Impact investing
«La finanza a impatto non si delega: il cambiamento sociale parte dalle nostre scelte»
Per Uli Grabenwarter, pioniere dell'Impact Investing in Europa, il cambiamento sistemico richiede responsabilità individuale: dai consumi agli investimenti. Inoltre «viviamo», dice, «viviamo in un'epoca in cui le crisi vanno affrontate simultaneamente, perché non ne esiste una meno importante delle altre. E quindi dobbiamo anche essere consapevoli che da soli possiamo fare poco: abbiamo bisogno di confrontarci e collaborare con gli altri attori del mercato per raggiungere una massa critica sufficiente ad affrontare davvero la sfida»
di Anna Spena
È considerato uno dei pionieri dell’Impact Investing in Europa; tra i suoi contributi principali figura il lancio del Social Impact Accelerator, la prima piattaforma europea di fondi dedicata esclusivamente all’impatto sociale. Uli Grabenwarter è una figura di spicco nel panorama finanziario europeo, attualmente in forza presso il Fondo Europeo per gli Investimenti a Lussemburgo, dove ricopre il ruolo di Deputy Chief Investment Officer e Head of Equity Investments. VITA l’ha incontrato al Social Enterprise Open Camp, l’iniziativa internazionale che ha riunito tra Torino e le Langhe i protagonisti mondiali dell’imprenditoria sociale e della finanza a impatto. L’edizione 2025, intitolata “Togetherness-Cultivating Systemic Change”, è stata promossa dalla Fondazione Opes-Lcef in collaborazione con il Consorzio Nazionale Cgm. A lui abbiamo chiesto di spiegare anche ai non addetti ai lavori che cos’è, e come dovrebbe funzionare la finanza a impatto. «Faccio una premessa», dice. «Stiamo camminando ma non siamo ancora arrivati alla meta».
Di fatto «L’investimento d’impatto ha l’obiettivo di utilizzare i capitali raccolti sui mercati finanziari per guidare il cambiamento sociale. Si tratta di un cambiamento che può riguardare il settore associativo o la mentalità comune, ma che in sostanza punta a rendere la nostra società più sostenibile di fronte alle sfide ambientali e sociali».
Questo non è un percorso esente da sfide: «A mio parere», spiega Grabenwarter, «la sfida principale riguarda la natura del capitale necessario per affrontare le problematiche collettive. Sul fronte ambientale si è investito molto (energia, rinnovabili e simili) e si è lavorato per integrare le comunità marginalizzate nella nostra vita economica e sociale. Tuttavia, il limite principale della finanza d’impatto finora è stato il non riuscire a superare davvero i confini della finanza tradizionale; in altre parole, non si è ancora evoluta in modo sufficientemente autonomo rispetto alle logiche classiche del mercato».
Ma la finanza a impatto, e la riuscita di questo modello, dipendono anche da una responsabilità individuale: «Che è affatto inferiore alla responsabilità che abbiamo nella vita di tutti i giorni. Non possiamo delegare ad altri la definizione dei nostri obiettivi di vita o dei nostri valori sociali: dobbiamo assumerne la responsabilità diretta. Ciò significa che le nostre scelte di investimento, i nostri consumi, il nostro modo di gestire il rischio e la ricerca del rendimento sono fattori determinanti per il successo dell’investimento d’impatto». Grabenwarter è convinto che in Europa si continuerà a sostenere la finanza a impatto «sia sul fronte ambientale che su quello sociale. Nonostante le difficoltà attuali come i conflitti militari, le crisi ambientali, la transizione energetica e la scarsità di risorse. Smettere di sostenere queste sfide attraverso la finanza d’impatto sarebbe irresponsabile. Oggi non possiamo permetterci di scegliere una priorità a scapito di un’altra con un approccio diametralmente opposto: viviamo in un’epoca in cui le crisi vanno affrontate simultaneamente, perché non ne esiste una meno importante delle altre. E quindi dobbiamo anche essere consapevoli che da soli possiamo fare poco: abbiamo bisogno di confrontarci e collaborare con gli altri attori del mercato per raggiungere una massa critica sufficiente ad affrontare davvero la sfida».
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