Moda & diritti

La maison e la Procura

Metti un pomeriggio al Politecnico di Milano con i procuratori Storari e Santoriello, il prof. Varraso, Confindustria moda e altri. In aula, arringhe su legalità, lotte al lavoro povero, sostenibilità e nuove piattaforme per tracciare i fornitori della seconda filiera industriale italiana (vale 90 miliardi di euro). VITA c'era

di Nicola Varcasia

Siamo sicuri che sia compito della procura lottare contro la povertà?». Nella frase che Gianluca Varraso, avvocato, nonché professore ordinario di diritto penale dell’Università Cattolica ha “buttato lì” per iniziare a rispondere a Paolo Storari, sostituto procuratore della Procura di Milano, c’è il riassunto di due anni di dibattiti su quanto sta accadendo nel mondo della moda dal punto di vista della legalità e della sostenibilità sociale nella filiera.

Decreti e parole

Di questo si è parlato in un affollato convegno ospitato ieri dalla Polimi school of management, a Milano Bovisa. In tre ore di discussione con i protagonisti del settore, ha provato a fare il punto a partire dai venticinque anni dall’entrata in vigore del decreto 231 del 2001. Un provvedimento che ha introdotto la possibilità di considerare non solo le persone fisiche, ad esempio gli amministratori delegati, ma le aziende responsabili di certi reati.

Da sinistra: Salvatore Sodano (Osservatorio), Raffaella Cagliano (Polimi),  Ciro Santoriello (Procuratore Cuneo), Gianluca Varraso (Unicatt), Paolo Storari (Procuratore Milano), Luba Sburlati (Confindustria), Andrea Sianesi (Polimi), Raffaella Cagliano (Polimi)

A meno che le aziende medesime non compilino il modello 231. A dimostrazione che tutto sia a posto e che un organismo di controllo certifichi la sua buona condotta (sia detto per inciso: stiamo iper semplificando).

Potevano non sapere?

Ma non è di storia giuridica che si parlava, bensì di presente e futuro della moda italiana – “C’è ancora il made in Italy?” è un’altra delle domande che riecheggiava all’inizio della discussione. Applicata al fashion, questa norma, con altre prese in prestito dalla legislazione antimafia, ha aperto la strada alla possibilità di ritenere responsabili i brand, cioè le big company, degli illeciti eventualmente commessi lungo la filiera dei propri fornitori.

Creatività giuridica

Almeno questa è stata la “trovata creativa” – qualcuno parla più precisamente di “metodo”, altri di “rito ambrosiano” nella conduzione delle indagini – che ha consentito al procuratore Storari, balzato (non senza meriti) agli onori delle cronache per la serie di inchieste che hanno coinvolto, a suon di amministrazioni giudiziarie o di sequestri preventivi, maison importanti come Armani, Albiero Martini, Loro Piana, Tod’s. Assieme ad altre aziende, ma del settore logistico, per costringerle a porre rimedio ai soprusi commessi dai loro fornitori nello svolgimento delle commesse richieste. E a far sì che tali soprusi non riaccadessero più, almeno in modo non sistemico come emergeva dalle indagini.

A ciascuno il suo (ruolo)

Per rafforzare l’opzione rieducatrice delle sue azioni, è stato lo stesso Storari a ricordare che l’intento delle sue inchieste è quello di agire in tre direzioni. Il cosiddetto lavoro povero, per cui i fiduciari dei negozi lavorano otto ore al giorno per 700 euro al mese (con l’avallo di contratti sottoscritti dalla triplice sindacale). I subappalti illeciti nel campo della logistica (le inchieste in quel campo fanno meno notizia), con la prassi del passaggio di lavoratori sfruttati da una cooperativa all’altra. E, appunto, la moda, con un esempio su tutti: quello degli opifici situati in Italia gestiti da cinesi in cui cani  lupo controllavano lavoratori pagati tre euro l’ora –  alcuni dei quali bambini – costretti a mangiare e dormire negli stessi spazi in cui prestavano la loro opera.

Attacco da est e da ovest

A dare un tocco di noir al confronto aveva provveduto, prima dei due giuristi, Luca Sburlati, presidente Confindustria moda federazione tessile abbigliamento, che ha snocciolato i dati di un settore che non se la passa benissimo, a dispetto dei lustrini. Attaccato a est dalla Cina che, nel suo piano quinquennale, ha programmato di produrre direttamente beni di lusso. Scosso a ovest dai dazi di Trump che presto faranno sentire il loro effetto (non è vero che saranno ammortizzati secondo gli industriali, ha sottolineato Sburlati). Indebolito al proprio interno per una filiera frammentata composta da oltre 30mila imprese che si contendono il 50% del fatturato del comparto mentre il restante 50% è generato da 600 imprese del fatturato totale.

La moda fa 90 miliardi

Il sistema moda faticherà in futuro a tenersi stretti i 90 miliardi di valore complessivo generato nel 2024, che diminuiranno nel 2025 appena concluso. Con probabili conseguenze dirette sui 500mila lavoratori del comparto. Che, è bene non dimenticarlo, rappresenta la seconda filiera  industriale del nostro Paese per export. Ammonta a 70 miliardi di euro il valore delle esportazioni su un totale export italiano di 600 miliardi.

E quindi?

Stare cui man in man, come si dice a Milano, non si può. Che sia il procuratore forse un tantino zelante, o una legge ad hoc (della direttiva europea Cs3d azzoppata dalla stessa Europa che l’ha partorita si è solo accennato, altrimenti ci volevano altre tre ore di discussione), qualcosa per evitare che a pagare siano sempre e solo i pesci più piccoli bisogna fare.

Tutti presi per il protocollo

La soluzione? Non si può pretendere di vedersela servita su un piatto d’argento. Aveva giustamente messo le mani avanti Salvatore Sodano – presidente dell’Osservatorio nazionale D.Lgs n. 231/2001 del Consiglio nazionale dell’ordine dei commercialisti che ha coordinato il consesso di cui stiamo riferendo. Ma qualcosa si muove, in effetti. Alcuni mesi fa è stato siglato un “Protocollo d’intesa per la legalità dei contratti di appalto nelle filiere produttive della moda”. A metterci la firma, tra gli altri: prefetto di Milano, presidente di regione Lombardia, presidente del Tribunale di Milano, il Procuratore distrettuale della Repubblica. La lista è lunghissima e, tra i firmatari, compare anche il Politecnico di Milano. Assieme ai rappresentanti delle principali associazioni del settore e alle organizzazioni sindacali confederali (non uscite benissimo dalle taglienti battute di Storari).

Ripartire dalla piattaforma

Proprio il Poli è al lavoro per dare un indirizzo a questo protocollo. Ne ha parlato Andrea Sianesi, professore ordinario di ingegneria gestionale nell’ateneo e membro della sua School of management (Som). Nei prossimi mesi verrà rilasciata una piattaforma aperta a tutte le aziende italiane del settore moda, con l’ambizione di tracciare tutti i fornitori della filiera entro i confini italiani. Se è di Made in Italy che si parla, potrebbe essere un passo importante. Per lo meno, uno strumento decisamente più soft rispetto ad azioni di “moral suasion” da parte degli organi giudiziari. In attesa di una legge capace, si spera, di limitare la discrezionalità d’azione dei magistrati, come ha rilevato l’altro procuratore presente, Ciro Santoriello.

Il sugo, anzi, la stoffa della storia

Quando si giunge all’osso della questione, il punto non sono mai gli strumenti, di questo tutti ne sono consapevoli: «Non sono convinto che l’arrivo della procura cambi la cultura di un’impresa». È un’altra frase ad effetto pronunciata dal prof. Varraso per criticare l’attivismo creativo della procura milanese. Con un però grosso come una casa. Tra il sacrosanto garantismo fondato sulla legalità formale (e non, appunto, sulle diverse sensibilità degli uomini di legge) e la furba complicità al malaffare (di chi si aggrappa ai cavilli per deresponsabilizzare il proprio operato) si dovrà trovare una strada per salvare non solo la moda o il made in Italy, ma la nostra dignità.

Nella foto di apertura, di Luca. Bruno per Ap Photo/LaPresse, sfilata Tod’s per la collezione 2024-2025 a Milano.

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