Società
Italiani sempre più pessimisti: due su tre non vedono miglioramenti all’orizzonte
I dati del report “FragiItalia” elaborati dall’Area studi Legacoop e Ipsos. Rispetto all'inizio dello scorso anno restano al primo posto le preoccupazioni per le guerre (55%), mentre i cambiamenti climatici pur calando di 10 punti preoccupano il 45% del campione. Per il presidente di Legacoop Simone Gamberini si registrano: «Incertezze profonde e disuguaglianze crescenti, soprattutto nel ceto popolare». E servirebbero «risposte concrete fondate su coesione e giustizia sociale, lavoro di qualità e sostenibilità»
di Redazione
Decisamente poco ottimisti. È questo il mood degli italiani riguardo alle prospettive del nostro Paese per il nuovo anno, in particolare quelli appartenenti al ceto popolare. Due su tre (il 62%, un punto percentuale in più sulla rilevazione dell’anno scorso, e il 78% nel ceto popolare) non si prefigurano un miglioramento della situazione complessiva dell’Italia, in parallelo con le aspettative di segno negativo sull’evoluzione dello scenario economico: 4 su 10 (il 40%, due punti in meno sullo scorso anno, il 61% nel ceto popolare, in aumento di 2 punti) prevedono una fase di recessione ed il 31% (-3 punti) di stagnazione; 6 su 10 (il 62%, 1 punto in meno, ma il 74% nel ceto popolare, in aumento di 4 punti) si aspettano un aumento del costo della vita.
Ottimismo per le relazioni familiari
Va un po’ meglio per la situazione familiare, dove, insieme con la diminuzione di chi la prevede “altalenante” con alti e bassi (il 58%, 3 punti in meno rispetto a un anno fa) e la stabilità di chi prevede un anno di crisi (l’8%, ma con un dato che sale al 28% nel ceto popolare, in aumento di 2 punti), si delineano aspettative di segno positivo per l’andamento delle relazioni familiari (85%), le relazioni con gli amici (80%), l’amore e gli affetti (77%), la salute (75%), il lavoro (64%).
Il report Fragilitalia
Sono queste le principali evidenze che emergono dal report FragilItalia “Le previsioni per il 2026 – Uno sguardo al futuro”, elaborato da Area Studi Legacoop e Ipsos, in base ai risultati di un sondaggio su un campione rappresentativo della popolazione, per testarne le opinioni sul tema.
«All’inizio di questo 2026 non possiamo dire di non sapere che l’Italia è un Paese attraversato da un sentimento diffuso di incertezza e preoccupazione per il futuro, che colpisce in modo particolarmente duro il ceto popolare», sottolinea Simone Gamberini, presidente Legacoop. «Il timore di un ulteriore aumento del costo della vita, la percezione di precarietà e il senso di esclusione sociale segnalano una frattura che rischia di ampliarsi ulteriormente se non si interviene con decisione».
Accanto a questo quadro, continua Gamberini «emerge anche la volontà delle persone di difendere e valorizzare la dimensione familiare, relazionale e comunitaria; è un bisogno di protezione, e quindi una conferma delle tensioni diffuse, ma allo stesso tempo un fattore che continua a rappresentare un fondamentale elemento di tenuta sociale. È su questa base che occorre ricostruire fiducia e prospettive. Servono politiche pubbliche orientate alla coesione e alla giustizia sociale, alla promozione del lavoro di qualità e alla sostenibilità, capaci di dare risposte concrete alle fragilità che emergono con chiarezza. Solo così sarà possibile ridurre le distanze, ricomporre il patto sociale e restituire al Paese una prospettiva di sviluppo più giusta e condivisa».
E conclude: «Non possiamo certo dire che gli indirizzi dell’ultima legge di bilancio vadano in questa direzione, ma speriamo che il nuovo anno porti consiglio».
La speranza ridotta dei ceti popolari
Il “tono” più positivo sulla situazione familiare rispetto alle percezioni relative al contesto generale trova una conferma nel fatto che il 57% degli intervistati (3 punti in più; percentuale che sale all’86% nel ceto medio) vede in miglioramento o positive le aspettative sulla propria situazione economica e il 51% (1 punto in più; sale all’81% nel ceto medio) la propria capacità di spesa. Anche sotto questo aspetto sono comunque rilevanti le differenze in base alla collocazione sociale.
Il 78% (+ 2 punti) degli appartenenti al ceto popolare è preoccupato per l’evoluzione della situazione economica della propria famiglia contro un dato medio del 36% e il 44% (- 4 punti) contempla la possibilità di dover svolgere lavori precari, rispetto ad un dato medio del 29%.
La stessa divaricazione segna anche la percezione di essere inclusi o esclusi dalla società. Il dato medio di chi sente di essere completamente o in buona misura incluso (57%, 2 punti in più), sale al 77% (+ 5 punti) per il ceto medio; la percentuale di chi si sente parzialmente o totalmente escluso (il 42%, con 2 punti in meno) balza al 71% (dato invariato sullo scorso anno) per il ceto popolare.
I “nemici del futuro”
Interessanti, anche per le variazioni che si registrano sull’anno scorso, i dati relativi alla classifica delle preoccupazioni per il futuro, dei fattori che possono essere definiti come “nemici del futuro”.
Al primo posto le guerre (55%, 5 punti in meno), seguite dai cambiamenti climatici (45%, in calo di ben 10 punti), da un’eccessiva ricchezza concentrata in poche mani (39%, in crescita di 3 punti); dalle tasse (32%, in aumento di 8 punti) e dall’inflazione (stabile al 32%).
Largamente coerenti con i valori registrati dall’indicazione degli aspetti problematici, quelli relativi alle parole considerate più importanti per il futuro: pace (42%, 1 punto in più), sicurezza (40%, 1 punto in più), giustizia sociale (stabile al 38%), democrazia (stabile al 35%), stabilità (31%, in calo di 2 punti).
Completano i risultati della rilevazione le indicazioni relative alla percezione di quanto c’è di sbagliato nella società di oggi. Al primo posto si collocano le guerre (44%, + 2 punti), seguite dalla perdita di potere d’acquisto delle famiglie (38%, 1 punto in meno; 44% nel ceto popolare), dalla mancanza di prospettive per i giovani (30%, 3 punti in più), dall’individualismo egoistico (28%, + 2 punti).
In apertura photo by Shashank Sahay on Unsplash
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