Oltre la vetta
La cordata che non si spezza: conversazioni sulla morte in montagna
Sofia Farina ha perso il suo compagno mentre tentava di scendere da un canale sull’Ortles. Da quella tragedia è nato “Oltre la vetta”, un progetto del Club Alpino italiano che unisce alpinisti, psicologi, guide, soccorritori e familiari per costruire una rete di supporto nell'elaborazione del lutto e del trauma in montagna: «Mi sono sentita abbracciata da una comunità, quella delle persone che vanno in montagna, che mi ha sorretta e sostenuta. Ora la racconto»
Sono giorni dolorosi per chi ama la montagna, quella dura, solitaria e affascinante insieme, dove ogni passo guadagnato in salita è allenamento, fatica, esperienza. Due alpinisti italiani sono morti in Nepal imprigionati nella loro tenda, sotto quasi tre metri di neve. Una valanga si è abbattuta sul campo base dello Yalung Ri, provocando un bilancio pesante di vittime, tra di loro un fotografo abruzzese. E mentre i cinque escursionisti comaschi di cui non si avevano notizie da giorni sono riusciti a comunicare con l’Italia, resta alta l’apprensione per chi è ancora disperso.
Sono gli stessi giorni in cui il Club Alpino italiano, in collaborazione con l’associazione Psicologi per i popoli, ha presentato “Oltre la vetta”, un progetto unico e necessario, che unisce alpinisti, psicologi, guide, soccorritori e familiari per costruire una rete di supporto nell’elaborazione del lutto e del trauma in montagna. L’idea è di Sofia Farina, fisica dell’atmosfera e giornalista con un dottorato in meteorologia alpina, ma soprattutto una giovane donna che un trauma di quel tipo l’ha vissuto.
La montagna insegna che non si è mai davvero soli. Parlare di lutto non significa rimanere nel dolore, ma trovare insieme nuovi modi per trasformarlo, comprendere e continuare a salire – anche quando le difficoltà sembrano insormontabili
Antonio Montani, presidente generale del Cai
«Questo progetto nasce da un’esperienza personale», racconta Farina: «la perdita del mio compagno – di vita e di cordata – un anno e mezzo fa. Tom, che aveva solo 24 anni, ha perso la vita il 12 maggio 2024 mentre tentava di scendere da un canale sull’Ortles. Dalla tragedia e dalla necessità di imparare a coesistere con questo enorme e dilaniante dolore, è nato un sentimento di collettività. Mi sono sentita abbracciata da una comunità – quella delle persone che vanno in montagna, che praticano alpinismo e non solo – che mi ha sorretta e sostenuta, proprio perché abituata, purtroppo, a questo genere di tragedie».
La dimensione universale del dolore
Una storia che è personale e universale insieme. «Nel mio percorso di ricostruzione e di rimozione delle macerie, ho sentito il bisogno di vivere anche la dimensione universale di questa esperienza», aggiunge Farina, «di aprire una conversazione sulla morte in montagna, su quello che lascia dietro di sè». Perché è importante mettere la questione al centro di un discorso collettivo? «Perché genera una consapevolezza: quella che nello stesso dolore che ho dovuto attraversare e che sto attraversando io, sono passate tante persone prima di me e che vi passeranno tante persone dopo di me. Nei giorni successivi alla morte di Tom sono stata contattata da alcune donne che avevano vissuto la mia stessa esperienza. Volevano dirmi che sapevano come mi sentissi, darmi consigli, spiegarmi cosa avesse funzionato per loro. Quell’interazione, per me, è stata salvifica, mi ha aiutato in modo concreto».

Il Cai ha accolto con trasporto l’esigenza, mettendo a disposizione la propria struttura. «È un’iniziativa di solidarietà sociale per dare spazio a ciò che spesso resta in silenzio: il dolore, la perdita, la paura e il bisogno di trovare un nuovo equilibrio dopo un trauma vissuto in montagna», spiega il presidente generale Antonio Montani. «Sono convinto che potremo essere di aiuto a molti, esplorando come le comunità di alpinisti, arrampicatori e appassionati possano ritrovare senso e connessione dopo episodi che mettono alla prova la vita stessa».
Un sostegno per chi resta
Il progetto “Oltre la vetta” – che sarà presentato sabato 15 novembre a Milano durante l’Italian Outdoor Festival – è una piattaforma dedicata sul sito del Cai, in cui trovano spazio approfondimenti, risorse psicologiche e testimonianze. Attraverso interviste, un video-podcast, materiali informativi e strumenti di supporto, invita a riconoscere che la vulnerabilità non è una sconfitta, ma una parte essenziale del vivere e del frequentare la montagna. Una rete di cura e ascolto.
Nei giorni successivi alla morte di Tom sono stata contattata da alcune donne che avevano vissuto la mia stessa esperienza. Quell’interazione, per me, è stata salvifica, mi ha aiutato in modo concreto
Sofia Farina
La montagna è luogo di libertà, di ricerca, di vertigine, ma anche di fragilità. Quando qualcosa accade, quando una vita si spezza o un incidente segna una comunità, chi resta ha bisogno di ritrovare un senso, una voce, un cammino possibile. «Crediamo che parlare di ciò che ferisce sia un atto di coraggio e di appartenenza. Perché la montagna insegna che non si è mai davvero soli. Parlare di lutto non significa rimanere nel dolore, ma trovare insieme nuovi modi per trasformarlo, comprendere e continuare a salire – anche quando le difficoltà sembrano insormontabili».
Voci, sguardi, passi
La voce di Sofia Farina è il filo conduttore del video-podcast di “Oltre la vetta”: a cadenza mensile, esplora il dolore attraverso le storie di chi ha vissuto traumi legati all’alpinismo. La prima puntata ospita Marina Consolaro, madre di Matteo Pasquetto, alpinista scomparso sul Monte Bianco nel 2020. A lui è dedicato il Fondo Casa Matteo Varese per sostenere giovani guide alpine e progetti sociali. «Abbiamo cercato voci di età e provenienze diverse, per mostrare più sfaccettature, e soprattutto per evidenziare come ogni modo di affrontare il dolore e la perdita sia valido. Alpinisti, madri, compagne e compagni di alpinisti, persone che hanno subito gravi incidenti: sono interviste profonde e toccanti. Di ognuna mi hanno colpito, più che le parole, gli sguardi».

Sofia ama la montagna profondamente. «Ci sono ritornata, dopo un po’ di settimane di totale rigetto. Anche il ritornarci è stato un percorso (e ci sono ancora dentro). Piano piano: ricominciare a camminare, a correre, a sciare, a scalare».
La fotografia in apertura è di Giacomo Berardi su Unsplash. Le immagini nel testo sono state fornite da Ufficio Stampa Cai
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