Fuori famiglia
L’allontanamento zero è uno slogan, lo dicono i dati
Tre anni dopo l'approvazione della legge regionale "Allontanamenti Zero", in Piemonte il numero dei minori fuori famiglia non è sceso. Segno, dati alla mano, che gli allontanamenti dei minori sono già una extrema ratio. Le riflessioni di Paola Ricchiardi, docente di Pedagogia sperimentale all’Università di Torino, e di Diego Di Masi, professore associato e membro del gruppo scientifico del programma Pippi
L’allontanamento-zero non esiste, o al massimo è uno slogan. Tanto che anche il Piemonte, che ne ha fatto legge regionale nel 2022, non ha visto un calo significativo degli allontanamenti dei minori dalle famiglie d’origine: anzi, il numero è rimasto pressoché stabile.
Lo fa notare Paola Ricchiardi, docente dell’Università di Torino specializzata in Pedagogia sperimentale, che preferisce parlare di minori «messi in protezione», piuttosto che allontanati: men che meno “prelavati”.
I dati dimostrano proprio la politicizzazione che sta dietro la prima legge regionale sugli “allontanamenti zero”, la n. 17/2022, approvata nell’ottobre 2022. E l’efficacia, al contrario, dei servizi sociali.
«Nei giorni scorsi, l’assessore regionale Maurizio Marrone (FdI, ndr) è stato criticato perché con la norma “Allontanamenti Zero” il numero di allontanamenti non è calato, ma è rimasto pressoché stabile. Io credo che quei dati attestino invece un grande lavoro dei servizi sociali».
I dati sono quelli in base a cui «il Piemonte, con 40.304 minori in carico ai servizi sociali al 31 dicembre 2024 ha il tasso di presa in carico più alto d’Italia, pari al 67,6 per mille. Questo dimostra quanto sia alto il lavoro sulla prevenzione. Ed è normale che, essendo alto il numero di minori seguiti, sia più elevato anche il numero di minori messi in protezione, i quali rappresentano comunque solo l’11,87% del totale», riferisce Ricchiardi.
Un altro dato positivo del Piemonte riguarda il numero di affidi, che – diversamente da quel che accade a livello nazionale – è superiore a quello dei collocamenti in struttura residenziale: 2.861 contro 1.925 (tutti i dati sono al netto dei minori stranieri non accompagnati, ndr). «Anche qui in Piemonte potrebbe però invertirsi la tendenza se si continuerà a non valorizzare l’affidamento familiare, la disponibilità e generosità delle famiglie piemontesi, e il lavoro dei servizi sociali. Per il momento, comunque, il Piemonte risulta primo in Italia per tasso di minori seguiti dai servizi socio-educativi del territorio, primo in Italia per tasso di minori in affidamento familiare e quattordicesimo per inserimento in struttura. Penso che sia innegabile il lavoro dei servizi», conclude Ricchiardi.
L’allontanameno-zero, una lettura fuorviante
Per tutelare l’interesse dei minori, allora, occorre favorire e valorizzare il lavoro dei servizi, piuttosto che portare avanti «lo slogan “allontanamento-zero”, il quale descrive una relatà che non esiste», afferma Diego Di Masi, docente anche lui presso l’Università di Torino, che collabora con il Gruppo Scientifico del Programma intervento per la prevenzione dell’istituzionalizzazione (Pippi).
Di Masi ribalta completamente la lettura dell’allontanamento dei minori in Italia, il quale «non è deciso a partire da un disagio sociale o economico: si tratta di un intervento di protezione che promuove l’attivazione di contesti di cura plurali». La pluralità della presa in carico è frutto del modello di intervento prevalente nei nostri servizi, precisamente a «una lettura sistemica, che individua nell’abilitazione dei contesti di vita delle persone l’azione prioritaria», spiega.
In base a questo modello, «ognuno di noi è vulnerabile in relazione ai contesti dai quali dipende: quanto più i sistemi educativi, sociali e sanitari diventano fragili, tanto più aumenta la vulnerabilità delle persone».
Nelle situazioni in cui le persone bambine sono maltrattate, abusate o private dei loro diritti, l’intervento del servizio pubblico non solo è necessario, ma urgente, poiché nella nostra cultura giuridica, sociale ed educativa l’interesse del minore è preminente
Diego Di Masi
A partire da questa consapevolezza, sono nati i Livelli essenziali delle prestazioni sociali, in base a cui «Regioni e Comuni sono chiamati a garantire, in ogni territorio, servizi sociali strutturati, con personale formato e contratti di lavoro a tempo indeterminato, dotati delle risorse necessarie per costruire, in équipe multiprofessionali e insieme alle famiglie, progetti individualizzati».
Per questo, «nelle situazioni in cui le persone bambine sono maltrattate, abusate o private dei loro diritti, l’intervento del servizio pubblico non solo è necessario, ma urgente, poiché nella nostra cultura giuridica, sociale ed educativa l’interesse del minore è preminente».
E l’interesse del minore richiede, in alcuni casi, anche la sua “messa in protezione” al di fuori della propria famiglia d’origine. Una misura, questa, sempre temporanea e finalizzata al rientro nel nucleo, laddove possibile. E sempre e comunque residuale.
Perché si allontana: cosa si sa, cosa non si sa
Non esistono infatti dati e fonti per dire che avvengano, in Italia, allontanamenti non necessari, che si allontani più di quanto dovrebbe accadere, che gli allontanamenti sono «troppi». Ad oggi infatti sappiamo quanti sono i minori messi in protezione, sappiamo quanti sono in una struttura residenziale e quanti sono in affido familiare, ma non sappiamo quali siano le ragioni all’origine dell’allontamento. E sul fatto che questi dati “di flusso” siano necessari per programmare meglio le politiche di sostegno alla genitorialità e di protezione dei minori tutti sono d’accordo.
Sappiamo con certezza, invece, che l’allontanamento – o meglio, la messa in protezione fuori famiglia – in Italia è una misura residuale. E questo, sì, lo dicono i numeri.
«Come riportano gli ultimi dati del ministero, sono 33.325 i minori fuori famiglia in Italia, ovvero lo 0,35% del totale dei minori italiani. Non mi pare che con questi dati si possa dire che si ricorre così frequentemente a questa misura», osserva Ricchiardi.
Il numero di allontanamenti non è preoccupante. Piuttosto, mi preoccuperei un altro numero: in Italia i minori collocati in struttura sono 7.859 in più rispetto a quelli in famiglia affidataria
Paola Ricchiardi
E poi c’è un altro dato che parla chiaro: «Sul totale dei minori seguiti dai servizi, (sono stati 374.327 nel 2024, secondo il recentissimo Quaderno 66 del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, ndr) solo il 10% è allontanato dalla sua famiglia. Il restante 90% è già seguito in casa propria, proprio in quell’ottica di prevenzione che anche l’Autorità garante ha giustamente raccomandato».
Il numero di allontanamenti quindi non è preoccupante: «Piuttosto, mi preoccuperei di un altro numero: in Italia i minori collocati in struttura sono 7.859 in più rispetto a quelli in famiglia affidataria (sempre esclusi i minori stranieri non accompagnati). Con azioni specifiche di sostegno e una migliore informazione, si potrebbero coinvolgere più famiglie disponibili all’affido, che sono invece sempre meno», osserva Ricchiardi.
Così come è auspicabile una maggiore disponibilità di dati tecnici, «perché senza dati, trasformiamo questioni complesse in oggetto di talk show, con schieramenti contrapposti. Abbiamo bisogno di numeri, ma chi li ha spesso non può esporli, per motivi di privacy. Ci aiuterebbero molto a costruire una narrazione diversa e più veritiera sulla protezione dei minori in Italia», conclude.
Foto Josh Hild (Unsplash)
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