Riarmo

La normalizzazione della guerra passa anche dalla scuola?

«Bisogna investire in un sistema che incuta timore a chi ci aggredisce»: così Roberto Cingolani, direttore generale di Leonardo, in un convegno a Roma che ha coinvolto gli studenti di quattro istituti superiori. Ma i “venti di guerra” a scuola tirano da tempo, sotto forma di orientamento o formazione scuola-lavoro. «L’obiezione è sempre possibile per docenti, studenti e genitori», spiega Michele Lucivero, docente di Filosofia e attivista dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università

di Chiara Ludovisi

Guai a «farsi ingannare da chi contesta la spesa militare. La pace va difesa, non è gratuita. Per farlo bisogna investire in un sistema che incuta timore a chi ci aggredisce»: l’esortazione di Roberto Cingolani, amministratore delegato del colosso della difesa Leonardo, non avrebbe forse attirato la nostra attenzione, se a raccoglierla non ci fossero stati, tra il pubblico, studenti e studentesse di quattro istituti superiori della capitale, che partecipavano a un incontro promosso dalla Fondazione Leonardo sulle discipline Stem, alla presenza anche di Isabella Rauti, sottosegretario di Stato alla Difesa, che ha ribadito la centralità dell’industria militare nel sostenere la ricerca. 

Ne dà notizia oggi Il Manifesto ma in realtà erano già molte le segnalazioni ricevute o intercettate sui social che fanno pensare che davvero nelle scuole stia tirando un nuovo vento, funzionale alla retorica della sicurezza nazionale e internazionale che avrebbe bisogno di nuove leve. Il primo step? Entrare nei percorsi di orientamento, per esempio, o in quelli di formazione scuola lavoro, obbligatori per gli studenti delle ultime classi delle superiori. Cingolani, sempre parlando ai ragazzi, avrebbe prospettato carriere facili, sicure e redditizie per chi intraprendesse questa strada, snocciolando i numeri del fatturato di Leonardo: «Leonardo negli ultimi tre anni ha assunto quasi 20mila persone, oggi siamo 63mila e nei prossimi tre anni ne verranno assunte probabilmente altre 17mila. La gran parte di queste persone ha una formazione tecnico-scientifica».

Non è certo la prima volta che il mondo della scuola incontra il mondo della guerra e di chi la fa: «Le forze armate entrano con facilità e frequenza nelle aule per incontrare gli studenti, grazie a specifici protocolli d’intesa tra il Miur e il ministero della Difesa», spiega Michele Lucivero, docente di Filosofia in un istituto superiore pugliese e attivista dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, che monitora e analizza, soprattutto tramite segnalazioni, i tanti e diversi modi in cui le armi e le divise arrivano tra i banchi. O meglio, in cattedra. 

Il sito è ricchissimo di testimonianze, per lo più di docenti, studenti e genitori. «Il nostro gruppo è nato nel 2023 ed è composto per lo più da insegnanti, per cui abbiamo il privilegio di osservare direttamente con i nostri occhi quel che accade nelle scuole. Prima di noi, questo impegno era portato avanti da Pax Christi, che ora fa parte del nostro Osservatorio, insieme a tante altre associazioni cattoliche e a gran parte del mondo pacifista», racconta Lucivero.

La “lezione” di Cingolani è una novità?

È una storia che va avanti da oltre 10 anni. Certo ora, con la destra, c’è un’accelerazione, ma è dal 2015 che i militari entrano nelle scuole: il contesto pacificato in cui è avvenuta, nel 2024, la sospensione della leva obbligatoria, è stato interrotto quando si sono aperti scenari di guerre e genocidi, che non sono iniziati ora, ma hanno radici molto più lunghe. Così a scuola si è tornato a parlare di carriere militari e di reclutamento, tramite protocolli tra Miur e ministero della Difesa. In questa scia, si colloca anche la proposta di ripristino della leva obbligatoria, incardinata l’anno scorso in 4ª Commissione.

Michele Lucivero

A vedere il vostro sito, però, le proteste non mancano.

Sì, siamo in tanti a opporci, docenti ma anche genitori, studenti e studentesse. Ma non possiamo evitare che questi ingressi avvengano, proprio a causa dei protocolli, che li sottraggono alla votazione in Consiglio d’Istituto. Quello che possiamo fare è l’obiezione di coscienza: come insegnanti, impedire queste attività nelle nostre ore. Come genitori, raccogliere firme per chiedere che le classi non prendano parte a queste iniziative. Come studenti e studentesse, esprimere la propria contrarietà e non partecipare a queste attività. 

Siete in tanti a farlo?

Sì, come dimostrano le tante testimonianze che raccogliamo: proprio in questi giorni, per esempio, abbiamo ricevuto da una docente la mail che una studentessa ha inviato alla dirigente, per esprimere la propria opinione. Un bellissimo testo, che citava Capitini e altri maestri del pacifismo. 

Quali iniziative vengono proposte nelle scuole?

Le più disparate. Ci sono scuole che organizzano, per esempio, la Settimana della sicurezza, in cui ogni giorno è dedicato a una forza armata. Poi ci sono ricorrenze, percorsi di orientamento e formazione, a volte sotto forma di “Stem”, le discipline scientifiche e tecnologiche. E poi ci sono aziende come la stessa Leonardo, che entrano nelle scuole e le inondano di robottini e droni. E questo fa breccia.

Divise e armi in classe

E poi ci sono iniziative sporadiche. Per esempio, lo scorso anno la mia classe, a mia insaputa, è stata coinvolta nella presentazione del Calendesercito: il dirigente aveva ricevuto un invito dal sindaco a un evento istituzionale non meglio specificato ed era stata scelta una delle mie classi. Il giorno dopo, con un certo imbarazzo, i ragazzi e le ragazze me lo hanno raccontato. «Vabbè, abbiamo perso una giornata», dicevano per tranquillizzarmi.

Queste iniziative sono diffuse su tutto il territorio nazionale?

Sì, con un’incidenza maggiore nelle scuole vicine alle caserme o alle basi militari. A Vicenza, per esempio, alcune scuole fanno educazione civica e linguistica in caserma dagli americani. Ma le ragazze e i ragazzi non dovrebbero entrare in contatto con armi e divise, perché questa è una forma velata di violenza: una divisa e un’arma, in cattedra o sul palco, esercitano su di loro una forma di suggestione e persuasione.

Come reagiscono i ragazzi e le ragazze?

Naturalmente dipende. A opporsi sono soprattutto quelli impegnati nei collettivi Osa (Opposizione studentesca d’alternativa), che spesso promuovono campagne antimilitariste nelle scuole e poi nelle università. Poi c’è chi resta indifferente e vive la “lezione militare” come un’ora di buco. Ma c’è anche chi viene attratto dalle promesse di queste carriere. Dei miei studenti e studentesse, posso dire che circa il 5% entra nelle forze armate dopo la fine della scuola superiore.

Cosa possono fare gli insegnanti, oggi, per educare alla pace e non alla guerra?

Gli strumenti sono diversi e li abbiamo raccolti e messi a disposizione nel nostro Vademecum. Qui si trovano diverse proposte e strategie per contrastare la militarizzazione delle scuole. Per quanto riguarda gli insegnanti e le insegnanti, l’indicazione è innanzitutto fare obiezione di coscienza di fronte a iniziative di educazione militare, come tanti già fanno.  Abbiamo anche pubblicato, insieme a Docenti per Gaza, un libretto chiamato “Appunti Resistenti per la libertà d’insegnamento”, in cui indichiamo ai colleghi e alle colleghe i diritti che possiamo rivendicare davanti ai tentativi di censura, repressione e intimidazione quando affrontiamo questioni “sensibili”. E poi, l’educazione alla pace si costruisce ogni giorno in classe, anche a partire dalle propria materia d’insegnamento, o condividendo con gli studenti i valori del pacifismo.

Foto Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e le università

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