Le periferie in tv

La fiction sulla preside di Caivano, senza Caivano

Quasi 5 milioni di spettatori e il 27% di share per la serie tv "La preside", liberamente ispirata alla storia della dirigente scolastica di Caivano. Uno storytelling eccessivamente romanzato, che balza immediatamente all'occhio di chi conosce il Parco Verde. Bruno Mazza, che lì ha fondato l’associazione Un’Infanzia da Vivere: «I ragazzi e le ragazze in realtà li abbiamo già persi, ci sono stati 44 morti negli ultimi anni. Abbiamo bisogno di tutto, ma qui nessuno parla con nessuno. Nessuno sa fare rete»

di Anna Spena

La preside

Eugenia Liguori è inquadrata di spalle, è ferma su un molo, guarda il mare. Inizia con questo frame la prima puntata de La preside, una serie Rai (in onda dal 12 gennaio) liberamente ispirata alla storia di Eugenia Carfora, preside dell’Istituto Superiore “F. Morano”, adiacente al Parco Verde di Caivano. “Liberamente” è davvero l’avverbio chiave, dal momento che dal Parco Verde di Caivano il mare non si vede e non si sente: anzi, nel Parco Verde il mare non esiste neanche nei pensieri. 

A vestire i panni di Carfora è l’attrice Luisa Ranieri. La serie racconta la vita di una donna visionaria e ostinata che, al suo primo incarico da preside, sceglie di guidare l’istituto “Anna Maria Ortese” di Caivano. La fiction è nata da un’idea di Luca Zingaretti, la regia è firmata da Luca Miniero. Le prime due puntate scorrono veloci, un po’ fanno ridere, un po’ – almeno per chi è napoletano – infastidiscono per la solita caricatura che si fa dei partenopei che “non tengono genio di lavorare”, e un po’, per chi il Parco Verde lo conosce, ti fanno chiedere “ma questa serie con il Parco che c’entra?”.

La fiction su Caivano che non è stata girata a Caivano

La fiction non è stata girata a Caivano, come ha dichiarato lo stesso regista Miniero: «Questa serie non è stata girata a Caivano, la maggior parte è stata ambientata nella vicina San Giovanni a Teduccio, sempre nella periferia di Napoli. La vicinanza della scuola ai palazzoni di periferia rende la storia “universale”, non è importante dove è stata girata».

Caivano però non è un quartiere periferico di Napoli – come San Giovanni a Teduccio – ma è un comune a Nord della città. E sì, anche San Giovanni a Teduccio è una delle zone più fragili di Napoli, ma no, non è il Parco Verde di Caivano. E non è la stessa cosa. Perché come scrive Lev Tolstoj in Anna Karenina, «tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo».

Che cos’è il Parco Verde e chi lo abita abbiamo provato a raccontarlo nel book Caivano non è persa (si scarica gratuitamente qui). Il Parco è un’isola nel niente, dai confini invisibili e blindati: dal Parco Verde di Caivano non si entra e non si esce. E questa linea trasparente, tra il dentro e il fuori, ha un nome. Si chiama “la frontiera”, glielo hanno dato gli abitanti di Caivano, dove il Parco è nato.

Caivano è un comune a nord di Napoli, poco meno di 38mila abitanti. Tra loro anche i 6mila, di cui oltre mille sono minori, che vivono nel Parco, che per molti anni è stato considerato una delle piazze di spaccio più grandi di tutta Europa. Il Parco Verde è figlio del terremoto dell’Irpinia del 1980, nato per dare una casa a chi una casa non ce l’aveva più. È una montagna che è cresciuta per sottrazione. Nel Parco c’è una chiesa, un bar e una macelleria. Un presidio medico veterinario e un istituto comprensivo. Solo questo, poi il deserto. Non esiste un censimento dedicato al Parco Verde, ma dovete immaginarlo come un incubatore di difficoltà. Sappiamo che qui è più alta la dispersione scolastica, è più feroce la povertà, non c’è lavoro, e quando c’è, lo gestisce un sistema criminale. 

44 ragazzi persi negli ultimi anni

La fiction si apre con questa frase: «Non c’è tempo da perdere. Se io perdo un minuto, ho perso un ragazzo». Ma di ragazzi nel Parco Verde «ne abbiamo persi 44 negli ultimi anni», racconta Bruno Mazza, ex detenuto ed ex spacciatore, che nel 2008 ha fondato all’interno del Parco Verde l’associazione Un’Infanzia da Vivere. «Sono morti di overdose, sono morti negli scontri a fuoco con le forze dell’ordine, si sono suicidati».

«Qua», dice Mazza, e lo fa riferendosi al Parco Verde di Caivano, «hanno messo in piedi il meccanismo che va avanti sulla parola chiave “emergenza”. La preside Carfora 24 anni fa è arrivata perché questa emergenza la voleva togliere: ma a voler lavorare da soli, a fare gli eroi, non si va da nessuna parte. Nel Parco Verde va sempre tutto peggio. Eppure senza scuola non c’è istruzione, senza istruzione non c’è libertà». 

Per i ragazzi del Parco Verde, l’Istituto Superiore “F. Morano” dovrebbe essere una sorta di «proseguimento naturale delle scuole medie». Ma i ragazzi del Parco non ci vanno, o almeno è una scuola che scelgono in pochissimi. Due istituti, uno professionale con tre declinazioni, enogastronomia, sala e vendita e accoglienza turistica e un istituto tecnico, anche questo con tre indirizzi: meccanica, elettronica, ed informatica. 

Carfora l’avevamo intervistata nello speciale su Caivano, la sua scuola l’avevamo visitata. Una scuola che – mentre tutto attorno cade a pezzi – ha puntato sulla bellezza. L’ingresso è arioso, si raggiunge attraversando una corte in mezzo al prato verde, un prato tagliato all’inglese. I pannelli solari coprono una porzione dello spazio. Dal retro della scuola si vede il lotto C, quello dalle palazzine verdi. «Se un pezzo di terra lo pulisci, lo curi, lo coltivi, quel pezzo di terra diventa parte di te», mi aveva raccontato la preside. «E se diventa parte di te non lo trascuri, non lo tratti male. Avevo bisogno di far sperimentare ai ragazzi, di fargli vedere, come una cosa brutta può diventare bella. Qui c’è l’idea molto radicata che “la terra non ti appartenga”. Che la scuola sia uno strumento che sta fermo lì, immobile. Non c’è animazione, non c’è cura della bellezza. Invece la scuola deve essere bella, deve essere il luogo delle meraviglie, quello per riempirsi di sogni e un’occasione per tirare fuori i tuoi talenti».

Qui al Parco c’è pochissimo, ma quel che è peggio è che siamo delle isole che vanno ognuno per la sua strada. O iniziamo a fare rete, o le cose non cambieranno mai

Bruno Mazza

Però in un luogo dove «c’è bisogno di tutto», denuncia Mazza, «nessuno parla con nessuno. Il preside della scuola media non parla con la dirigente Canfora dell’istituto tecnico attaccato al Parco, la chiesa rimane nella chiesa e non scende tra le strade. Qui al Parco c’è pochissimo, ma quel che è peggio è che siamo delle isole che vanno ognuno per la sua strada. O iniziamo a fare rete, o le cose non cambieranno mai».

In apertura, una scena della serie. Foto di Duccio Giordano da ufficio stampa

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