Figlicidi
La salute mentale delle mamme, un’emergenza che ci interpella tutti
Da Trieste arriva la notizia di una madre che ha ucciso, tagliandogli la gola, il figlio di soli 9 anni. La donna era seguita dal Centro di Salute Mentale. Gisella Trincas è presidente dell'Unione Nazionale delle Associazioni per la Salute Mentale: questo testo è stato pubblicato nel 2024 nel volume "Chiara. Una vita oltre la vita", voluto dalla Garante Infanzia della Sardegna dopo l'uccisione a Oristano di Chiara, di soli 13 anni, da parte della madre. Scrive Trincas: «Ho raccolto una infinità di testimonianze di donne che hanno sofferto l’abbandono da parte del sistema pubblico quando più avevano bisogno di aiuto, sostegno e cure. Oggi più che mai la condizione della sofferenza mentale è vista come una colpa della persona e la richiesta forte è quella di “rinchiuderle”. Ma occorre recuperare umanità e solidarietà e pretendere dallo Stato, e dalle sue articolazioni locali, presenza e competenza sull’intero territorio»
Da Trieste arriva la notizia di una madre che ha ucciso, tagliandogli la gola, il figlio di soli 9 anni. La donna, separata dal marito, era seguita dal Centro di Salute Mentale. Torna con prepotenza la tentazione di associare i problemi di salute mentale con la pericolosità, come già abbiamo visto pochi giorni fa dopo l’accoltellamento di una donna a Milano. Essere davanti a una madre e un bambino, emotivamente rende il tutto ancora più pesante.
Sarebbero 535 in vent’anni i figli uccisi da un genitore. Il numero, impressionante ma datato, lo ha dato la senatrice Pd Valeria Valente nel 2023, nel momento in cui ha depositato una proposta di legge sul tema. L’87% dei figlicidi è imputabile a uomini, essenzialmente padri, per la quasi totalità di nazionalità italiana; il 13% alle madri, le cui motivazioni sono quasi tutte riconducibili a situazioni di violenza/sofferenza o di pericolo, in molti casi denunciate e non considerate.
Gisella Trincas è presidente dell’Associazione Sarda per l’Attuazione della Riforma Psichiatrica (Asarp) e presidente dell’Unione Nazionale delle Associazioni per la Salute Mentale (Unasam). Questo testo è stato pubblicato nel 2024 all’interno del volume Chiara. Una vita oltre la vita, pubblicato da VITA: il book è lo strumento di lavoro per un progetto voluto dalla Garante Infanzia della Regione Sardegna, Carla Puligheddu, dopo l’uccisione di Chiara, di soli 13 anni, da parte della madre. Nel testo parla anche il padre di Chiara, Piero, che racconta il suo tormento dinanzi alla domanda “potevo capirlo prima?”. Il progetto ha girato le scuole di Oristano e della Sardegna, per parlare ai ragazzi e a tutta la comunità educante, nel nome di Chiara (per scaricare gratuitamente il book, clicca qui).
Le domande sono sempre tante. Perché i servizi e la presa in carico non hanno funzionato? I familiari hanno saputo o voluto vedere e chiedere aiuto? La comunità ha saputo essere presente e segnalare? La tentazione di facili giudizi è sempre alta, i dubbi sono tanti e grandi, ma resta una sola cosa a cui aggrapparsi, quella che scrive Trincas: «Oggi più che mai la condizione della sofferenza mentale è vista come una condizione di non ritorno, come una colpa della persona, e da più parti la richiesta forte è quella di “rinchiuderle”. Cosa è necessario fare? Recuperare umanità e solidarietà e pretendere dallo Stato, e dalle sue articolazioni locali, presenza e competenza sull’intero territorio». (SDC)
Vorrei dare il mio piccolo contributo di riflessione su una questione che non solo ci interpella ma che ci richiama alla responsabilità tutte e tutti: la tutela della salute mentale per tutte e tutti e le ricadute sui bambini e le bambine quando a non essere tutelata è la salute mentale delle donne.
Noi donne, per una serie di ragioni che tutti conosciamo, paghiamo il prezzo più alto dell’assenza o precarietà di un sistema pubblico di salute mentale chiamato a svolgere il compito di prevenzione e cura nella comunità, per la comunità. Si tratta di un compito che presuppone la presenza, ben organizzata e articolata sul territorio, di professionisti della salute mentale in grado di intercettare e comprendere la richiesta di aiuto che proviene dalle singole persone, dalle famiglie, dalla comunità.
Occorrono servizi di comunità e professionisti della salute (per gli adulti e per i minori), che dovrebbero essere immediatamente identificabili e raggiungibili, orientati culturalmente e preparati professionalmente per il superamento della crisi e il mantenimento di una buona salute mentale, senza allontanarli dai loro contesti di vita. Se ad andare in crisi è una donna, e in particolare una mamma, diventa urgentemente necessario evitare che i bambini siano vittime di un sistema che non funziona, magari con il loro allontanamento (non voluto e traumatizzante) o al contrario con il loro abbandono in una situazione di grande sofferenza.
Nella mia lunga esperienza di attivista nel campo della salute mentale, in quanto familiare e responsabile di Asarp e Unasam, ho raccolto una infinità di testimonianze di donne che hanno sofferto l’abbandono da parte del sistema pubblico quando più avevano bisogno di aiuto, sostegno e cure. Donne che hanno perso i loro figli per loro stessa mano o allontanati dai servizi sociali e mai più ritrovati. E ancora donne costrette all’interruzione della gravidanza e donne che hanno potuto riabbracciare i loro figli solo quando hanno raggiunto la maggiore età. Donne che hanno pagato e sofferto, insieme ai loro figli, l’assenza dello Stato.
Ho incontrato figli di tante donne con disturbo mentale, allontanati dalle loro famiglie e inseriti in istituti, che dopo aver raggiunto la maggiore età si sono presi cura della loro loro madre. Ho incontrato figli di madri con problemi di salute mentale, psichiatrizzati anch’essi fin dalla tenera età. Ho conosciuto donne che hanno vissuto l’orrore dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario per il loro terribile delitto, che hanno attraversato una infinità di comunità terapeutiche, che sono state allontanate dalle loro famiglie non in grado di sostenerle e aiutarle, che hanno visto portare via con la forza dalla loro casa i loro bambini senza dare loro alcuna spiegazione. Donne con un problema di salute mentale affrontabile, la cui vita ha subito un destino costellato di negazione di diritti e possibilità di ripresa, che la società intera aveva la responsabilità di garantire. Donne la cui vita è stata spenta dalla indifferenza e dall’ignoranza.
Oggi più che mai la condizione della sofferenza mentale è vista come una condizione di non ritorno, come una colpa della persona, e da più parti la richiesta forte è quella di “rinchiuderle”. Cosa è necessario fare? Recuperare umanità e solidarietà e pretendere dallo Stato, e dalle sue articolazioni locali, presenza e competenza sull’intero territorio. Capacità dei servizi di operare in sinergia (sanitario-sociale-società civile-scuola). Promuove campagne di informazione e sensibilizzazione corrette per combattere stigma e pregiudizio. Ascoltare i bisogni reali delle persone e operare per un sistema-Paese che superi le drammatiche disuguaglianze sociali e territoriali, la povertà, l’emarginazione.
Proteggere i bambini e le bambine, senza danneggiarli rinchiudendoli da qualche parte “perché mamma sta male”. Lavorare con le famiglie affinché non siano respingenti, ma senza mai lasciarle sole. Una società civile e responsabile può fare molto, c’è tanto da cambiare, ma si può fare.
Foto di Volkan Olmez su Unsplash
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