Legge di Bilancio 2026

Le Regioni vogliono sedersi al banchetto dell’azzardo?

La Conferenza delle Regioni avrebbe chiesto, a porte chiuse, la compartecipazione a tutte le entrate dello Stato, comprese quelle del gioco. Si parla di una quota del 5%. Il rischio? Che le istituzioni locali vedano nell’azzardo una fonte stabile di finanziamento. A pagare sarebbero soprattutto i cittadini più fragili

di Elena Inversetti

Sembrerebbe che la Conferenza delle Regioni voglia chiedere al Governo di inserire nella Legge di Bilancio 2026 la compartecipazione al gettito delle entrate erariali, derivanti dai proventi garantiti dal gioco d’azzardo in Italia, senza vincolo di destinazione, quindi da usare dove e come come si vuole e non unicamente per la prevenzione e la cura dell’azzardo patologico. La Conferenza delle Regioni è l’organismo che riunisce i Presidenti di tutte le Regioni italiane e serve per coordinare le loro posizioni nei confronti del Governo e del Parlamento. Sembrerebbe inoltre che la richiesta riguardi tutte le entrate dello Stato, per cui l’azzardo verrebbe considerato una voce come le altre, un settore economico come gli altri e non un fenomeno che impatta sulla salute e la sicurezza pubbliche.

Stiamo usando il condizionale, perché queste decisioni stanno avvenendo a porte chiuse. Tuttavia ci sono conferme come dalla dichiarazione del deputato del PD Stefano Vaccari: «La Conferenza delle Regioni ha chiesto la compartecipazione a tutte le entrate dello Stato, comprese quelle del gioco d’azzardo, ma a differenza del tentativo di oltre un anno e mezzo fa, questa volta senza che vi sia alcun vincolo di destinazione». La proposta era infatti già stata avanzata nel febbraio 2024 (quando la Conferenza aveva chiesto la “compartecipazione del 5 per cento al gettito dell’imposta sugli apparecchi e congegni di gioco”) e ribadita nel maggio scorso.

Il nodo politico sulle entrate dell’azzardo

Dove sta allora il nodo? Sta nel fatto che i proventi dell’azzardo entrerebbero nei bilanci regionali come entrate ordinarie. In questo modo vengono considerati una rendita pubblica “neutra”, scollegata dai suoi costi sociali. Si tratta di un passo decisivo verso la normalizzazione del gambling che vede rompersi ****il legame etico e sanitario tra chi incassa e chi dovrebbe mitigare i danni del gioco.

Non è la prima volta che le Regioni sollevano il tema: già nel 2024 avevano proposto di ricevere una quota, pari al 5%, dell’imposta sugli apparecchi da gioco. Si trattava di fondi vincolati, da destinare a interventi di prevenzione, assistenza e cura dei disturbi da gioco d’azzardo. Stavolta, però, se la richiesta è: niente vincoli di destinazione, ovvero libertà totale di spesa, la questione si complica.

Le Regioni, per anni in prima linea nel contrasto all’azzardo, rischiano di diventare parte beneficiaria del sistema che dovrebbero regolare e contenere. Sul piano etico, infatti, si creerebbe una possibile contraddizione tra la lotta alla dipendenza e l’interesse delle istituzioni a beneficiare dei proventi dell’azzardo. Sul piano politico, invece, la richiesta potrebbe diventare terreno di scontro tra Regioni e Governo, ma anche tra le Regioni stesse: quelle più “etiche” e quelle più “pragmatiche”. Infine sul fronte economico, se accolta, la misura renderebbe il gioco d’azzardo una fonte strutturale di finanziamento regionale, con rischi di conflitto di interessi per le politiche di prevenzione.

La coincidenza con il ritorno della pubblicità del gioco nel calcio

La richiesta della Conferenza delle Regioni arriva proprio nel momento in cui si discute il decreto per il ritorno della pubblicità delle scommesse sportive e mentre diverse squadre di Serie A spingono per la riapertura del mercato degli sponsor legati al betting.

Come leggere dunque questa mossa? Come una manovra opportunistica con l’obiettivo di partecipare al nuovo flusso di denaro che si riaprirà se il divieto pubblicitario verrà abolito? Oppure come un segnale politico di allineamento per cui alcune Regioni, specialmente quelle con club calcistici di peso o con interessi industriali legati al settore, potrebbero sostenere implicitamente la liberalizzazione del comparto?

Il rischio: anche le Regioni dipendenti dall’azzardo

Invece di difendere la propria autonomia nella regolamentazione del gioco d’azzardo, le Regioni italiane diventeranno dipendenti dai proventi dell’azzardo come già lo sono le casse dello Stato? Se lo chiede Mettiamoci in Gioco, la campagna nazionale contro i rischi del gioco d’azzardo che da anni riunisce enti, associazioni e amministrazioni impegnate nella lotta alla dipendenza come, in prima linea, Avviso Pubblico e Fondazione Adventum.

Hanno infatti pubblicato un comunicato molto chiaro nel denunciare «un grave e ingiustificabile errore» da parte delle Regioni, accusandole di voler rinunciare al ruolo che le ha viste protagoniste di azioni concrete sul territorio — dalla regolamentazione degli orari delle sale alla tutela dei luoghi sensibili — in favore di una logica puramente economica.

La preoccupazione è duplice. Da un lato, si teme che la compartecipazione ai proventi dell’azzardo crei una distorsione strutturale: più una Regione riuscirà a ridurre l’offerta di gioco, meno risorse riceverà nei propri bilanci. Dall’altro, l’assenza di vincoli di destinazione priva la misura di qualsiasi ancoraggio alla tutela della salute pubblica, trasformando il gioco d’azzardo in una rendita fiscale “neutra” — un flusso di denaro da gestire come qualsiasi altra entrata.

Il tutto avviene mentre si discute del riordino del gioco fisico, con l’ipotesi di cancellare leggi regionali storiche come quelle sul distanziometro e sulle limitazioni orarie delle sale da gioco. Se tali modifiche passassero, le Regioni perderebbero gran parte del potere di regolamentazione che avevano conquistato negli ultimi dieci anni, in nome della tutela della salute e della sicurezza. Il combinato disposto tra la cancellazione di questi strumenti e la nuova dipendenza dai proventi dell’azzardo finirebbe per annullare anni di politiche territoriali di prevenzione.

In questo scenario, la denuncia di Mettiamoci in gioco assume un valore politico oltre che etico: «Invece di difendere la loro autonomia nella regolamentazione del gioco d’azzardo le Regioni rischiano di diventare dipendenti dai proventi dell’azzardo come già lo è lo Stato». Una frase che sintetizza bene il paradosso di fondo: la trasformazione del gioco, da problema sociale da governare, a risorsa economica da cui attingere.

Dunque, se anche gli enti territoriali cominceranno a contare sull’azzardo per finanziare i propri bilanci, chi resterà a difendere davvero la salute pubblica?

Le Regioni più povere rischiano di più

Le implicazioni di questa scelta sarebbero ancora più gravi per le Regioni del Sud e per i territori economicamente più fragili, dove il gioco d’azzardo rappresenta già oggi una vera emergenza sociale. Secondo i dati più recenti, in particolare del Libro Nero del Gioco d’Azzardo e del report sui piccoli Comuni di Federconsumatori, proprio nelle aree con i redditi più bassi si concentra la spesa più alta per scommesse, slot e gratta e vinci.

Qui, il rischio di trasformare la dipendenza economica dallo Stato in una dipendenza dal gioco è doppio: da un lato, per i cittadini più vulnerabili; dall’altro, per le stesse istituzioni locali, che vedrebbero nell’azzardo una fonte stabile di finanziamento. Un paradosso drammatico, soprattutto in territori già segnati dalla presenza delle organizzazioni criminali e da un fragile tessuto di welfare.

È stato infatti rilevato come nelle Regioni del Sud e nelle aree economicamente deboli si giochi di più in proporzione al reddito. Il Sud Italia spende in media il doppio rispetto al Nord di gioco online pro capite. Inoltre le forme di gioco più diffuse sono quelle “a bassa soglia”, ma ad alta frequenza (slot, gratta e vinci, scommesse), con un maggiore rischio di dipendenza. La spesa pro capite per gioco d’azzardo poi è spesso inversamente proporzionale al reddito medio: in alcune province del Sud si spende fino al 15–20% del reddito disponibile azzardo legalizzato. Infine sono maggiori le infiltrazioni criminali e il riciclaggio. Esemplare il caso di Isernia: il più piccolo capoluogo d‘Italia e il primo per giocato pro capite nel solo azzardo online nel 2024 con 6.853 euro giocati nella fascia 18-74 anni, sei volte di più di Treviso. Anche la provincia di Isernia è prima in Italia nel pro-capite, davanti a tre provincie siciliane e tre campane. Questo territorio infatti è fertile per l’espansione delle mafie provenienti da regioni limitrofe come Puglia, Campania e Lazio anche con il riciclaggio. E sappiamo che l’azzardo è un’ottima lavatrice per il denaro sporco.

In questo quadro, se le Regioni più povere diventassero beneficiarie dirette dei proventi del gioco, si creerebbe una dipendenza economica doppiamente distorsiva sia sociale che istituzionale. Le stesse comunità più colpite dall’azzardo sarebbero infatti indirettamente incentivate a mantenerlo, e gli enti locali avrebbero interesse economico a non ridurre l’offerta.

Credit foto Sintesi: Massimiliano Fedigra, presidente della Conferenza Stato-Regioni e del Friuli Venezia Giulia

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