Ripensare la partecipazione
La cultura? Per 9 adolescenti su 10 si fruisce da casa
L’arte e la cultura possono essere leve per superare la solitudine e la povertà educativa? Una ricerca dell’Università di Bologna indaga i consumi e gli interessi culturali degli adolescenti sotto le due torri. Una fotografia da cui nascerà a breve un nuovo circolo Arci, co-gestito proprio dagli adolescenti
La cultura e le pratiche artistiche come fattori di coesione sociale, benessere e contrasto alle diseguaglianze, rispondendo ai bisogni degli adolescenti. Cultura e arte come antidoto a quello che Paul Klotz – autore di un rapporto pubblicato recentemente dalla Fondazione Jean-Jaurès – definisce il “capitalismo della solitudine”.
Sono questi i temi al cuore dello studio Fammi Spazio: una ricerca sulla partecipazione culturale giovanile a Bologna, realizzato dall’Università di Bologna in collaborazione con Fondazione Unipolis, Comune di Bologna e Arci Bologna, che è il fresco vincitore del Premio Ricerca “Dove inizia il futuro” di Save The Children.
“Fammi Spazio” indaga il welfare culturale come leva per la promozione del protagonismo giovanile, unendo il rigore metodologico della raccolta di dati empirici, proposte operative e riflessioni critiche. Aumentare la partecipazione culturale degli adolescenti e gli spazi in cui i giovani si sentano protagonisti, possono aiutare ad affrontare il rischio di povertà educativa e dispersione scolastica. Abbiamo chiesto a Roberta Paltrinieri, professoressa di sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Bologna e autrice della ricerca, di farci affacciare dalle “finestre” del suo osservatorio bolognese: un modo per capire come stanno gli adolescenti oggi. «Gli indicatori dicono che gli adolescenti sono una parte della nostra società con fragilità che derivano dal momento in cui vivono, causato sì dal Covid ma più generalmente dall’isolamento che viviamo progressivamente nella civiltà occidentale e dall’uso della tecnologia. La tecnologia da una parte agevola incontri e socialità, ma dall’altro tende, soprattutto a livello di consumi, a isolare l’individuo», spiega Paltrinieri.
La musica più di tutto
In questo caso il campione osservato è composto da 1.222 ragazzi bolognesi tra i 14 e 19 anni, iscritti a 13 istituti superiori (tecnici, professionali e licei) che si trovano tra Bologna e Casalecchio di Reno. Per quanto riguarda i gusti culturali, sotto le Due Torri a far la parte del leone c’è la musica. «Il consumo culturale più importante è quello legato alla musica: gli adolescenti sono dei grandissimi fruitori di prodotti musicali, di fatto fruiti attraverso i loro dispositivi digitali», spiega Paltrinieri. In particolare lo smartphone è il dispositivo più usato (95%) – «ce l’hanno praticamente tutti ed è il loro strumento di contatto con il mondo», dice la professoressa – seguito da pc (45%) e tablet (25%). «Ci siamo resi conto che la fruizione musicale è il loro passatempo, con essa loro occupano il tempo nei momenti vuoti per esempio nel tragitto tra casa e scuola, negli spazi interstiziali tra un’attività e l’altra, ad esempio negli spostamenti in autobus», prosegue la professoressa. «Abbiamo rilevato anche che un’agenda di consumi culturali più ampia appartiene a coloro che fanno un certo tipo di studi, ovvero i liceali. Da qui si filtra bene che ancora esiste il capitale familiare che incide sulle scelte dei ragazzi. Lì subentrano anche altri interessi, come il cinema, il teatro e altri prodotti culturali».
Il videogaming? Solo secondo
Se si guardano i dati della ricerca, dopo la musica (che è al primo posto tra le aree di interesse con il 32,8%) viene il videogaming con il 24,5% e quindi il cinema e le serie col 19,9%. Minoritarie, ma comunque presenti, attività come la scrittura, la danza, il disegno, il teatro, la fotografia e i podcast. Stupisce che i videogiochi siano solo in seconda posizione. «Potrebbe essere dovuto all’età, questi ragazzi sono giovani, hanno tra i 14 e i 19 anni, può essere che sia un tipo di fruizione culturale che riguarda ragazzi più grandi, quelli che vanno all’università», ragiona la sociologa. «Sicuramente quello dei videogiochi è un consumo molto diffuso, ma non in questa fascia d’età. Forse perché qui hanno ancora un controllo di tipo parentale molto forte».
Chi orienta gli interessi culturali? I pari
Di fronte alla domande “Cosa/chi ti consiglia maggiormente nei tuoi gusti” sono emersi altri dettagli interessanti. «Le persone con le quali gli adolescenti si consultano sui loro interessi sono nella maggior parte dei casi i loro pari, è un confronto peer to peer. Le scelte avvengono principalmente nel rapporto con gli amici e i compagni di scuola». Il 50% del campione indica che sono gli amici e i compagni di scuola il principale riferimento di ispirazione per coltivare gli interessi. A seguire ci sono i social media (44,7%). Più distanti si trovano famiglia (26,7%), insegnanti (6,5%) ed educatori (2,1%).
La cultura? Per 9 adolescenti su 10 su fruisce da casa
Il dato forse più significativo della ricerca emerge quando agli adolescenti viene chiesto di parlare dei luoghi di fruizione delle forme culturali. Il 90,3% di loro ha risposto che avviene a casa. «Ed è una fruizione molto individualizzata», aggiunge Paltrinieri. «Vivono molto all’interno della comfort zone che è la loro casa». Questo fa sì che i dati sulla partecipazione agli eventi siano molto bassi. «La partecipazione in presenza è legata particolarmente ai concerti, cioè uno o due all’anno, ma non è una partecipazione assidua, tenendo conto che stiamo sempre parlando di ragazzi dai 14 ai 19 anni con poca autonomia economica e negli spostamenti. Se poi andiamo a vedere quanto costano i concerti oggi se ne comprende facilmente il motivo».
Però Bologna ha un’offerta culturale gratuita molto varia, questa non viene colta? «No, in generale il fruire gli spazi pubblici non è un comportamento particolarmente diffuso tra gli adolescenti», afferma la sociologa citando il rapporto della Fondazione Jean-Jaurès, secondo il quale “«nella contemporaneità ci troviamo in termini di lavoro e di consumi ad essere sempre più individualizzati».
«L’essere solo, o la solitudine, scelta o subita, è il marchio della società contemporanea. Quindi loro sono assolutamente in linea con quello che sta accadendo più in generale» spiega Paltrinieri.
Uno su tre pronto a co-gestire uno spazio
La ricerca “Fammi Spazio” però è andata oltre allo studio dei gusti e delle modalità di fruizione della cultura: «Quando abbiamo fatto questa ricerca il nostro scopo non era soltanto osservare, ma facilitare dei processi. Volevamo arrivare a una conoscenza che potesse dettare delle politiche. L’idea è quella di promuovere in un’ottica di advocacy e mettere sul piatto potenziali risposte ai bisogni. Quindi è nata appositamente come una ricerca di tipo partecipativa e trasformativa», sottolinea la professoressa. Per questo tra le motivazioni del premio assegnato da Save The Children si è parlato di uno studio che si muove nella prospettiva della “Science for Policy”.
E per questo, «oltre all’obiettivo di fotografare i loro consumi culturali, la ricerca ha anche quello di capire se sarebbero disponibili ad avere un atteggiamento proattivo nei confronti della propria partecipazione culturale. Cioè a gestire uno spazio insieme. L’idea è quella di co-cogestire uno spazio», ha specificato Paltrinieri. Di fronte a questa domanda il 30% dei ragazzi ha risposto che ritiene molto importante contribuire e partecipare nel dare un contributo nella gestione dello spazio.
Per quanto riguarda le caratteristiche di questo spazio di welfare culturale, Paltrinieri evidenzia in particolare un dettaglio: «Per me un dato è eclatante: vorrebbero partecipare più attivamente a laboratori o attività condivise, non sono preoccupati dalla distanza, non è quello che determina il loro avvicinamento, il problema più grande che hanno è di trovare degli spazi sicuri. Cioè loro hanno bisogno di avere spazi in cui potersi esprimere, esprimere la loro identità, non controllati, dove non si realizzi una sorta di pregiudizio. Una richiesta che definirei di autenticità: desiderano essere loro stessi in un posto sicuro». Un dato, quello della richiesta di sicurezza, che ritorna: lo avevamo già trovato nella ricerca pubblicata a novembre da Demopolis.
In questo caso «sicuro» significa sia sicurezza fisica: un luogo dove non mi succede niente, ma anche protetto, così da poter manifestare chi sono. «Questo bisogno di autenticità dei più giovani lo abbiamo rilevato in modo fortissimo. Hanno bisogno di essere autentici e di essere in qualche modo protetti nella dimensione identitaria». Un desiderio trasversale, dichiarato da tutti i ragazzi di tutte le scuole del campione bolognese preso in esame.
Un circolo Arci co-gestito dagli adolescenti
Il progetto ha l’ambizione di essere “trasformativo” e di dare risposte ai bisogni rilevati. Il lavoro in questo senso è già iniziato in città: grazie al finanziamento della Fondazione del Monte di Bologna, infatti, al Das-Dispositivo Arti Sperimentali di via del Porto è stato avviato un laboratorio dal titolo “Costruire Bellezza” che ha coinvolto proprio i ragazzi tra i 14 e i 19 anni, dando loro il compito di immaginare uno spazio per adolescenti gestito proprio da loro. Si tratta del primo mattone che andrà a costituire un circolo co-gestito da adolescenti bolognesi, che Arci Bologna ha l’obiettivo di inaugurare nel giro di un anno. «Una città intera si è mossa», afferma soddisfatta Paltrinieri.
In foto, Robera Paltrinieri mentre riceve il premio si Save the Children
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