Non solo Caivano
Le periferie non hanno bisogno di eroi, ma di comunità
La serie tv "La preside" riporta l'attenzione sul ruolo della scuola dentro una periferia difficile come quella di Caivano. Ma come si lavora, oggi, con i bambini e gli adolescenti delle aree più fragili? Davvero quei quartieri così difficili, in cui l'esclusione è la norma, possono essere trasformati in aree socio-educative strategiche? È il cantiere da 50 milioni di euro di "Organizziamo la speranza", che partirà entro fine febbraio in 15 città d'Italia. Il racconto di Marco Rossi-Doria, presidente dell'impresa sociale Con i Bambini
Non solo Caivano. La serie tv La preside – liberamente ispirata alla storia di Eugenia Carfora, dirigente scolastica di Caivano, portata sullo schermo da Luisa Ranieri – riaccende i riflettori su Caivano e sulla possibilità di generare un cambiamento di vita e di prospettive anche in un contesto così fragile. Ma non c’è solo Caivano, in Italia: sono tanti i contesti in cui la povertà educativa morde forte e sognare un destino diverso sembra un lusso che bambini e ragazzi non possono concedersi.
Quando alla fine di agosto 2023, l’Italia intera si indignò per lo stupro di due cuginette di 10 e 12 anni nel Parco Verde, ad opera di un gruppo di minorenni, iniziò una reazione collettiva, per dimostrare che lo Stato può vincere su criminalità e sul degrado. La prima risposta fu il decreto Caivano (poi legge 159/2023), che ha l’obiettivo di contrastare il disagio giovanile, la povertà educativa e la criminalità minorile puntando su misure più severe e di controllo sui minori. I giovani detenuti negli Istituti Penali per Minorenni – Ipm fra il 2022 e il 2024 sono aumentati del 48%, passando da circa 392 a oltre 569. Ma ci fu anche una seconda risposta, battezzata Organizziamo la speranza: presentata nell’aprile 2024 a Palazzo Chigi, punta sul rafforzamento delle comunità educanti, delle alleanze territoriali e delle opportunità socio-educative nelle periferie urbane più fragili.
Promossa dall’impresa sociale Con i Bambini, nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, coinvolge 15 territori vulnerabili: con un investimento di 50 milioni di euro, qui creerà delle aree socio-educative strategiche – Ases in cui verranno realizzati interventi di durata quadriennale. Quindici quartieri specifici – come Santa Rita a Bari, Villapizzone a Milano, Pontevigodarzere a Padova, San Basilio a Roma – in cui l’obiettivo è promuovere un cambiamento significativo e visibile, offrendo maggiori opportunità e benessere per bambini e adolescenti.
«Con Organizziamo la speranza c’è l’ambizione politica di dimostrare con i fatti che è possibile contrastare la povertà educativa anche in territori in cui il fenomeno si è cronicizzato e dove l’esclusione precoce è la triste normalità», disse il presidente di Con i Bambini, Marco Rossi-Doria, nell’evento di presentazione.

Quell’intervento, oggi, sta per concretizzarsi. Da un anno, infatti, le cabine territoriali stanno lavorando per definire le azioni da realizzare: a Milano, Bologna, Bari e Firenze sono già pronti a partire, le altre città dovrebbero presentare i progetti definitivi entro fine febbraio. Nel primo semestre 2026, quindi, tutte le 15 Ases avranno le prime azioni. Ma come si lavora, oggi, nelle periferie, con bambini e adolescenti?
Presidente Rossi-Doria, cos’è oggi Caivano? C’è un inizio di cambiamento vero?
Del processo in atto a Caivano, do una lettura positiva. Ovviamente i problemi di esclusione multifattoriale e degrado di Caivano, e in particolare del Parco Verde, sono noti da prima del 2003. Qui si sommano una povertà che si trasmette fra le generazioni, servizi pubblici che non sono mai realmente ripartiti, politiche pubbliche discontinue, culture mafiose che si sono incancrenite. A tutto questo si intreccia una crisi antropologica dell’educare che attraversa tutte le classi sociali in tutto il Paese ma che, in un contesto così fragile, con una tale quantità di persone tanto in difficoltà concentrate in una porzione di territorio tanto piccola… produce effetti devastanti. Eppure ci sono dei piccoli presìdi: la stazione dei carabinieri, la parrocchia, la scuola, le associazioni, persone che tengono accesa una luce di denuncia, dignità e speranza.
Il decreto Caivano però è diventato simbolo di un approccio repressivo e securitario…
A Caivano la prima risposta è stata securitaria: più polizia, norme più restrittive. Il passaggio parlamentare è stato utile perché ha mitigato alcune impostazioni iniziali e ha aggiunto altri aspetti centrali. In senso assolutistico l’approccio repressivo non basta a risolvere problemi così gravi, ma allo stesso tempo c’era stata e c’è in Italia una sottovalutazione del tema della sicurezza e del contenimento anche in termini educativi. Non dimentichiamo che la sicurezza è un tema che riguarda soprattutto chi sta peggio, non i ricchi benestanti: le famiglie oneste che vivono in quartieri difficili sono le prime a subire l’insicurezza. Garantire più sicurezza consente loro anche di partecipare a processi di empowerment sociale ed educativo. L’Italia si divide in tifoserie: chi fa prevenzione contro chi invoca il contenimento, come se la prevenzione non necessitasse anche il contenimento o se fare contenimento ti permette di evitare le fatiche della prevenzione. Non è così che funziona. Prevenzione e contenimento devono andare a braccetto. A Caivano direi che si è partiti con il contenimento ma con il tempo si sta imparando a far dialogare le due prospettive: oggi c’è un’offerta educativa meglio articolata, fatta di ascolto reale di chi è radicato nei territori, insieme a una presenza visibile dello Stato che prima, invece, a lungo si era eclissato. Vedo passi avanti nel senso che quello che è proposto dall’alto si sta incontrando con quello che arriva dal basso, ci sono soggetti che si parlano, che concertano cose, che modificano reciprocamente i loro approcci.
L’Italia si divide in tifoserie: chi fa prevenzione contro chi invoca il contenimento, come se la prevenzione non necessitasse anche il contenimento o se fare contenimento ti permette di evitare le fatiche della prevenzione. Non è così che funziona. Prevenzione e contenimento devono andare a braccetto
Marco Rossi-Doria, presidente Con i Bambini
Che cosa significa lavorare oggi nelle periferie italiane?
La riflessione generale è che a volte siamo tentati di costruire rappresentazioni per cui nei territori difficili esistono eroi straordinari che, con qualche appoggio ma sostanzialmente da soli, combattono contro tutti per risolvere problemi complessi. È una visione fuorviante e pericolosa, che non corrisponde alla realtà. Per impattare davvero occorre fare il contrario: mettersi d’accordo, intrecciare competenze, lavorare insieme. Non servono “capi”, “eroi” o “profeti”, ma persone capaci di lavorare con gli altri. È un processo più lungo, che implica uno spostamento dall’io al noi. Quando operi in territori difficili, è normale avere il desiderio di salvare tutti e sentirsi molto ingaggiati personalmente: ma “salvare” significa rendere le persone protagoniste del proprio riscatto. Su questo serve una sorveglianza pedagogica e umana costante, condivisa. Per questo mi verrebbe da dire che nelle periferie non abbiamo bisogno di eroi, ma di un lavoro ordinario, faticoso e alla lunga più efficace, che è quello di fatto in squadra, con una forte consapevolezza e una altrettanto forte supervisione.
Per impattare davvero occorre mettersi d’accordo, intrecciare competenze, lavorare insieme. Non servono “capi”, “eroi” o “profeti”, ma persone capaci di lavorare con gli altri. È un processo più lungo, che implica uno spostamento dall’io al noi
Marco Rossi-Doria, presidente Con i Bambini
Un’altra riflessione da fare riguarda il termine stesso di periferia. Le periferie in Italia hanno forme molto diverse. Esistono centri storici che vivono condizioni di perifericità ed esistono periferie esterne che non sono luoghi di esclusione. C’è poi la grande periferia dello spopolamento delle aree interne, dove la qualità della vita non è necessariamente negativa ma ci si sente lontani dai luoghi in cui avvengono le cose, lontani dalle innovazioni: se sei un adolescente o una giovane coppia, lì, ti senti fuori dal mondo. Esiste poi una perifericità umana ed esistenziale: l’essere senza strumenti culturali, senza possibilità di studio, schiacciati da responsabilità familiari, impossibilitati a immaginare e avere aspirazioni. Ci sono le periferie della malattia, della disabilità, del lavoro povero che producono altre forme di marginalità. E c’è infine una sensazione diffusa di perifericità democratica, che ci riguarda tutti, che prima o poi andrà affrontata: ci sentiamo tutti periferici rispetto alla possibilità di decidere e di impattare. Le periferie sono quindi un arcipelago multiforme e complesso.
Con Organizziamo la speranza si è scelto di investire su 15 aree molto specifiche e molto fragili, creando delle “aree socio-educative strategiche”. Perché è importante concentrare gli interventi sociali e educativi proprio nei quartieri più fragili e non più in maniera generica sull’intera città o l’intero Paese?
Organizziamo la speranza nasce come scelta etica e politica in termini nobili, del Comitato di Indirizzo del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, composto da Governo, Acri e Forum del Terzo settore. Sotto l’impulso dei fatti avvenuti a Caivano si è deciso di tentare seriamente di cambiare le condizioni di vita di 15 luoghi particolarmente difficili e di farlo attraverso un intervento massiccio, condiviso e concertato. L’idea è che di portare un elemento di speranza, una possibilità di aspirare – come dice Appadurai – anche dove non sembra possibile. La nostra ispirazione implicita è che la trasformazione di una periferia derivi dalla partecipazione, dal fatto che mettendo lo sguardo sulle potenzialità dei luoghi e delle persone e non solo sulle loro fragilità, aumentano anche le possibilità. Le persone non sono destinatarie passive di un intervento, ma protagoniste di riscatto, in un luogo che può mettere in movimento delle potenzialità sopite: un intervento people centered e place centered. È una scelta di speranza, di attivazione, promuovente, una scommessa sul fatto che le periferie possono essere luogo di cambiamento. Il focus poi è sui bambini e sui ragazzi sia perché questa è la mission del fondo sia perché investire sulle nuove generazioni produce coesione, attivazione e uno sguardo sul futuro.
La trasformazione di una periferia deriva dalla partecipazione, dal fatto che mettendo lo sguardo sulle potenzialità dei luoghi e delle persone e non solo sulle loro fragilità, aumentano anche le possibilità. Un intervento people centered e place centered
Marco Rossi-Doria, presidente Con i Bambini
Che cosa porterà Organizziamo la speranza?
Ci sarà una “casa del progetto”, un luogo identitario in ogni città, luogo di incontro e di civicness, molto aperto. Ci saranno servizi per la prima infanzia, sport, cultura, apprendimento, prevenzione sanitaria, comunità, convivialità, spazi per le neomamme, circle time per adolescenti, centri di aggregazione intergenerazionali: ci saranno interventi per tutte le età, con una particolare attenzione a preadolescenti e adolescenti. Un aspetto cruciale è quello di portare i bambini e i ragazzi ad imparare di più e meglio, rafforzando le loro competenze fondamentali proprio sui saperi – italiano, matematica, scienze – in sinergia con la scuola, per ampliare davvero le loro possibilità di scelta.
Organizziamo la speranza non è solo un finanziamento ma un approccio integrato. Dal febbraio 2025, quindi ormai da un anno, i 367 enti che hanno partecipato alla manifestazione di interesse – ci sono enti pubblici, scuole, servizi socio-educativi, Terzo settore – stanno lavorando insieme, nei territori, per definire insieme il progetto concreto, con le azioni specifiche. A che punto siamo?
Si è scelta una strada faticosa ma coraggiosa: non abbiamo indicato un modello da declinare nei vari contesti e non abbiamo fatto un bando ad esclusione, ma abbiamo avviato un processo condiviso, in cui tutti gli attori dei territori, dopo aver aderito all’avviso pubblico, si sono messi insieme, con l’impresa sociale Con i Bambini come facilitatore. Realtà che prima erano concorrenti oggi collaborano, stanno costruendo un lessico comune e una visione condivisa: la fiducia reciproca è un elemento che si è creato, per ora non misurabile ma straordinario. È stato un anno faticoso ma esaltante, io stesso ho girato moltissimo e continuerò a farlo. Per tutte le 15 Ases è stato individuato un soggetto capofila, che non è il “capo” ma il “federatore”. Hanno lavorato insieme Comune, municipalità, dirigenti scolastici, parrocchie, uffici scolastici regionali, centri sportivi, associazioni, anche singoli professionisti come il musicista o l’artigiano che nel quartiere da sempre si dedica ai ragazzi… Tutti sono parte di una comune avventura. Ora siamo nella fase in cui le idee progettuali stanno diventando progetto esecutivi, a cui seguirà l’erogazione delle prime risorse: i primi progetti approvati sono quattro – Milano, Bologna, Bari e Firenze – ma quasi tutti ormai sono in fase avanzata. Penso che entro la fine di febbraio quasi tutte le Ases avranno il progetto esecutivo e nella prima metà del 2026 i partenariati inizieranno a lavorare. C’è un coordinamento dei 15 enti capofila e con Anci organizzeremo qualcosa di analogo anche con le amministrazioni. Organizziamo la speranza è un grandissimo cantiere nazionale, non una somma di esperienze isolate e in questo senso è qualcosa di unico, in termini di innovazione. La Francia per esempio ha le Zone Educative Prioritarie – Zep ma centrate sulla scuola, non c’è una condivisione progettuale, non mette insieme soggetti diversi… D’altra parte, esperienze così ci sono in Germania, in Spagna, in Portogallo, ma a livello di singola città. Non esiste da nessun’altra parte una rete nazionale con una co-progettazione, e con consorzio di valutatori esperti.
Al lancio lei disse che «con Organizziamo la speranza c’è l’ambizione politica di dimostrare con i fatti che è possibile contrastare la povertà educativa anche in territori in cui il fenomeno si è cronicizzato e dove l’esclusione precoce è la triste normalità in forme differenti»: dopo tanti anni di lavoro in questo campo… cosa le fa dire che sia possibile?
Questo nella vita è vero per tutto! Ti devi muovere con quell’ambizione, sapendo che avrai sorprese in positivo e in negativo. La speranza non è un sentimento astratto: è creare le condizioni perché qualcosa possa accadere. Io faccio di tutto perché queste condizioni si realizzino.
In apertura, foto Alessandro Garofalo/LaPresse
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