Inclusione scolastica
Le classi speciali? Favorevole più di un insegnante su quattro
La prima indagine, due anni fa, aveva fatto scalpore. Ora i numeri sono ancora più allarmanti. In soli due anni crescono di 10 punti percentuali i docenti favorevoli al ritorno del "modello a tre vie", che comprende classi e scuole speciali: erano il 17% nel 2023, oggi sono il 27%. Un segnale che racconta la fatica quotidiana dei docenti dinanzi all'inclusione scolastica e le crepe di un sistema che non li sostiene. In dialogo con Dario Ianes, co-fondatore del Centro Studi Erickson e curatore della ricerca
Il 27% degli insegnanti sarebbe favorevole al ritorno delle scuole e delle classi speciali. È un dato impressionante quello rilevato dall’indagine Le voci dell’inclusione, condotta da Dario Ianes, Sofia Cramerotti, Marco Rospocher, Marco Bombieri e Benedetta Zagni per Erickson. La ricerca verrà presentata nella annuale tre giorni La qualità dell’inclusione scolastica e sociale organizzata da Erickson al Palacongressi di Rimini, in partenza oggi fino a domenica.
Un dato, che, tra l’altro, è in crescita: nell’edizione precedente della ricerca, realizzata nel 2023, la stessa riposta era stata data “solo” dal 17% del campione. Un’impennata nel numero di insegnanti che vorrebbero un ritorno al modello “a tre vie”, che parla molto delle condizioni dell’inclusione nella scuola italiana. L’inclusione è una fatica quotidiana per molti docenti, che si trovano stremati da un sistema che non li sostiene: gli studenti con disabilità iscritti negli istituti italiani sono 325mila, il 4% del totale. Tra gli insegnanti di sostegno quelli di ruolo sono solo il 36% – nonostante si tratti di una figura per cui la continuità è fondamentale – e si limita al 41% la percentuale di scuole che ha a disposizione ausili tecnologici che permetto la partecipazione attiva degli alunni con disabilità.
Già nel 2023 la prima edizione della ricerca tra gli operatori dell’inclusione scolastica aveva sorpreso, con i suoi dati shock. A parole sono tutti d’accordo: la quasi totalità dei rispondenti diceva che l’inclusione scolastica è un valore, indipendentemente dal grado di disabilità. Ma entrando nella concretezza, l’inclusione scolastica era «utopistica e irrealizzabile» per una persona su tre (32%). Nel caso di un alunno con disabilità grave quasi una persona su tre era scettica: il 27% del campione credeva che l’inclusione non sia la scelta migliore e benché più di otto su dieci bocciassero il «modello formativo a tre vie» che prevederebbe la possibilità di essere inseriti in contesti scolastici diversi a seconda delle caratteristiche del singolo alunno (scuole speciali, classi speciali e inclusione piena in classe), ecco che chi lavora quotidianamente con un alunno con disabilità grave pensava che una vera inclusione non è fattibile: il 47% del campione, quasi uno su due. E oggi?
«Per aiutare gli insegnanti servono due leve: una relazione e una tecnica», dice Dario Ianes, ordinario di Pedagogia dell’inclusione alla facoltà di Scienze della Formazione della Libera Università di Bolzano-Bozen e co-fondatore del Centro Studi Erickson di Trento.
Ianes, parliamo del dato che avete rilevato, il 27% degli insegnanti è favorevole a classi e scuole speciali.
È un dato che da un certo punto di vista non sorprende più di tanto. Già nel 2023 erano il 17% gli insegnanti che si dicevano favorevoli. Due anni fa, avevamo numeri molto alti per quanto riguarda l’adesione a valori inclusivi; c’era un 90-95% di persone che diceva che l’inclusione è un valore irrinunciabile, che fa bene a tutti. C’era però anche un 47% del campione che affermava: «Mi è capitato spesso nella mia vita professionale di realizzare che una vera inclusione non è possibile». Quest’ultimo dato si è più o meno riconfermato nel 2025. C’è una forte discrepanza tra un grande impegno valoriale e quello che si riesce a realizzare nella pratica. Constatare questo gap ti può spingere a cambiare la pratica, a migliorarla per allinearla al valore: ma spesso invece ti porta a erodere il valore.
C’è una forte discrepanza tra un grande impegno valoriale e quello che si riesce a realizzare nella pratica. Questo divario ti spinge o a cambiare la pratica, a migliorarla per allinearla al valore, oppure a erodere il valore
E in questo secondo caso cosa succede?
Cominci a pensare che non è poi così vero che l’inclusione sia così importante. Nel 2023, infatti, quando chiedevamo «saresti favorevole ad un sistema a tre vie, in modo da fare classi e scuole speciali?», quel 47% crollava al 17% e questo forte calo lo abbiamo attribuito all’importanza che ancora si dava al valore. Se invece il valore si indebolisce, non c’è più un freno e le persone iniziano a convincersi che la scuola speciale non sia affatto male. Sono convinto che dobbiamo a questo l’aumento di dieci punti percentuali in due anni, dal 17 al 27%.
Quindi il motivo di questa risposta va ritrovato in particolar modo nel fatto che i docenti non sono messi in grado di realizzare una vera inclusione?
Certo. Perché il dato sulla difficoltà quotidiana si è confermato. Chiedevamo anche «Pensi che nei casi di maggiore gravità l’inclusione non sia la scelta migliore?». Abbiamo avuto un 29% di risposte affermative.
Cosa si potrebbe fare, allora, per sostenere gli insegnanti nel processo di inclusione?
Una delle domande della ricerca era «Quando l’inclusione funziona, cos’è che la fa funzionare?». La risposta è stata: le relazioni positive, di collaborazione, di condivisione, di comunicazione coi colleghi, mentre la competenza tecnica, la metodologia e gli approcci sono stati giudicati meno importanti. Servono però anche questi, bisogna dare degli strumenti, delle competenze; i rapporti con gli altri docenti sono fondamentali, perché la scuola è un mondo relazionale, ma la discriminante non può essere solo il feeling tra colleghi.
La disillusione riguarda solo le vecchie leve o anche i più giovani?
C’è pochissima differenza tra le fasce d’età.
Il sistema-scuola quindi che cosa può fare per migliorare la qualità dell’inclusione?
C’è il discorso della formazione e della supervisione in servizio. A differenza di altri operatori della relazione, i docenti non hanno supervisione. Se io ho un problema con i ragazzi non ho un punto di riferimento per parlarne. Ho solo, come si diceva prima, la relazione quasi amicale con i miei colleghi, ma questa non è una supervisione tecnica e professionale. Tra l’altro, un’altra ricerca sullo stress dei docenti che abbiamo fatto lo scorso anno rilevava che la fonte di stress più forte sono i colleghi e il fattore di protezione più alta sono i colleghi: questo indebolisce il sistema perché lascia tutto all’aleatorietà delle relazioni informali che si creano.
Servono due leve per aiutare gli insegnanti nell’inclusione: relazioni e competenze. A differenza di altri operatori della relazione, i docenti non hanno supervisione.
Quindi una supervisione professionale potrebbe migliorare di molto l’inclusione?
Certo, ma non rinuncerei a fornire competenze tecniche, operative e didattiche in classe, perché non può essere tutto improvvisato. Nelle conclusioni dell’indagine abbiamo scritto che possiamo agire con due leve: potenziare quello che già funziona – cioè la relazione – ma anche fornire quegli strumenti che gli insegnanti non sentono di avere.
Un altro dato che avete rilevato è che solo il 36% degli insegnanti di sostegno è di ruolo. È una percentuale bassissima, per una figura per cui la continuità è fondamentale.
C’è il problema della continuità, della precarietà, della formazione. Ora coi corsi brevi di Indire c’è un impoverimento del quadro.

Non è d’accordo con i corsi brevi per gli insegnanti di sostegno?
No, sono una scorciatoia per avere docenti “specializzati” – con tre anni di esperienza – dentro la scuola. Ma siamo sicuri che quei tre anni possano corrispondere a un grandissimo sconto del percorso? Tra l’altro le formazioni Tfa normali sono realizzate con laboratori, tirocini… qui non c’è niente di tutto questo.
Ma quindi come facciamo a trovare quel 64% di insegnanti di ruolo che ci mancano?
Bisogna organizzare sul territorio seriamente dei corsi abilitanti – i Tfa da 60 crediti – organizzandosi seriamente con le università. Non si può programmare indipendentemente dal fabbisogno: in Sicilia, che è basso, si fanno corsi con 5mila posti, in Piemonte, dove il fabbisogno è altissimo, per 600. Così non può funzionare. Anche perché c’è un’emorragia di insegnanti che entrano sul sostegno per poi passare alla cattedra e ci sono anche molti docenti che stanno andando in pensione. Si deve realizzare una programmazione intelligente.
Foto di mk. s su Unsplash
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