Medio Oriente

Israele mette al bando le ong e strozza lo spazio umanitario in Palestina

Il governo israeliano ha notificato a 37 organizzazioni non governative l'interruzione delle attività umanitarie nella Striscia di Gaza a partire dal 1° gennaio 2026 perché non soddisferebbero i nuovi requisiti per operare in quel territorio, oltre che in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. «Limitare o impedire l’operatività delle ong significa normalizzare condizioni di vita incompatibili con il rispetto della dignità umana», scrive Sandro De Luca, presidente di Link 2007, rete di ong italiane. «Subordinare l’accesso all’assistenza umanitaria a valutazioni politiche vuol dire snaturare l’essenza stessa dell’azione umanitaria e trasformarla in uno strumento condizionato, esposto a pressioni e ricatti»

di Sandro De Luca

Il governo israeliano ha notificato a 37 organizzazioni non governative la revoca della licenza per le attività umanitarie nella Striscia di Gaza a partire dal 1° gennaio 2026 perché non soddisferebbero i nuovi requisiti per operare in quel territorio, oltre che in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Le ong avranno due mesi per concludere tutte le attività. «A partire dal 1° gennaio 2026, il governo israeliano applicherà misure normative aggiornate per le Ong internazionali. Le organizzazioni che non avranno rispettato gli standard di sicurezza e trasparenza richiesti vedranno sospese le loro licenze. Queste misure fanno seguito alle conclusioni secondo cui dipendenti di alcune organizzazioni internazionali sarebbero stati coinvolti in attività terroristiche», si legge nel comunicato stampa rilasciato dal Ministero israeliano per gli Affari della Diaspora e la Lotta all’Antisemitismo. «Il quadro normativo aggiornato», continua la nota, «stabilisce chiari requisiti di trasparenza, tra cui la piena divulgazione di informazioni su personale, fonti di finanziamento e strutture operative. Le organizzazioni che non si sono conformate sono state formalmente informate che le loro licenze sarebbero state revocate a partire dal 1° gennaio 2026 e che avrebbero dovuto completare la cessazione delle loro attività entro il 1° marzo 2026». Il governo israeliano giustifica il provvedimento sostenendo che le Ong non abbiano fornito informazioni sufficienti a smentire i presunti contatti tra i loro dipendenti e le sigle del terrorismo locale. Tra le ong coinvolte dalla misura anche Medici Senza Frontiere, ActionAid, Oxfam, WeWorld, Caritas Gerusalemme. Tutte realtà con una presenza storica in Palestina. Il commento di Sandro De Luca, presidente di Link 2007, rete di ong italiane impegnate nella cooperazione internazionale e nell’azione umanitaria.

Negli ultimi mesi, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (Ocha) ha lanciato appelli sempre più espliciti e preoccupati in relazione alle nuove regole introdotte dalle autorità israeliane per la registrazione e l’operatività delle ong internazionali. Secondo l’ultimo statement pubblico di Ocha, in assenza di un intervento correttivo immediato, una parte significativa delle organizzazioni umanitarie internazionali avrebbe rischiato la de‑registrazione e la conseguente sospensione delle attività nei Territori Palestinesi Occupati con un impatto diretto e devastante sulla capacità di fornire assistenza salvavita a una popolazione civile già sottoposta a livelli estremi di violenza, distruzione e privazione. Lo stesso Consiglio Europeo aveva invitato il 18 dicembre scorso il governo israeliano a non attuare la legge sulla registrazione delle Ong nella sua forma attuale. Nonostante tutto, il processo è in corso e ha già determinato l’espulsione di numerose e importanti organizzazioni.

Link 2007 – rete di ong italiane impegnate nella cooperazione internazionale e nell’azione umanitaria – considera questo sviluppo come un passaggio di particolare gravità. Non si tratta di una questione tecnica o amministrativa, bensì di un processo che incide profondamente sulla possibilità stessa di garantire protezione ai civili, di rispettare il diritto internazionale umanitario e di preservare lo spazio umanitario come ambito neutrale, indipendente e protetto. In un contesto già segnato da un collasso generalizzato dei servizi essenziali, restringere ulteriormente l’accesso umanitario significa accettare consapevolmente un abbassamento della soglia di umanità.

Le nuove regole di registrazione imposte da Israele introducono un quadro normativo profondamente diverso rispetto al passato. Alle Ong internazionali viene richiesto di fornire informazioni dettagliate e sensibili su personale, partner locali e fonti di finanziamento, mentre la concessione o il rinnovo della registrazione può essere negata sulla base di criteri vaghi e politicamente connotati, come la presunta “delegittimazione” dello Stato di Israele. L’assenza di procedure di ricorso chiare e indipendenti e il legame diretto tra registrazione, rilascio dei visti e possibilità di accesso ai territori producono un clima di incertezza giuridica che compromette la continuità degli interventi umanitari e rende strutturalmente fragile la presenza internazionale.

Link 2007 ha più volte sottolineato, anche in coordinamento con altre reti europee e internazionali, come l’introduzione di criteri politici nella valutazione dell’operato umanitario rappresenti una violazione sostanziale dei principi di neutralità, imparzialità e indipendenza. Subordinare l’accesso all’assistenza umanitaria a valutazioni politiche significa snaturare l’essenza stessa dell’azione umanitaria e trasformarla in uno strumento condizionato, esposto a pressioni e ricatti. Questo passaggio non riguarda soltanto Israele o il contesto palestinese, ma contribuisce a consolidare un precedente pericoloso per l’intero sistema umanitario globale.

Questo sviluppo va letto all’interno di un quadro internazionale più ampio e sempre più preoccupante. Negli ultimi anni, l’azione umanitaria si è trovata a operare in uno spazio progressivamente più ristretto e ostile. In un numero crescente di contesti, le organizzazioni umanitarie vengono delegittimate nel dibattito pubblico, esposte a rischi diretti e sottoposte a forme di pressione che ne compromettono l’indipendenza e la capacità operativa. Le Ong sono accusate di parzialità ogni volta che il loro lavoro rende visibili violazioni del diritto internazionale umanitario o dei diritti umani, e vengono presentate come attori “politici” quando esercitano la loro funzione di testimonianza e protezione.

Parallelamente, si è assistito a una proliferazione di controlli amministrativi sempre più invasivi. Procedure di registrazione complesse, richieste di informazioni sensibili su personale e partner locali, criteri opachi per il rinnovo delle autorizzazioni e l’assenza di meccanismi di ricorso efficaci trasformano l’amministrazione in uno strumento di pressione politica. Questi dispositivi non mirano semplicemente a garantire trasparenza o correttezza, ma diventano nei fatti meccanismi di controllo e manipolazione, capaci di condizionare il comportamento delle organizzazioni e di limitarne la libertà di azione e di parola.

Il caso del governo israeliano è paradigmatico di questa tendenza globale. I criteri di registrazione delle Ong internazionali risultano così ampi e indeterminati da prestarsi a interpretazioni arbitrarie e strumentali. Concetti come la presunta “delegittimazione” dello Stato, l’analisi delle posizioni pubbliche delle organizzazioni o il vaglio delle loro reti di partenariato diventano elementi centrali nella valutazione dell’idoneità a operare. In questo modo, l’accesso umanitario viene subordinato a una valutazione politica dell’operato delle Ong, in aperto contrasto con i principi fondamentali dell’azione umanitaria.

Questa dinamica riflette una crisi più profonda del sistema multilaterale. È sempre più evidente come il mondo contemporaneo sembri orientato a considerare i principi e la logica stessa dell’ordine multilaterale come irrilevanti o, nel migliore dei casi, utilizzati in modo strumentale. Gli Stati appaiono sempre meno disposti a riconoscersi vincolati da regole comuni, nemmeno sul piano formale, e sempre più inclini a utilizzare le istituzioni internazionali quando ciò risulta funzionale ai propri interessi contingenti. Le istituzioni multilaterali vengono mantenute in vita, ma progressivamente svuotate di efficacia, mentre il diritto internazionale umanitario viene applicato in modo selettivo o apertamente ignorato.

Questo processo rappresenta una delle minacce più gravi all’idea stessa di un ordine internazionale fondato su regole condivise. Vi è un parallelo inquietante che non può essere ignorato: la logica che porta alcuni Stati a rifiutare l’esistenza di limiti comuni e di un’umanità condivisa non è, nella sua struttura profonda, così distante da quella adottata dalle organizzazioni terroristiche, che negano ogni identità umana comune e giustificano la violenza assoluta. Quando anche gli Stati iniziano ad adottare una simile logica, il rischio è una normalizzazione della disumanizzazione.

Al centro di questa riflessione rimane il primo asse fondamentale del posizionamento del mondo umanitario: la salvaguardia di un livello minimo di dignità umana. L’azione delle organizzazioni nasce dal riconoscimento che, anche nei conflitti più estremi, esiste una soglia al di sotto della quale la vita umana non può essere spinta. Garantire accesso alle cure mediche essenziali, a cibo, acqua e servizi igienico‑sanitari, proteggere i civili e in particolare le persone più vulnerabili non è un obiettivo accessorio, ma il fondamento stesso dell’intervento umanitario. Limitare o impedire l’operatività delle Ong internazionali significa accettare che questa soglia venga abbassata e normalizzare condizioni di vita incompatibili con il rispetto della dignità umana. In questa prospettiva la dignità non è negoziabile e non può essere subordinata a considerazioni politiche, militari o di sicurezza.

Esiste poi un legame strutturale tra dignità e pace. Non esiste alcun processo di pacificazione possibile in assenza di condizioni minime di vita dignitose per la popolazione civile. La negazione sistematica dei bisogni fondamentali alimenta frustrazione, rabbia e sfiducia, rafforza dinamiche di disumanizzazione e riduce drasticamente lo spazio sociale e politico in cui una soluzione pacifica può essere immaginata. L’azione umanitaria non sostituisce un processo politico di pace, ma ne costituisce una precondizione essenziale.

Di fronte a questo scenario, la comunità internazionale non può limitarsi a dichiarazioni di principio. Il mondo delle organizzazioni umanitarie ha chiesto con forza una revisione delle nuove regole di registrazione. Siamo consapevoli di quanto il governo israeliano appaia indifferente e non influenzabile dagli appelli e dalle richieste degli organismi internazionali, ma il silenzio o l’ambiguità rischiano di essere interpretati come un’accettazione tacita di un precedente estremamente pericoloso. Ciò che è oggi in gioco non riguarda soltanto il futuro di alcune Ong internazionali, ma la tenuta di un principio universale: che anche nei conflitti più violenti esistano limiti e responsabilità. Difendere l’azione umanitaria significa difendere il diritto delle persone a non essere ridotte a mera sopravvivenza e preservare le condizioni minime per un futuro diverso dal conflitto permanente. 

L’impatto concreto sui bisogni essenziali della popolazione civile

Le conseguenze concrete e immediate che deriverebbero dalla riduzione o dallo smantellamento della presenza delle Ong internazionali sono evidenti. Non si tratta di un rischio astratto o futuro, ma di un impatto diretto sulla capacità di rispondere a bisogni vitali già oggi largamente insoddisfatti.

La de-registrazione di organizzazioni umanitarie con decenni di esperienza operativa e una solida reputazione internazionale avrà conseguenze sulla vita di centinaia di migliaia di persone. In un contesto in cui l’insicurezza alimentare ha raggiunto livelli estremi, la sospensione o il rallentamento dei programmi di distribuzione alimentare e di sostegno nutrizionale significherebbe esporre intere famiglie, e in particolare bambini, donne in gravidanza e anziani, a rischi immediati di malnutrizione acuta e cronica. Come sottolineato dal Coordinatore Umanitario, nessun attore alternativo sarebbe in grado di colmare rapidamente il vuoto lasciato da una rete umanitaria smantellata o indebolita.

Un impatto altrettanto grave riguarda l’accesso a livelli minimi di assistenza sanitaria. Le Ong internazionali svolgono un ruolo essenziale nel garantire servizi medici di base, cure di emergenza, supporto alle strutture sanitarie locali e assistenza a persone con patologie croniche. La loro esclusione comporterebbe l’interruzione di programmi salvavita, la riduzione della capacità di risposta alle emergenze e un ulteriore collasso di un sistema sanitario già al limite. Ocha ha ribadito che limitare l’operatività degli attori umanitari in questo settore equivale ad accettare un aumento prevedibile e prevenibile della mortalità.

Particolarmente critico è infine l’impatto sull’assistenza alle popolazioni costrette a vivere in condizioni logistiche estreme, come gli sfollati interni e le famiglie che organizzano il proprio alloggio in contesti di distruzione. Le Ong con maggiore esperienza sono spesso le uniche in grado di operare in contesti caratterizzati da distruzione delle infrastrutture, accesso limitato, restrizioni alla mobilità e gravi carenze di servizi essenziali. La loro presenza garantisce l’accesso all’acqua potabile, a servizi igienico-sanitari minimi, a ripari di emergenza e a meccanismi di protezione per le persone più vulnerabili. Smantellare questa rete significa lasciare intere comunità senza alcuna forma di supporto strutturato.

L’azione umanitaria non è sostituibile né improvvisabile. La risposta ai bisogni fondamentali richiede competenze tecniche, conoscenza del contesto e fiducia costruita nel tempo. Indebolire o espellere attori umanitari con grande esperienza e reputazione internazionale non produce un semplice rallentamento operativo, ma un vuoto strutturale che si traduce in sofferenza evitabile e nella negazione di diritti fondamentali. Per Link 2007, questo elemento rende ancora più evidente la gravità delle scelte in corso. La restrizione dello spazio umanitario non è una questione astratta di principi, ma una decisione che ha conseguenze dirette sulla vita quotidiana delle persone. Ridurre la capacità di risposta ai bisogni essenziali significa accettare che fame, malattia e condizioni di vita disumane diventino una componente normalizzata del conflitto. È proprio contro questa normalizzazione che l’azione umanitaria continua a rappresentare una linea di resistenza etica e politica irrinunciabile.
Difendere lo spazio umanitario significa difendere l’idea che anche nei conflitti più estremi esistano limiti, responsabilità e un’umanità condivisa. Senza spazio umanitario non c’è protezione dei civili; senza dignità umana non può esistere alcuna pace giusta e duratura.

AP Photo/Abdel Kareem Hana/Associated Press/LaPresse

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