Genitori & Figli
L’Australia vieta i social agli under 16: «Sotto una certa età, l’educazione al mezzo non basta»
È il primo Paese al mondo a introdurre una "maggiore età digitale". Per Marco Gui, co-fondatore del progetto Patti digitali e direttore del centro Digital Transformation and Wellbeing Lab dell'Università Bicocca, «il successo di questa misura dipenderà dalla sua capacità di incidere sul piano culturale e di diventare qualcosa a cui le persone aderiscono per garantire le proprie famiglie, non per rispettare una norma»
«Non dovrebbero vietarci i social media. Dovrebbero insegnarci a usarli». È quello che ha detto un bambino di 10 anni interpellato dall’emittente televisiva Abc in un sondaggio che ha coinvolto 17mila adolescenti australiani. Una ragazzina di due anni più grande, invece, ha commentato così: «Non credo che i bambini dovrebbero preoccuparsi così tanto di questa roba. Ci sta rubando l’infanzia». La domanda era la stessa: che cosa pensi dell’introduzione in Australia del divieto all’utilizzo dei social media sotto i 16 anni? Le risposte (anonime) sono lo specchio di un dibattito che sta facendo il giro del mondo.
Dalla mezzanotte del 10 dicembre, in Australia chi ha meno di 16 anni non può più accedere a Instagram, TikTok, Facebook, YouTube, X, Reddit, Snapchat e Twitch. È il primo governo al mondo a imporre una misura di questo tipo, attraverso il Codice di sicurezza online: «Questi obblighi», si legge tra le raccomandazioni pubblicate dal Parlamento australiano, «fanno parte di una serie di regolamenti introdotti per proteggere i bambini e i giovani dai rischi a cui possono essere esposti attraverso gli account dei social media».

Secondo le stime diffuse dalla Bbc, sono coinvolti 150mila utenti Fb e 350mila account Instagram. Grandi numeri per una scelta che ha un impatto (anche simbolico) molto più grande. Per comprenderne la portata, ci siamo rivolti a Marco Gui. Professore di Sociologia dei media dell’Università di Milano-Bicocca, è stato tra i fondatori del progetto Patti digitali, una rete che promuove alleanze educative tra famiglie, educatori ed enti a livello locale sull’età di consegna degli smartphone ai pre-adolescenti o sul loro accesso ai social. Dal 5 dicembre è il direttore del centro interdipartimentale Digital Transformation and Wellbeing Lab (DiTWeL), nato per studiare il rapporto tra l’uso dei media digitali e il benessere individuale e collettivo.
La via intrapresa dall’Australia è qualcosa di simile a un patto digitale su larga scala?
Ci sono certamente somiglianze ma anche alcune differenze sostanziali, la più grande riguarda la presenza o meno di una scelta facoltativa. Nel patto digitale questa c’è ed è compiuta dalle famiglie, assestandosi sul livello della norma sociale; un provvedimento governativo ha a che fare con la legge. In entrambi i casi, però, esiste una comunità (uno Stato nel caso dell’Australia) che decide in maniera democratica di dotarsi di norme di gradualità per diminuire la pressione sociale all’anticipazione costante dell’utilizzo di smartphone e social media. Si tratta, in contesti diversi, della stessa emersione di una resistenza a un processo che sembra inevitabile e che invece non lo è. La gradualità si può decidere insieme se le comunità prendono il controllo dell’educazione digitale in varie forme.
Credo che quella australiana sia una risposta forte ma in gran parte giustificata a un’emergenza che è sotto gli occhi di tutti
Marco Gui, direttore del centro DiTWeL
Che cosa ci dice la decisione del governo guidato da Anthony Albanese?
Che c’è un’emergenza in atto e che forse questo esito è il frutto di un fallimento di regolamentazione. Ci dice anche che stiamo assistendo a un’onda di ritorno di quell’entusiasmo sui benefici di Internet che ha caratterizzato i primi vent’anni della nostra convivenza con la rete (dal 1995 al 2015, nda). È un’onda di ritorno motivata da diversi fattori. Il primo è stato l’arrivo dello smartphone, che ha portato ambienti che già esistevano a un livello di connessione permanente, mettendo in luce le difficoltà di gestione per gli individui. Un altro punto è la ricerca, che ha messo in luce un legame tra l’abitudine a frequentare alcune piattaforme Social, la salute mentale e le performance di apprendimento, soprattutto tra i giovani. Il terzo fattore riguarda i modelli di business, sempre più aggressivi nell’utilizzo di personalizzazioni per catturare l’attenzione in un contesto non regolato dalla legge e neanche dalle norme sociali. Credo che quella australiana sia una risposta forte ma in gran parte giustificata a un’emergenza che è sotto gli occhi di tutti.
Quando si potrà fare un primo bilancio sull’efficacia del provvedimento?
Penso che i frutti di questa misura saranno visibili tra qualche anno, in particolare su due diverse generazioni. La prima è quella dei ragazzi che oggi devono rinunciare ai Social: bisognerà vedere che tipo di alternative troveranno, come reagiranno e su quali ambienti si sposteranno. E poi c’è la generazione che crescerà senza Social fino ai 16 anni: per questa fascia d’età le cose potrebbero andare diversamente.
Cioè?
La sensazione di privazione potrebbe non essere così marcata. E la decisione di ritardare l’accesso dei giovani alle piattaforme potrebbe avere una ripercussione anche sul mondo adulto. Ci sembra che il dominio di queste grandi potenze internazionali non abbia confini, ma i patti digitali dimostrano che la decisione di normare a livello sociale l’età di consegna degli smartphone è un passo di autonomizzazione delle comunità locali e di affrancamento dal potere di queste forze globali.
The Guardian riporta la notizia di due adolescenti di 15 anni, supportati da un gruppo per i diritti digitali (The Digital Freedom Project), che si sono rivolti all’alta corte per bloccare il divieto, rivendicando il diritto costituionale alla libertà di comunicazione e denunciando il rischio che la norma si traduca in un implicito invito ad adottare profili falsi.
Qui non si tratta di essere contro la tecnologia o tecnofobici, non si tratta di limitare “il digitale”. Qui parliamo di determinate piattaforme con determinati modelli di business che non sono adatti a certe età. Il successo di questa norma dipenderà dalla sua capacità di incidere sul piano culturale. In Italia abbiamo esempi di provvedimenti che sono stati accolti e integrati completamente nella nostra società, come per esempio il divieto di fumo nei luoghi pubblici. Altri sono rimasti sulla carta, come l’obbligo di aver compiuto 14 anni per poter dare il consenso all’utilizzo dei dati personali. La scommessa australiana è che il tetto dei 16 anni per l’utilizzo dei Social possa risultare così forte e motivato nell’opinione pubblica da diventare qualcosa che le persone fanno per garantire le loro famiglie e non per rispettare una norma.
Il dibattito è salutare, ma io credo che ci siano delle età in cui certi ambienti non possano e non debbano essere utilizzati, nemmeno con la migliore educazione al mezzo
Marco Gui, direttore del centro DiTWeL
La consapevolezza, dunque, come imprescidibile garanzia di successo…
Esatto. Da solo il divieto servirà a poco. Sarà efficace se si tratterà di un pezzo di un puzzle più complesso, con un nuovo approccio all’educazione digitale. Non basta porre il limite ai 16 anni se prima dei 16 anni i ragazzi non vengono preparati a un’autonomia consapevole: si troverebbero a entrare semplicemente più tardi in una struttura ipercomplessa senza gli strumenti per saperla affrontare. L’Australia non a caso ha preparato questo percorso con cura, ha effettuato studi e costruito progetti di formazione mirati.

Eppure, la questione ha generato un ampio dibattito dentro e fuori i confini del Paese. C’è chi ritiene che, anziché bloccare gli account, sarebbe stato meglio insegnare ai giovani a utilizzarli.
Il dibattito è salutare, ma io credo che ci siano delle età in cui certi ambienti non possano e non debbano essere utilizzati, nemmeno con la migliore educazione al mezzo. Penso al fatto di esporsi pubblicamente e di ricevere feedback da estranei in modo anonimo o pseudo anonimo durante gli anni della pubertà, o di lasciare ai pre-adolescenti la possibilità di frequentare un ambiente molto attraente dal punto di vista emotivo che gioca sulla gratificazione immediata. È rischioso e un recente studio sulla precocità digitale lo dimostra: realizzato da diversi enti con l’Università di Milano-Bicocca nel ruolo di capofila, ha individuato un impatto negativo della precocità di uso dei social sulle performance di italiano e matematica (non sull’inglese), a parità di tutte le altre caratteristiche.
Foto di Karola G su Pexels
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