Donare non basta
La sublimazione della filantropia passa dalla redistribuzione. E non solo di denaro
Portare l'attività filantropica a un livello superiore, elevarla, passa necessariamente dal redistribuire la ricchezza, certo, ma anche il potere e l'influenza che da essa derivano. Spunti per un dibattito
“Sublimare, dal latino tardo sublimare: elevare, esaltare, elevare spiritualmente”, (dalla Enciclopedia Treccani).
Marco Albino Ferrari, nel suo libro La montagna che vogliamo. Un manifesto, scrive: far parte della comunità significa sentirsi debitore per l’eredità ricevuta dal passato. Al pari di un composto chimico che contiene vari elementi da estrarre e isolare, questa frase racchiude due concetti rilevanti che si contrappongono ad un altro sottinteso. I primi due, più espliciti, sono quelli di eredità ed investimento; il secondo, invece, è quello di appartenenza.
Mantenendo la metafora chimica, si potrebbe affermare che l’obiettivo di questa riflessione è promuovere un processo di sublimazione dei contenuti, nel caso specifico della filantropia, elevandola, portandola a fini più alti. In questo esercizio teorico è utile partire dall’ultimo dei tre concetti sopra elencati, in quanto più complesso da “sintetizzare” nonché, ancor più, perché funzionale ai primi.
Appartenenza, eredità e investimento
Appartenenza quindi: i problemi della società e della democrazia sono, al cuore, una questione di essere o non essere membri, riconducibili al binomio di appartenere o non appartenere. L’identità – come affermato con forza dalla sociologa Lea Ypi – è pertanto la chiave per leggere tutti i conflitti della società, grandi e piccoli; il nostro modo di agire è sempre quello di tracciare un confine invisibile tra noi e gli altri.
Questa volontà di porre confini, definendo noi e loro, riecheggia fragorosamente nella attuale tendenza distruttiva dei nazionalismi e nella demolizione di tutti gli approcci cooperativi e, conseguentemente, delle istituzioni ad esse preposte. Questi esiti emergenti sembrano assolutamente coerenti con una società, come quella attuale, che venera il culto dell’individuo e dell’individualismo comunitario; da ciò deriva ogni delegittimazione di azioni collettive e l’incapacità di gestire i conflitti se non polarizzandoli, così da promuovere visioni classiste della società, in cui l’ultimo livello della gerarchia sociale pensa ad allontanare chi può minacciarlo da sotto invece di guardare alla classe sopra (gli esiti del voto Usa in cui la classe operaia si è identificata più con i Jeff Bezos & co. che con i lavoratori migranti sono un significativo esempio di ciò). Una società che è intrisa del mito della meritocrazia che demolisce i movimenti collettivi finalizzati a rivendicare più giustizia sociale.

Questo spunto aiuta a riportare la riflessione sui due elementi più espliciti dell’apertura: investimento ed eredità ricevuta. Quest’ultimo termine implica una trasmissione da qualcuno (persone, natura, ecc) a qualcun altro di beni materiali o non materiali, valori, principi, etica; infatti, il senso di debito per aver ricevuto un’eredità si fonda sull’assenza di uno specifico valore o merito in colui che la riceve, che costituisce, pertanto, un elemento caratterizzante del passaggio ereditario.
Attualizzando questa circostanza con un’altra evidenza sociale, il senso di “debito” appare appesantirsi ulteriormente: c’è una polarizzazione nella detenzione della ricchezza – i poveri sono sempre più poveri ed i ricchi sempre più ricchi – ma questa ricchezza, in circa un terzo dei casi, deriva da rendite di posizione e da eredità. Eccoci nuovamente al tema dell’eredità. I dati confermano ciò che la sociologia dice da decenni: nella corsa alla realizzazione della vita non tutte le persone partono dalla stessa linea di partenza, alcune sono avvantaggiate (spostando in avanti la linea immaginaria del via) dalle diverse dotazioni o eredità di capitale economico, sociale, culturale, relazionale di cui godono e che sarà cruciale nei destini futuri del singolo.
Infine, l’investimento: inteso come la voglia di restituire indietro parte della propria ricchezza, delle proprie competenze, della propria saggezza alla comunità, grande o piccola che sia, quella nella quale ci riconosciamo. Questo pare l’aspetto più controverso. Da un lato c’è spesso un desiderio sincero di contribuire al benessere generale come fanno tanti privati che destinano capitali ad azioni filantropiche; dall’altro c’è una stridente questione di coerenza e di legittimazione. Perché, a differenza del pensiero di molti, non è sufficiente dare, ma è necessario un faticoso processo di introspezione sulle dinamiche di potere dalle quali scaturiscono i capitali. Un processo di sublimazione della filantropia appunto.
Viviamo un’epoca in cui il potere e l’influenza sociale sono direttamente proporzionali ai capitali detenuti, i quali vengono da lontano e spesso hanno un innesco originario che ha coinvolto o coinvolge logiche di iniquità e di ingiustizia sociale.
Ricchezza e potere
Occorre riconoscere che l’accumulazione privata di ricchezza è connessa all’accesso al potere ed all’influenza. In un contesto di crescita infinita – come quello accettato dalla maggior parte degli economisti – la ricchezza prodotta sembra non avere limiti, allargando continuamente la platea dei membri dell’élite plutocratica ed espandendo i confini della “torta economica” da spartirsi; tuttavia, questa teoria non sembra valere per i suoi principali effetti sociali: potere ed influenza. Questi ultimi infatti rappresentano un gioco a somma zero sotto il profilo democratico, per cui se qualcuno detiene una grossa fetta di potere agli altri restano le briciole, ovvero una cronica sottorappresentazione delle proprie istanze e, pertanto, un’incrementale diseguaglianza di status.
La correzione di questi squilibri passa dalla filantropia redistributiva. Questo è un aggettivo non amato dai filantropi, i quali da un lato si sentono violati di parte della loro libertà di azione e dall’altro la ritengono già integrata nelle politiche fiscali; passa per essere una violazione della logica del win-win tanto amata dai filantrocapitalisti: approcci non radicali e sistemici che riproducono – in una sorta di complicità – lo status quo invece di modificarlo (d’altronde come potrebbero coloro che beneficiano di più dal sistema modificarlo a loro svantaggio?).

Sublimare la filantropia, portarla ad un livello superiore, elevarla, passa necessariamente dalla redistribuzione. Ed occorre essere ancora più radicali: una redistribuzione che non si limiti alla ricchezza ma anche ai suoi effetti in termini di potere ed influenza. Quindi, non solo capitali finanziari (la scelta più ovvia), ma anche pratiche di accesso alla rappresentazione di istanze universali comuni ai cittadini per correggere politiche a favore di determinate classi. Un cambio posturale nell’avvicinarsi alla pratica filantropica, ripudiando modus operandi tipici del profitto e del mercato.
Identificare il privilegio
Questo difficile processo di sublimazione è raggiungibile soltanto se si passa attraverso l’identificazione del privilegio, ci si allontana dalla narrazione meritocratica e ci si focalizza sulle logiche classiste da cui origina parte dell’afflato della filantropia.
Occorre riparare, tornando indietro nelle dinamiche sociali di affermazione, alla ricerca di verità storiche. È necessaria una rilettura dell’agire filantropico, assumendo la consapevolezza che il suo ruolo deve essere radicale ed ambizioso con l’obiettivo di correggere, in modo sistemico, le conseguenze di devianze storiche, ricollocando i pezzi di una passato che è fatto di stratificazioni di ineguaglianze nel tempo, che hanno portato a sfruttamento, soggiogazione, dolore e sofferenza: caste che hanno soggiogato e sfruttato altre, imprese che hanno estratto valore da beni comuni, politiche che hanno favorito élite, tassazioni che hanno vanificato i principi progressivi e distributivi, incancrenendo divisioni classiste.
Si tratta di sublimare la filantropia, selezionandola in termini qualitativi e incoraggiandola per aspirazione, per dimostrare legittimazioni che superano le logiche di impatto perché scavano, anche scomodamente, nella dimensione di senso dei donatori.
Daniele Messina
Da qui la filantropia può ripartire, non solo per riconoscere e riparare ma per recuperare una logica redistributiva, capace di correggere le asimmetrie di dominio da cui origina il proprio capitale, mettendo in discussione la propria legittimazione e superando visioni elitarie. Non si tratta di un esercizio di revisionismo al passato, ma di una consapevolezza di fondo che ha un’importanza cruciale per assumere atteggiamenti e funzioni efficaci nel panorama filantropico. Si tratta di sublimare la filantropia, selezionandola in termini qualitativi ed incoraggiandola per aspirazione, per dimostrare legittimazioni che superano le logiche di impatto perché scavano, anche scomodamente, nella dimensione di senso dei donatori.
Dono e dimesione collettiva
Occorre sanare l’individualizzazione del dono recuperandone la sua dimensione collettiva e promuovere narrazioni che nella rappresentazione della sofferenza e dell’ineguaglianza non usano la voce e le metriche capitalistiche; si tratta di rinunciare al capitale anche emozionale – come lo definisce Lile Chouliaraki – che riproduce dinamiche di potere, dando voce a chi usa la sofferenza in modo tattico rispetto a chi da quella sofferenza è afflitto in modo sistemico e la cui voce viene silenziata sistematicamente.
Il mercato ha infettato e contaminato gli approcci filantropici ed umanitari, facendo adagiare tutti gli attori sociali – in primis le organizzazioni – nell’impiego di metodi, strumenti e tassonomie che sono mercato. Quello stesso mercato – cuore del capitalismo – che tratta tutti da consumatori anziché da individui e che opera attraverso la diffusione della sofferenza individuale e non collettiva e sistemica, favorendo – mediante le “piattaformizzazione” del dolore – istantanee di compassione che durano lo stesso tempo di una scrollata.
È necessario riformulare una filantropia diversa, superando il paradosso secondo il quale essa aiuti la società civile; in realtà è esattamente il contrario è la società civile che aiuta la filantropia nel perseguimento dei propri fini di interesse generale.
La filantropia, in quanto atto di elargizione di capitale – qualsiasi esso sia – porta con sé un’idea ed un approccio coloniale, di dominio, di primato che occorre sradicare dalle dinamiche relazionali; ciò implica cancellare i confini delle appartenenze mediante la condivisione e ridistribuzione di capitali ereditari comuni che rappresentano il vero investimento per il futuro.
Nella foto di apertura, Stanza a New York di Edward Hopper , 1932.
Scopri i numeri della filantropia e i 100 profili di chi investe nel bene comune su VITA magazine di ottobre ‘‘Nella testa dei filantropi”
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