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“L’antidoto”: la pace possibile fra israeliani e palestinesi come nessuno ve l’ha mai raccontata

È online il book digitale per le abbonate e gli abbonati di VITA, che apre un faro sulle attività di 20 organizzazioni israeliane e palestinesi che ogni giorno costruiscono dialogo e ponti fra i due popoli. Uno sguardo inedito e straordinario che offre una possibilità concreta di uscire dalla violenza e dal conflitto permanente

di Anna Spena

Èpassato poco più di un mese da quando Israele e Hamas hanno firmato il piano di “pace” mediato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Una pace tra virgolette, che assomiglia più ad una tregua fragile: nella Striscia di Gaza negli ultimi 30 giorni sono state uccise, durante gli attacchi israeliani, oltre 200 persone (dal 7 ottobre 2023 le vittime sono state 69mila). Israele ha ricevuto, tramite il Comitato Internazionale della Croce Rossa, uno degli ultimi quattro corpi tenuti in ostaggio dal gruppo palestinese Hamas a Gaza.

Gli aiuti che entrano nella Striscia sono, nonostante il cessate il fuoco, sono assolutamente insufficienti per rispondere ai bisogni della popolazione. Intanto in tutta la Cisgiordania si sono intensificati gli attacchi ai villaggi palestinesi dai parte dei coloni, con la connivenza dell’esercito israeliano, ed è sempre più concreta la possibilità di un’annessione totale.

In un’intervista a VITA, Daniel Bar-Tal, professore emerito di psicologia politica all’università di Tel Aviv, e tra i fondatori del movimento Peace Now, ha dedicato la vita a studiare e analizzare i meccanismi dei conflitti insanabili, ha detto: «Ciò che serve ora è coraggio morale, una leadership visionaria e una rottura con le narrazioni distruttive e i sogni massimalisti. Ciò significa porre fine alla delegittimazione reciproca e costruire la fiducia partendo da zero. Attenendomi alla realtà però non vedo nel prossimo futuro una soluzione al conflitto o un reale processo di pace. Non è ancora nato un primo ministro israeliano disposto a ritirarsi dalla Cisgiordania e Israele cambierà solo se sottoposto a sanzioni. Ma democrazia e occupazione non possono convivere».

La riconciliazione: «È un processo psicologico e sociale necessario per costruire una pace stabile», ha continuato. «Non è collegato a nessun accordo formale ma piuttosto a un’idea che abbiamo in testa. Se si vuole ottenere una pace duratura, bisogna modificare lo stato mentale che porta a credere nel conflitto come unica alternativa. Fra le condizioni per arrivare al processo di pace ci sono la costruzione della fiducia, la legittimazione e l’umanizzazione dell’“avversario”. La riconciliazione non inizia dopo la pacificazione ma molto prima: si tratta di un processo graduale e multiforme che deve implicare un processo di cambiamento della società».

La narrazione mainstream che racconta palestinesi e israeliani sempre gli uni contro gli altri, è davvero l’unica storia possibile? No, è la più comoda. Così in questo libro “L’antidoto” abbiamo voluto provare a raccontare chi sono e cosa fanno gli attivisti che ogni giorno non si riconoscono come persone, e non si guardano come avversari.

La parola libertà compare 20 volte, pace 67, diritti 38. Compaiono tante volte anche parole come giustizia, uguaglianza e nonviolenza. Ma quale realtà descrivono? Queste parole le hanno usate le donne e gli uomini per spiegare, raccontare, mostrare come hanno scelto di vivere. Fanno tutti e tutte parte di associazioni, grandi e piccole, gruppi informali, movimenti spontanei. Sono israeliani e palestinesi che già molto tempo prima del sette ottobre 2023, prima dell’attacco di Hamas, prima che la Striscia di Gaza fosse rasa al suolo dall’esercito israeliano, avevano compreso quale fosse la strada non solo  per vivere, ma per vivere insieme sulla stessa terra.

C’è un pezzo di società civile israeliana e un pezzo di società civile palestinese che ogni giorno sceglie di stare dalle parte delle persone, a prescindere dal lato del confine in cui si è nati. Così gruppi di giovani rifiutano di arruolarsi nell’esercito israeliano, perché un esercito serve a difendersi se è necessario, non ad uccidere indiscriminatamente. Madri palestinesi e madri israeliane vogliono la stessa cosa: un futuro di pace per tutti i bambini della regione. E non si stancano mai di parlarsi, anche quando parlarsi è difficile.

Famiglie che hanno perso un parente per mano di miliziani palestinesi o dell’esercito israeliano si uniscono nello stesso dolore e sanno che quel dolore li rende simili e così chiedono a gran voce di far tacere tutte le armi. Attivisti israeliani denunciano le violenze di altri israeliani ai danni dei palestinesi e si piazzano con i loro corpi davanti ai bulldozer dell’esercito quando questo decide di demolire le loro case nei territori illegalmente occupati. Palestinesi stremati da anni di violenze da parte dei coloni e dell’esercito continuano invece a scegliere la nonviolenza e di questa fanno il faro della loro vita.

Questo lavoro prova a far conoscere chi sono, senza retorica. Sono tutti consapevoli che la guerra non sia iniziata due anni fa con l’attacco di Hamas, ma molto prima, nel silenzio e assenso generale. Questo libro l’abbiamo chiamato L’antidoto perché se una soluzione esiste per uscire da questo circolo di violenza oltremisura, loro ce la stanno indicando.

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