manifestanti, tanti con il volto coperto, hanno partecipato a una nuova manifestazione, scandendo slogan contro il regime e appiccando fuochi ai simboli del potere, prima che il regime spegnesse di nuovo le connessioni Internet. E ora si teme una repressione feroce.

Sono passati tredici giorni dall’inizio della protesta, quando il 28 dicembre, i bazari – commercianti dei bazar di Teheran- hanno tirato giù la saracinesca e acceso la miccia di una nuova ribellione contro il regime che ha piegato i cittadini con la repressione e la crisi economica. E ora la marea dei protestanti sta diventando un mare in tempesta: 36 le università, 110 le città dove fino ad ora ci sono stati 45 morti fra cui, secondo i media governativi, cinque poliziotti, e oltre duemila gli arresti. Lavoratori, studenti, cittadini delle zone più emarginate, donne di tutte le età, laiche e religiose, stanno chiedendo con slogan diversi la fine della Repubblica Islamica.

VITA ha chiesto a tre attiviste, protagoniste delle proteste milanesi del movimento Donna, Vita, Libertà una riflessione su questa nuova ribellione che più cresce e più sembra guidata dall’ira funesta e dalla ferrea volontà di una resa dei conti con il regime, feroce ma sempre più claudicante. E tutte, con diverse sfumature, ci hanno spiegato che, senza la ribellione e la rivoluzione culturale del movimento Donna, Vita, Libertà (nato dopo il barbaro omicidio di Mahsa Jina Amini il 16 settembre del 2022) oggi non sarebbe possibile sperare nella fine della dittatura.

Spiega Rayhane Tabrizi, presidente dell’associazione iraniana Maanà: «Questa nuova sfida è la continuazione di quella lanciata dal movimento Donna, Vita, Libertà che in realtà non si è mai spento. Anche nel 2022 la protesta non è nata all’improvviso: era il proseguimento della lotta del popolo iraniano durante 47 anni di regime. Il popolo non tollera più questo regime e ora i manifestanti sembrano più preparati», osserva Tabrizi. «Ci sono diverse sfaccettature politiche: gradualmente ognuno sta prendendo una posizione ma ciò che conta davvero adesso è continuare ad amplificare la voce del popolo iraniano che chiede una cosa sola: la liberazione dalla Repubblica Islamica». E infatti stasera alle 17,30 ci sarà una protesta davanti al consolato iraniano, in solidarietà con i manifestanti oscurati dal blackout governativo di Internet e telefoni

Leyla Mandrelli, traduttrice e anche lei volto e voce del movimento Donna, Vita, Libertà afferma: «Il fatto che la protesta sia partita dai commercianti del bazar di Teheran che sono sempre stati tradizionalmente conservatori e ingranaggio importante del sistema economico, è un elemento significativo per capire a che punto siamo arrivati a causa anche dell’incompetenza, la corruzione, i soldi spesi o meglio rubati al popolo per arricchirsi ed esportare la propria ideologia. Nel 2022 i protagonisti erano i giovani della generazione Z, ora la compagine sociale è variegata: ci sono ancora tante donne che guidano o animano i cortei, persino fra i bazari che non sono certo progressisti. La ribellione si è estesa ai campus universitari – dove si sentono di più slogan che inneggiano ancora a Donna, Vita, Libertà – e alla gente comune. La rivolta è più diffusa in senso verticale per fasce d’età e differenti estrazioni sociali. Tutti però hanno un obiettivo comune: il rovesciamento della dittatura. E ora la Repubblica Islamica si comporta come un animale marcio e ferito che cerca di tenersi in piedi attraverso una propaganda non più credibile per nessuno e la violenza».

E infatti gli slogan chiedono la fine della dittatura e molti chiedono il ritorno del figlio dello Scià, Reza Pahlavi. Questo accade perché è chiaro ormai a tutti che la maggioranza del popolo iraniano è contraria alla Repubblica Islamica. E lo dimostra anche il fatto che le proteste siano di segno diverso e non più solo pacifiche. «Usando una metafora, è come se l’Iran fosse un corpo che si trascina da troppi anni dei massi diventati troppo pesanti per reggerli», osserva Mandrelli. «E allora non si può pretendere che quando le forze della repressione entrano in un ospedale e sparano sui malati, sui medici, oltre che sui manifestanti, ci siano solo canti e marce silenziose», aggiunge Mandrelli che sui social media traduce fatti ed episodi delle giornate e notti di proteste dopo aver verificato le fonti. «Al netto della sproporzione delle forze in campo, ora i manifestanti reagiscono, hanno imparato dall’esperienza del movimento Donna, Vita, Libertà, pagando un prezzo altissimo. Si coprono per non farsi riconoscere, sono più attenti alla loro sicurezza, usano pietre e molotov, erigono barricate, reagiscono contro un apparato repressivo e feroce. Si tratta di un elemento nuovo rispetto al passato, ma una cosa è certa: la rivoluzione culturale di Donna, Vita, Libertà che ha chiesto il cambio del regime, senza margini di negoziazione, ha segnato il cambio di passo».

E infatti ora si vedono scene incredibili. In un piccolo comune della regione curda, Abdanan, la maggioranza della popolazione è scesa nelle strade, creando una fiumana di persone che gridavano slogan e hanno espugnato il commissariato. Nei filmati si vedono gli agenti sul tetto che applaudono i manifestanti mentre in altre città chi protesta ha chiesto alle forze di repressione di unirsi a loro e tentano persino di abbracciarli. E, ancora più incredibile, quanto successo a Qom, fulcro teologico sciismo e pilastro ideologico della Repubblica Islamica, dove i cittadini sono riusciti a fermare i basij, a requisire le loro moto e metterli in fuga. Quindi non bisogna dimenticare che se è arrivata, forse, la resa dei conti fra un popolo guidato dalla rabbia contro il regime e i suoi aguzzini, è evidente che chi protesta sembra avere una ragione diversa e comune per sperare di scrivere l’ultimo capitolo della Repubblica Islamica. Ed è stato fondamentale, ci fanno notare tutte le attiviste, il varco aperto dalla generazione Z di Donna, Vita, Libertà che ha pagato un prezzo altissimo.

«Come attivista per i diritti umani, faccio fatica a considerare ciò che sta accadendo come una semplice protesta momentanea. Siamo di fronte al risultato diretto di una cattiva governance strutturale: corruzione sistemica, saccheggio delle risorse pubbliche, reti di potere economico legate agli apparati di sicurezza e manipolazione deliberata dei mercati dell’oro e della valuta per garantire la sopravvivenza del sistema», osserva Delshad Marsous, fashion designer e anche lei voce potente delle proteste della diaspora. «Non bisogna dimenticare le crisi profonde come quella idrica e ambientale, conseguenza di decenni di decisioni ideologiche e irresponsabili il cui costo è ricaduto interamente sulla popolazione», osserva. «Inoltre, la strategia del conflitto permanente ha imposto un prezzo altissimo alla società. L’ostilità continua verso il mondo, in particolare verso Stati Uniti e Israele, non ha prodotto maggiore sicurezza né benessere. Al contrario, ha generato isolamento internazionale, sanzioni logoranti, impoverimento diffuso e una costante minaccia di guerra. I recenti attacchi di Israele contro obiettivi e comandanti dei Guardiani della Rivoluzione Islamica hanno incrinato, al di là delle narrazioni ufficiali, uno dei pilastri fondamentali del potere: il mito dell’invincibilità degli apparati militari e di sicurezza. Per molti cittadini, la paura ha iniziato a perdere il suo carattere assoluto. Negli ultimi mesi, le interferenze dirette del governo nei conti bancari, le restrizioni sulle transazioni finanziarie dei commercianti e dei gioiellieri, così come l’immissione e il successivo ritiro mirato di valuta dal mercato, hanno significato, nei fatti, un prelievo forzato dai loro capitali. Politiche presentate come “controllo del mercato” hanno distrutto anche quel minimo residuo di fiducia», chiosa.

«È in questo contesto che l’espansione delle proteste verso le città più piccole, le aree periferiche e le province marginalizzate assume un significato chiaro. Quando la protesta nasce ai margini, significa che la pressione sociale ha superato ogni soglia di tolleranza. I manifestanti di oggi, nella maggior parte dei casi, non hanno più nulla da perdere: né sicurezza economica, né un futuro prevedibile, né fiducia in una riforma possibile dall’interno del sistema. La società iraniana sta attraversando una trasformazione profonda: un passaggio inevitabile da un ordine religioso imposto verso una visione più secolare, moderna e basata sui diritti. In questo processo, il movimento “Donna, Vita, Libertà” non è stato un episodio isolato, ma uno spartiacque storico. La realtà, per quanto scomoda, è chiara: una parte significativa della società iraniana ha superato non solo la Repubblica Islamica come sistema politico, ma anche la sua ideologia. La protesta non è più rivolta a singole politiche o figure, ma esprime il rifiuto di un modello di potere percepito come repressivo, inefficiente e anacronistico».

Morale: ciò che oggi emerge nelle strade, nelle città periferiche e nei canali di comunicazione informali è il segnale di una frattura profonda tra Stato e la società, una frattura valoriale e politica. E le attiviste di Donna, Vita, Libertà sono convinte che senza la ribellione del 2022, che per la prima volta ha sfidato il regime e suoi capisaldi religiosi senza voler negoziare pezzi di libertà per arrivare alla liberazione, abbia creato una rivoluzione culturale. Soprattutto per le nuove generazioni, certo, ma non solo. E così la Repubblica Islamica è diventato un corpo che, per ora, sta in piedi grazie all’apparato repressivo ma è un sacco vuoto. La rabbia ha portato a reazioni violente che non escludono il fatto che tanti hanno chiesto ai militari di mettere i fiori nei loro cannoni perché molti cittadini si sono rivolti ai militari nelle piazze, chiedendo di deporre le armi per il bene di tutto un popolo.

Nella foto di apertura (da sinistra a destra) Rayhane Tabrizi, Leyla Mandrelli, Delshad Marsous. Credit Lorenzo Ceva Valla

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