Territori

Lavoro sociale, l’Emilia Romagna apre il tavolo di confronto

Da un'indagine condotta su 14 cooperative sociali della Città metropolitana di Bologna, emerge che nei prossimi tre anni servono e mancano oltre 1.300 educatori qualificati. Un deficit che riguarda tutta la regioni. Come farvi fronte? In regione il confronto si è (finalmente) aperto

di Silvia Vicchi

La crisi del lavoro educativo è endemica in tutta Europa. Non c’è carenza solo di personale sanitario, all’appello mancano educatori qualificati e sale la preoccupazione per la tenuta di servizi essenziali per la coesione sociale. Come accaduto a partire dagli anni ’70, quando pubblico e privato sociale hanno costruito il sistema di welfare, patrimonio del territorio emiliano romagnolo, oggi la riflessione vede il Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna e il Forum Terzo Settore Emilia Romagna, con la Regione e gli enti locali come interlocutori, riuniti ad un tavolo di confronto permanente. I lavori hanno preso avvio da un accordo quadro inter-istituzionale, per promuovere una maggiore sinergia tra mondo accademico e Terzo settore, individuare cause e soluzioni, valorizzare il lavoro socio-educativo, migliorare i percorsi formativi, sostenere la qualifica degli educatori senza titolo e mettere a punto strategie per fronteggiare la crisi di reclutamento di una figura professionale indispensabile per migliorare la qualità della vita di persone in situazione di fragilità.

 «La professione dell’educatore richiede competenza e passione, ma dopo tre anni di studi universitari i salari deludono le aspettative e le opportunità di carriera sono limitate. Sempre meno persone scelgono questo percorso professionale e siamo di fronte ad uno sbilanciamento tra esigenze dei servizi e disponibilità di educatori professionali», precisa Caterina Segata, responsabile area educativa di Società Dolce (in foto due immagini di servizi per minori gestiti dalla cooperativa sociale bolognese)  e portavoce di Agci sul tema.

In questo contesto, il dialogo tra professionisti del Terzo settore e accademici non è solo necessario, ma anche urgente, per mettere a punto azioni efficaci: «È indispensabile per permettere alle istituzioni accademiche di accedere all’analisi e interpretazione delle trasformazioni sociali e culturali in atto. Al tempo stesso, è essenziale per contribuire, con i propri esiti di ricerca, ai processi di cambiamento sul territorio, individuando con continuità i bisogni formativi di chi opera nel settore del welfare socioeducativo e innovando la formazione iniziale di educatori ed educatrici, alla luce di queste nuove sfide», dice Arianna Lazzari, portavoce del gruppo coordinato e fortemente voluto dalla Direzione del Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna. 

Dal confronto sono emerse possibili soluzioni presentate a fine dello scorso anno, nel convegno “Valorizzare le professioni socioeducative”, organizzato in collaborazione con la commissione Terza Missione del Dipartimento di Scienze dell’Educazione “Giovanni Maria Bertin” dell’università di Bologna. 

«Una proposta», spiega Alberto Alberani, portavoce del Forum Terzo Settore regionale, «è di offrire agli educatori senza titolo la riqualifica con percorsi universitari flessibili, che riconoscano le esperienze lavorative pregresse. Servono inoltre azioni di orientamento in entrata già dalle scuole superiori e in uscita, per promuovere il lavoro nel sociale, maggiori riconoscimenti per l’educatore scolastico e il miglioramento delle condizioni contrattuali, ma soprattutto l’impegno dell’ente pubblico ad investire nel welfare, rendendo la professione attrattiva e restituendole dignità». 

E occorre farlo in fretta, perché dall’indagine condotta su 14 cooperative sociali della Città metropolitana di Bologna, emerge che nei prossimi tre anni servono e mancano oltre 1.300 educatori qualificati. «Il miglioramento delle condizioni è una questione politica cruciale per il futuro del welfare e della coesione sociale del Paese. Serve una nuova alleanza tra università, Terzo settore e istituzioni, per garantire stabilità, formazione e il giusto riconoscimento a questa professione. Investire oggi in questa direzione significa tutelare il bene comune e garantire un supporto solido alle nuove generazioni e alle comunità», conclude Davide Drei, responsabile di Federsolidarietà — Confcooperative ER.

Credit foto: Società Dolce

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