I tre bimbi allontanati
La casa nel bosco
Sono ormai noti urbi et orbi come "la famiglia che vive nel bosco". Il Tribunale per i minorenni de L'Aquila ha disposto il collocamento in una casa-famiglia per i tre bambini, che ora sono lì insieme alla mamma. Per i genitori è stata disposta la limitazione della responsabilità genitoriale. Un caso che ha polarizzato l'opinione pubblica, ma in cui serve fare un salto dalla semplificazione alla complessità. Tre punti per riflettere e la testimonianza di un papà che ci è passato
Sul fatto che per Nathan Trevallion e Catherine Birmingham – avranno diritto a un nome e a non essere raccontati solo come “novella famiglia Ingalls” – il Tribunale per i minorenni de L’Aquila abbia deciso la limitazione della responsabilità genitoriale con affidamento al Servizio Sociale e abbia temporaneamente collocato i tre bambini (decisione temporanea, in vista di un possibile ricongiungimento, ricordiamolo) in una casa-famiglia insieme alla mamma, ognuno probabilmente ha la sua opinione personale. Accade sempre quando c’è di mezzo qualcosa che ci tocca in maniera viscerale: i figli. Nella gran parte dei casi il nostro giudizio prescinde dall’aver letto le carte del Tribunale (che pure si trovano online, questa volta) e si radica inevitabilmente su due righe lette sui social, un servizio in tv e nell’emotività. Il punto è che la faccenda è troppo seria per essere lasciata alle opinioni dei singoli e alle ondivaghe sensazioni di pancia. Lo spaccato delle posizioni emerge bene dagli oltre 3mila commenti scritti sotto il post del Presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio (FdI).
Bosco vs Tribunale?
Le reazioni sono polarizzate. Probabilmente se tutta la famiglia fosse insieme collocata in un altro contesto, per ulteriori approfondimenti da parte dei servizi, le cose sarebbero diverse. La vicenda tuttavia ancora una volta ci sfida a fare un salto dalla semplificazione alla complessità, consapevoli della difficoltà del giudizio. Da un lato ci sono i commenti indignati per l’ordinanza del Tribunale, con quattro filoni di argomentazione.
- Questi genitori stanno crescendo i loro figli nella natura, né più né meno di come sono cresciuti i nostri nonni, a cui i figli nessuno li ha tolti («corrono nei campi e nessuno è mai morto per non avere il bagno in casa»);
- Il tema della libertà educativa («i figli ognuno li cresce e li educa come meglio ritiene» e «non hanno fatto male a nessuno»);
- Il fascino irresistibile che esercita una scelta di vita così radicale e alternativa, centrata sulla natura («questa famiglia che incarna un esperienza di libertà dal consumismo, dai bisogni indotti, dagli smartphones, dalla televisione rappresenta un modello sovversivo»);
- Il paradosso per cui i magistrati abbiano allontanato i bambini preoccupati per la mancanza di una “socialità strutturata” mentre oggi ovunque in moltissime famiglie italiane “conformi” al modello quella socialità strutturata i bambini non l’hanno affatto, senza che questo desti la preoccupazione di nessuno («ma i ragazzini che passano ore da soli in casa davanti alla play station non subiscono incursioni da parte delle assistenti sociali?»).
La frase che sintetizza queste posizioni è quella che sui social va per la maggiore (ed è attribuita a Paolo Crepet): «Separare un bambino dai genitori è un trauma enorme. Può segnare tutta la vita. E allora mi chiedo: vanno bene i genitori incollati al telefono tutto il giorno, ma non va bene chi vive libero nei boschi? Non è bosco o città. È equilibrio».

Quattro filoni di argomentazione anche dall’altra parte, tra chi si sente più in sintonia con le ragioni del Tribunale e ne appoggia la scelta di allontanare i tre bambini.
- Ragionevolmente dobbiamo pensare che una decisione così grave, sia stata ponderata e riflettuta dagli operatori dei servizi e del Tribunale, il cui lavoro appunto è valutare situazioni complesse e valutare nel migliore interesse dei minori: non possiamo delegittimare ogni volta a priori i servizi e la tutela minori.
- La felicità dei bambini, dichiarata ovunque, non basta a garantire il loro benessere: un bambino che non va nemmeno a scuola ha come unica esperienza di vita quella della famiglia in cui vive e quindi la condizione in cui vive – fosse pure di trascuratezza – gli sembrerà normale. In particolare, il Tribunale precisa che «l’ordinanza cautelare non è fondata sul pericolo di lesione del diritto dei minori all’istruzione, ma sul pericolo di lesione del diritto alla vita di relazione produttiva di gravi conseguenze psichiche ed educative a carico del minore.
- La non collaborazione dei genitori nelle (tante) interazioni precedenti e rispetto al precorso indicato del Tribunale: «Due camerette e un bagno in casa non sono il male assoluto, del resto la signora per vivere “tiene corsi online”. Portare i bambini dal pediatra non significa essere schiavi del sistema o discostarsi dai propri ideali. Il padre che ora dice “ok sistemiamo il bagno ma la plastica in casa nostra non entra” ha capito cosa sta succedendo? Io non credo che i bambini siano stati portati via per un capriccio, ho l’impressione che questi due genitori siano ostili alle richieste del giudice e fermi sui loro ideali».
- Si sottolinea il fatto che probabilmente se la coppia di genitori in questione non venisse da “paesi ricchi”, molti tra gli arrabbiati di oggi propugnerebbero un’altra morale.
Cosa possiamo dire per comprendere meglio questa vicenda, pur senza avere la presunzione di avere la verità in tasca? Quattro cose, mi sembra.
Uno, inefficacia dei rimedi precedenti
Uno, lo dico con le parole di Vanessa Roghi: «Io mi chiedo come fate ad avere opinioni così chiare sulla vicenda bambini nel bosco». Io non le ho, anche avendo letto l’ordinanza. E non le ho semplicemente perché non sono un tecnico. Di certo però i magistrati non hanno allontanato i bambini perché vivevano nel bosco o non avevano il bagno in casa, sul fatto che la vicenda sia estremamente complessa dobbiamo essere onesti.
In una nota del 22 novembre l’Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia-Aimmf ha ricordato che «i giudici presso il Tribunale per i minorenni hanno il dovere di intervenire tutte le volte in cui esistono concreti e attuali motivi per ritenere compromessi, o anche solo messi a rischio, i diritti fondamentali dei minori, in conseguenza di condotte dei genitori che si dimostrino obiettivamente in contrasto con la tutela di questi diritti» e che «il maltrattamento dell’infanzia spesso si esprime non solo attraverso condotte violente ma anche in forme di trascuratezza gravi e protratte nel tempo».

Ok, queste sono linee di principio. Poi però sul caso specifico scrive che «sono in questione in questa vicenda diritti fondamentali dell’infanzia come quello alla salute e alla stessa integrità psicofisica, all’educazione e alla vita di relazione coi i coetanei»: la valutazione del pregiudizio riguarda le condizioni, il diritto alla vita di relazione come bene giuridico autonomo, l’esposizione mediatica dei minori. «L’allontanamento è stato disposto secondo criteri di gradualità ed ha costituito extrema ratio dovuta all’inefficacia dei rimedi precedenti, dal momento che la decisione è stata adottata dopo un periodo di osservazione e sostegno, protrattosi oltre un anno, durante il quale le prescrizioni del Tribunale sono state sistematicamente disattese dai genitori».
Nella ordinanza c’è scritto che «contrariamente all’impegno a collaborare dichiarato all’udienza, i genitori non hanno inteso più avere incontri e colloqui con gli assistenti sociali», per esempio. Che era stato concordato un accesso settimanale dell’intero nucleo familiare presso un centro socio-psico-educativo comunale, dove si fanno attività di supporto alla genitorialità in favore di gruppi genitori-bambini, ma i genitori poi hanno rifiutato di partecipare alle attività di supporto alla genitorialità. Che hanno chiesto soldi per consentire gli accertamenti richiesti della pediatra. Avrei potuto virgolettare, ma mi pare irrispettoso linkare un’ordinanza con i nomi oscurati quando tutta Italia sa di chi stiamo parlando. E però, tutto questo lo avete letto sui social?
Due, strumentalizzazione politica dell’infanzia
Due, un punto fermo uno ce l’ho. La strumentalizzazione politica di questa vicenda, come di altre in precedenza, è ignobile. Un copione già visto, peraltro, messo in scena nello stesso identico modo da Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Come è finta Bibbiano lo sappiamo tutti. Su questo ha già scritto benissimo su VITA il mio collega Giampaolo Cerri, rimando a lui. Meloni ha già detto che auspica che il ministro Carlo Nordio a Palmoli mandi gli ispettori: ve lo ricordate il pentastellato ministro Alfonso Bonafede che soffiava sul fuoco di Bibbiano dicendo che «tutti gli operatori dovranno sentire il fiato sul collo da parte della magistratura», e istituì la “squadra speciale di giustizia per la protezione dei minori” e la “Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse alle comunità di tipo familiare che accolgono minori”? La commissione, fu costretta ad ammettere che «nel complesso non sono emerse criticità» (leggi qui), ma intanto il fango era sparso.
Il ministro Nordio peraltro ha disposto accertamenti anche nell’altra vicenda che qualche mese fa aveva mosso le corde del Paese: quella del piccolo Luca, per cui il Tribunale per i minorenni di Milano aveva disposto l’adozione ad una famiglia diversa da quella affidataria, dopo un affido di quattro anni. Qualcuno ne sa qualcosa? Io no, con pena. Ma credo che se gli accertamenti avessero fatto emergere errori nelle scelte fatte dai giudici, non saremmo qui a farci questa domanda.
Tre, la tutela minori tra delegittimazione e possibilità di errore
Tre, non abbiamo la verità in tasca. È innegabile che per i servizi sociali e per gli operatori della tutela minore avere a che fare con modelli di genitorialità “fuori standard” ponga sfide aggiuntive: un paio di anni fa la ricerca “Costruzioni di genitorialità su terreni incerti. Quale ruolo per il servizio sociale?”, con la professoressa Silvia Fargion – ordinaria di Sociologia e servizio sociale all’Università di Trento – come principal investigator, aveva indagato proprio quanto uomini e donne che si trovano a giocare il loro ruolo genitoriale in contesti di estrema povertà, in quanto rifugiati, appartenenti alla comunità Lgbt+ o con alle spalle un divorzio altamente conflittuale vivano il loro ruolo, anche rispetto al confronto con “lo standard” di tutto ciò che nella vulgata odierna un “buon genitore” deve garantire ai figli e quanto i sevizi siano in grado di comprendere e valutare correttamente le loro “pratiche del fare famiglia” arginando i bias cognitivi (qui un’intervista e qui il volume con gli esiti della ricerca, pubblicato da Il Mulino, in open access).
Oggi, sulla vicenda del bosco, cito tre esperti che nella tutela minori hanno quotidianamente le mani in pasta. L’avvocato Marco Scarpati, esperto di diritto minorile, che il provvedimento del Tribunale per i minorenni lo ha letto, scrive che «la situazione appare assai complessa e frutto di analisi anche psicologiche che mi destano dubbi e perplessità. Quelle che mi sfuggono sono le analisi sui diritti genitoriali e sull’interesse dei minori, che mi paiono giungere a conclusioni assai discutibili: non c’erano possibilità intermedie? Non sono riferite le richieste delle difese: non vanno garantite in questi importanti procedimenti, sia per ogni minore che per i genitori? Forse occorre ripensare il moderno processo minorile».
«Non si può fare di ogni scelta di vita alternativa un abuso, né di ogni intervento dello Stato una violenza. Bisogna giudicare caso per caso, con quella facoltà di giudizio che non si sostituisce con nessun algoritmo e nessun protocollo», riflette qui Gianfranco Rafele, presidente della cooperativa sociale Kyosei che appunto si occupa di minori, in un immaginario dialogo Hannah Arendt sul tema.
Nicola Artico, responsabile U.F. Salute Mentale Infanzia Adolescenza di Livorno, dice che «certo, anche qui ci possono essere errori, perché quando parliamo di tasso di pregiudizio di un minorenne, non abbiamo “cut-off” chiari come per il colesterolo», «ma senza queste istituzioni — imperfette, umane, fallaci — per i bambini non rimane il bosco: rimane la giungla».
Ci possono essere errori, perché quando parliamo di tasso di pregiudizio di un minorenne, non abbiamo “cut-off” chiari come per il colesterolo. Ma senza queste istituzioni — imperfette, umane, fallaci — per i bambini non rimane il bosco: rimane la giungla
Nicola Artico, responsabile U.F. Salute Mentale Infanzia Adolescenza, Livorno
Quattro, Fabio che ci è passato
Quattro, lascio parlare chi ci è passato da questa ferita della sospensione temporanea della responsabilità genitoriale. Un papà adottivo, Fabio Selini (ho chiesto il permesso), su Facebook scrive la sua testimonianza/riflessione. È lunga ma merita.
«La “limitazione/sospensione” della capacità genitoriali è capitata anche a noi. Ma come? A me che sono un cittadino modello, un contribuente puntuale, un lavoratore del sociale, uno con una storia di volontariato lunga un papiro, un padre scrupoloso e attento. Ho perfino l’acqua corrente in casa e un bagno igienicamente irreprensibile. Eppure… eppure anche a me e mia moglie hanno sospeso la capacità genitoriale per alcuni mesi. Motivo? Sempre e comunque la tutela del minore che, anche quando sembra che si stia andando da un’altra parte, è la stella polare di ogni iniziativa di questo tipo. O almeno, la legge dice questo», scrive.
«Di fronte a questa decisione del Tribunale per i minorenni, mi sono incazzato? Certamente. L’ho trovata irrispettosa e iniqua? Certamente. L’ho vissuta come un lutto e un fallimento? Certamente.
Abbiamo raccontato chi siamo e come intendiamo la vita a gente estranea. Siamo morti mille volte e mille volte ripresi un po’. Abbiamo atteso la sentenza come se fossimo colpevoli di qualcosa, anche se non era così. Ho incontrato tutti super professionisti? No. Erano tutte carogne assetate di famiglie disgregate? Altrettanto no».
Fabio Selini, papà
Non l’ho compresa appieno? Certamente? L’ho contestata? Certamente. Ho vomitato bestemmie per settimane? Certamente. Mi sono dovuto dotare di un avvocato? Certamente. Eppure il viaggio l’ho dovuto percorrere comunque perché ritenevo (e lo ritengo tutt’oggi) che il bene di mio figlio andasse oltre ogni suggestione, emozione, punto di vista personale». Selini e sua moglie hanno affrontato incontri su incontri con la psicologa incaricata dal Tribunale e l’assistente sociale della Tutela minori: «mi sono sentito vivisezionato e spesso anche umiliato», «abbiamo ingoiato rospi grandi come transatlantici e battagliato allo strenuo delle forze». Forse è questo il passaggio più forte della sua testimonianza: «Abbiamo raccontato chi siamo e come intendiamo la vita a gente estranea. Siamo morti mille volte e mille volte ripresi un po’. Abbiamo atteso la sentenza come se fossimo colpevoli di qualcosa, anche se non era così. Ho incontrato tutti super professionisti? A mio avviso no. Erano tutte carogne assetate di famiglie disgregate? Altrettanto no».
Come si è conclusa la storia della famiglia Selini? «La tempesta» «ancora agita» le loro vite, ma «siamo tornati ad avere i nostri diritti/doveri di genitori. Siamo tornati ad essere, in qualche modo, famiglia. Il diritto di mio figlio è stato tutelato anche oltre la mia comprensione, probabilmente. Può sembrare un carrozzone e a volte lo è, ma in uno Stato di diritto è ancora uno dei pochi strumenti di tutela dei minori», afferma Selini.
Il diritto di mio figlio è stato tutelato anche oltre la mia comprensione, probabilmente. Può sembrare un carrozzone e a volte lo è, ma in uno Stato di diritto è ancora uno dei pochi strumenti di tutela dei minori
Fabio Selini, papà
«Spesso noi cittadini comprendiamo poco del meccanismo che regola certi sistemi e ci paiono iniqui e crudeli. Legittima percezione, ma non è sempre così. Tutto è perfettibile, molto è fuori sincrono (fidatevi di uno che c’è passato e ci passa pure ora), ma non è giusto e nemmeno etico generalizzare, parlare di pancia e puntare il dito. E ve lo dice uno che non ha mai nascosto la sua avversione per un certo mondo e per chi lo frequenta. Andiamoci piano, però, a sputare sentenze».
Foto di Eloy Martinez su Unsplash
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