Società
La povertà normalizzata del 20% della popolazione italiana
Presentato il rapporto dell'Alleanza contro la povertà in Italia: accanto alle famiglie ufficialmente classificate come povere (10,9% nel 2024), emerge un’area ampia e strutturalmente fragile di famiglie quasi povere e appena povere. Quasi il 20% delle famiglie gravita stabilmente attorno alla linea di povertà, esposta a un rischio costante di cadute improvvise legate a eventi ordinari della vita. Una percentuale che è stabile da quindici anni
di Redazione
Di seguito trovate l’executive summary del rapporto “L’Italia delle povertà. Dinamiche sociali, risposte pubbliche e racconto dei media” curato dall’Alleanza contro la povertà in Italia. Il documento è stato presentato questa mattina a Roma. Fra gli interventi anche quello del direttore di VITA Stefano Arduini
Il Rapporto propone una lettura articolata e multidimensionale delle povertà in Italia, con l’obiettivo di superare una rappresentazione riduttiva del fenomeno come condizione marginale, emergenziale o riconducibile esclusivamente a carenze individuali. La povertà viene analizzata come processo sociale e relazionale, radicato nelle trasformazioni strutturali del mercato del lavoro, nei mutamenti delle relazioni familiari, nelle disuguaglianze territoriali e nelle modalità con cui politiche pubbliche, strumenti statistici e narrazioni mediatiche contribuiscono a definirne i confini di visibilità.
Il Rapporto integra prospettive teoriche, analisi statistiche, valutazioni delle politiche e studio delle rappresentazioni pubbliche, mostrando come le povertà contemporanee attraversino ormai ampi segmenti della popolazione e assumano forme spesso poco riconoscibili, ma persistenti, collocate nella “normalità” delle relazioni quotidiane.
La stratificazione delle povertà e i limiti delle misurazioni
Uno dei principali risultati della ricerca riguarda la crescente stratificazione delle condizioni di povertà. Accanto alle famiglie ufficialmente classificate come povere (10,9% nel 2024), emerge un’area ampia e strutturalmente fragile di famiglie quasi povere e appena povere. Secondo i dati Istat, nel 2024 l’8,2% delle famiglie italiane si colloca appena sopra la soglia di povertà relativa, mentre circa il 6% vive appena al di sotto. Nel complesso, quasi il 20% delle famiglie gravita stabilmente attorno alla linea di povertà, esposta a un rischio costante di cadute improvvise legate a eventi ordinari della vita. Una percentuale che è stabile da quindici anni.
Queste condizioni intermedie sono solo parzialmente intercettate dagli strumenti statistici correnti. L’analisi critica dell’indagine Eu-Silc e degli indicatori europei di deprivazione materiale e sociale evidenzia come le misure standard siano indispensabili per stimare l’ampiezza del fenomeno, ma allo stesso tempo selezionino ciò che è osservabile, lasciando in ombra dimensioni centrali dell’esperienza della povertà: la sua durata, la sua intensità differenziata, il peso delle relazioni familiari, il costo nascosto della deprivazione e le “zone grigie” tra autosufficienza e bisogno.
La povertà non emerge, dunque, come una condizione omogenea, ma come un continuum di situazioni che vanno dalla grave deprivazione all’insicurezza economica cronica. Gli indicatori non si limitano a descrivere la realtà, ma contribuiscano a costruirla, influenzando ciò che viene riconosciuto come povertà e ciò che resta statisticamente e politicamente invisibile.
Normalizzazione e invisibilità delle povertà
Il Rapporto evidenzia come molte forme di povertà non coincidano più con l’esclusione sociale in senso classico. Una parte rilevante delle persone a basso reddito lavora, partecipa alla vita sociale e mantiene reti relazionali attive. Tuttavia, questa integrazione è fragile e instabile. Le analisi mostrano un processo di normalizzazione della povertà, che tende a diventare parte ordinaria della vita quotidiana e a perdere riconoscibilità pubblica. Un secondo risultato centrale riguarda il progressivo scollamento tra inserimento lavorativo e inclusione sociale. Nel 2024, oltre il 10% degli occupati in Italia è a rischio di povertà, pari a circa 2,3–2,4 milioni di persone, un valore superiore alla media europea. Il lavoro non garantisce più automaticamente un reddito sufficiente a sostenere una vita dignitosa.
I dati sui salari reali confermano questa tendenza: tra il 2021 e il 2025 l’Italia ha registrato il calo più marcato tra le principali economie Ocse (–7,5%). L’incidenza della povertà è particolarmente elevata tra le famiglie con persona di riferimento operaio (15,6%) e tra i lavoratori indipendenti più deboli. Le evidenze raccolte dalle reti associative mostrano un cambiamento nel profilo delle persone che chiedono aiuto: crescono i lavoratori poveri e diminuisce, in proporzione, la presenza di soggetti completamente esclusi dal mercato del lavoro.
Famiglie, minori e squilibri generazionali
Il Rapporto mette in luce come l’Italia sia diventata un paese strutturalmente sfavorevole per le famiglie giovani con figli. Nel 2024 la povertà assoluta dei minori ha raggiunto il valore più alto dal 2014: oltre 1,29 milioni di bambini e ragazzi vivono in famiglie povere. La nascita di un figlio incrementa significativamente il rischio di povertà, molto più che nella media europea.
Questi dati non restituiscano pienamente la complessità delle condizioni vissute dalle famiglie: la compressione delle spese alimentari, il peso dei costi per la casa e l’energia emergono solo parzialmente nelle statistiche, ma incidono profondamente sulla qualità della vita e sulle traiettorie future dei minori.
La selettività istituzionale delle politiche
L’analisi dell’implementazione di Adi e Sfl (Cap. 3) evidenza le criticità strutturali che indeboliscono l’efficacia di queste misure nel rispondere agli obiettivi di contrasto alla povertà e promozione dell’inclusione. Nello specifico, tale analisi mette in luce la discrepanza tra l’impianto formale di Adi e Sfl e le condizioni reali delle persone, così come tra il disegno normativo e l’attuazione nei territori, che rimane fortemente differenziata. Le evidenze raccolte suggeriscono la necessità di un ripensamento del disegno e dell’implementazione delle due misure, ponendo al centro la qualità dei servizi, la coerenza tra strumenti e obiettivi, la capacità di presa in carico personalizzata e la governance multilivello.
Le politiche, come gli indicatori, selezionano ciò che è riconosciuto come bisogno, lasciando scoperte ampie aree di vulnerabilità diffusa.
Il ruolo del terzo settore emerge come sempre più centrale nel sostenere le persone in difficoltà, ma anche come segnale di una crescente esternalizzazione della gestione delle povertà, soprattutto nei casi più complessi e persistenti.
Povertà e costruzione del discorso pubblico
Infine, il Rapporto mostra come la povertà sia anche un oggetto narrativo (Cap. 4). I media contribuiscono, nello specifico i giornali quotidiani, contribuisce a costruire cornici interpretative che enfatizzano l’emergenza e la quantificazione, spesso a scapito della comprensione dei processi strutturali. Emerge come misurazioni, politiche e narrazioni concorrano a definire chi è riconosciuto come povero e chi rimane privo di voce pubblica.
L’Italia delle povertà
Nel loro insieme, i risultati indicano che la povertà in Italia non è un fenomeno residuale né transitorio, ma una condizione strutturale, stratificata e relazionale, che si riproduce nel tempo. Contrastarla richiede non solo risorse economiche, ma una revisione profonda delle modalità con cui la società misura, governa e racconta le povertà. Questo Rapporto intende contribuire a una discussione pubblica più consapevole e a politiche sociali più capaci di intercettare la realtà delle vite concrete.
Nota editoriale
Il Rapporto è stato realizzato da un gruppo di lavoro composto da Chiara Agostini, Cecilia Ficcadenti, Rosangela Lodigiani, Franca Maino, Remo Siza, Leonardo Piromalli, Paola Villa, Gianfranco Zucca.
Credit foto: Alleanza contro la povertà
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