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L'avventura del Natale nel corpo fragile degli ucraini

24 Dicembre Dic 2022 1326 24 dicembre 2022

"C’è tanto da fare per potersi augurare un vero Buon Natale reciprocamente, ma prima di tutto c’è da ricercare quell’incontro. Siamo chiamati a guardare Kiev come nuova Betlemme, siamo chiamati a metterci fisicamente in cammino". La riflessione del portavoce del Mean (Movimento europeo di azione non violenta)

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Profughi Ucraina
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"C’è tanto da fare per potersi augurare un vero Buon Natale reciprocamente, ma prima di tutto c’è da ricercare quell’incontro. Siamo chiamati a guardare Kiev come nuova Betlemme, siamo chiamati a metterci fisicamente in cammino". La riflessione del portavoce del Mean (Movimento europeo di azione non violenta)

Il Natale che viviamo in Europa è il primo, dopo i fatti orribili della ex Jugoslavia, in cui la guerra non prende tregua, soffia ai nostri confini e intende piegare un popolo libero, togliendo luce ed acqua alla popolazione civile. Un novello Erode vuole che ogni primogenito ucraino si inginocchi alla sua forza e che magari chieda anche benevolenza.

È davvero difficile scambiarsi gli auguri in questa notte buia. Penso a Igor che non smette mai di organizzare evacuazioni e di cantare in auto, a Violetta che con un sorriso a volte brillante a volte tragico cerca di organizzare nel minimo dettaglio ogni aspetto della loro resistenza, a padre Ihor ed i suoi 170 seminaristi di Leopoli che attendono la vittoria come si attende la Pasqua, a Gloria ed alla sua dolce determinazione nel tessere relazioni, a Vlada ed alla sua giovane vita immersa nel sostegno ai suoi connazionali costretti a difendersi in frontiera, a Taras sempre scettico su tutto eppure sempre operativo, ad Anna ed alla sua esile delicatezza nel bel mezzo degli allarmi aerei, a Yuri che non vuole combattere e si sente emarginato in un mondo che chiede sempre più azione, ai sindaci che abbiamo incontrato ed alle loro comunità , agli anziani fragili di quelle terre, a chi cerca ancora riparo dopo i fatti di Mariupol, come Ludmilla, a Vania che ha perso il suo violino nell'aggressione e non ha mai smesso di studiare, a chi in Italia teme ogni giorno per suo fratello ed i suoi compagni di scuola, come Tatyana, a chi è rimasto in quelle terre per compiere il dovere di raccontare, come Nello, Giacomo, Vito.

Penso alla loro rabbia ed alla loro speranza, alle paure ed alle strategie quotidiane per andare avanti mentre devono mandare avanti anche le loro famiglie e la loro vita lavorativa, alle loro preghiere ed alle loro imprecazioni.

Questo Natale ci restituisce, nel popolo ucraino che non smette di resistere, il “corpo” degli oppressi. Il dibattito social, le “idee” sulla giustizia, le letture analitiche delle colpe geopolitiche delle parti, non hanno grande peso nella casa di chi vuol costruire pace e giustizia rischiando in prima persona. Il Natale non è un’idea, è un bambino che nasce in carne ed ossa, in una notte oscura ed in condizioni precarie, in una metropolitana, in una tenda della protezione civile ucraina, su un barcone, sulla rotta balcanica.

Questo è l’unico Natale che abbiamo conosciuto nell’anno zero, due millenni fa, e che ancora ci interroga e ci sorprende per la sua “forza debole” . Siamo chiamati a superare il grande “misunderstanding” del Fedone di Platone, per il quale il cristianesimo è stato portato per secoli a separare corpo ed anima, dando al primo un’accezione sminuita ed alla seconda uno stato di esaltazione fuori misura, dobbiamo riprendere in mano il valore spirituale delle nostre braccia e delle nostre gambe.Quando i nostri corpi, come i pastori, si incamminano fisicamente, e non solo idealmente, verso le ingiustizie del mondo, provando a lenire le ferite dell’ odio con un incontro fisico, non sono più pezzi di carne, sono ostie, sono materia che entra nella dimensione del sacro.

Questo Natale ci restituisce il richiamo del corpo che da solo non regge il dolore e la paura delle ingiustizie del mondo, gli occhi che si alzano al cielo in attesa che compaia una cometa che indichi la via della pace e del riposo, la fraternità e la sororità che non sgorgano da “un’idea” di umanità, ma da un incontro in carne ed ossa.

C’è tanto da fare per potersi augurare un vero Buon Natale reciprocamente, ma prima di tutto c’è da ricercare quell’incontro. Siamo chiamati a guardare Kiev come nuova Betlemme, siamo chiamati a metterci fisicamente in cammino.

Le migliaia di scatoloni pieni di indumenti, farmaci e viveri che, attraverso il lavoro delle braccia di centinaia di volontari, viaggeranno dall’Italia a Kiev, saranno solo piccole stelle comete nella notte, sarà un modo di dire “noi ci siamo”.

Come MEAN- Movimento Europeo di Azione Nonviolenta gridiamo da qui il nostro “noi ci siamo” ad un popolo di amici conosciuti in carne e ossa durante quest’anno, amici a cui è toccato in sorte di ricordarci cosa sia il Natale: continuare a nascere ed augurarsi il meglio reciprocamente, nonostante la notte buia, sentirsi uniti al Cristo che nacque proprio mentre i suoi genitori fuggivano e che non ci ha salvato quella notte, ma da lì ci ha indicato la strada per un’unanimità migliore.

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