Modelli di sviluppo

Le società benefit e quei 24mila obiettivi di sostenibilità

È il numero di finalità sociali e ambientali inseriti nei propri statuti dalle aziende che hanno scelto questa forma giuridica in Italia. Attualmente sono più di 5mila. I temi più presenti sono i diritti umani e le relazioni con la comunità. La difficoltà principale è la diffusione di questi scopi nella catena di fornitura

di Nicola Varcasia

Le società benefit ogni anno si guardano allo specchio. Cercando di capire quanto e come l’aver inserito nello statuto una o più finalità di tipo sociale e ambientale le aiuti davvero a raggiungere questi obiettivi. Assieme a quelli del business. Lo strumento è quello della Ricerca nazionale sulle società benefit che, nell’edizione 2025 ha mostrato numeri assai promettenti per una community che al 30 settembre scorso contava 5.309 aziende (in crescita del 20% rispetto al 2024).

Il team di ricerca

Il numero di dicembre del magazine ospiterà un approfondimento sulla natura e lo sviluppo delle benefit, a dieci anni dalla loro introduzione nell’ordinamento italiano. Intanto, è utile dare uno sguardo ai dati dello studio che è stato realizzato da sei attori: la società Nativa, il Research department di Intesa Sanpaolo, InfoCamere, l’Università di Padova, la Camera di commercio di Brindisi-Taranto e Assobenefit.

Valutazioni d’impatto integrate

La ricerca snocciola dati molto positivi: il 20% delle benefit investe oltre il 5% del fatturato in iniziative sociali e ambientali. A fronte del 6% delle imprese non-benefit. Va precisato che, dal punto di vista metodologico, l’analisi ha approfondito il processo di adozione di questo modello e la gestione dell’impatto ed è stata condotta su un campione composto da oltre 300 benefit e più di 550 società non benefit. Il 48% di loro integra valutazioni d’impatto ambientale e sociale in tutti i processi decisionali, a fronte del 23% delle non-benefit. Nel 76% dei casi le imprese indicano soddisfazione dei dipendenti dal passaggio a benefit. Negli statuti il 55% delle finalità di beneficio comune è orientato al sociale.

Benefit quotidiano

Come il modello benefit si si riflette anche nella gestione quotidiana dell’azienda? Secondo la ricerca, per quasi il 50% delle benefit (di contro il 23% delle non-benefit) la valutazione degli impatti su ambiente e comunità è incorporata nel processo decisionale e strategico. C’è un ulteriore 47% che dichiara di considerarla in almeno alcune decisioni strategiche. Solo il 6% si limita alla conformità normativa, contro il 37% registrato tra le imprese non-benefit.

Lavoratori motivati

Esplicitare una finalità sociale nell’attività d’impresa sembra produrre benefici anche nell’esperienza lavorativa dei dipendenti: tre imprese su quattro riportano reazioni positive o molto positive da parte dei lavoratori. Livelli analoghi, precisano i ricercatori, si registrano tra associazioni non profit (73%), clienti (72%) e comunità locali (71%). In particolare, tra i benefici interni più riconosciuti dal personale emergono un maggiore senso di appartenenza all’azienda, indicato da quasi il 60% delle benefit, e un miglioramento della qualità dell’ambiente di lavoro (48%).

Filiere da coinvolgere

Per quanto riguarda gli stakeholder esterni, le benefit mostrano particolare attenzione alla filiera di fornitura: il 22% adotta un approccio rigoroso, valutando le performance di sostenibilità dei fornitori e collaborando solo con quelli più virtuosi, per le non-benefit la quota si dimezza e si riduce al 10%. La difficoltà di coinvolgimento della supply chain, tuttavia, è individuata come la principale barriera all’implementazione del modello benefit (29%). Fischieranno le orecchie a Bruxelles, dove si stanno decidendo le sorti della normativa europea in materia su dovuta diligenza.

La parola agli statuti

La ricerca ha anche analizzato gli statuti di 4.110 benefit, portando all’identificazione di circa 24mila (23.990 per l’esattezza) finalità specifiche, con una media di 5,8 finalità per impresa. Tra queste, tre categorie risultano predominanti. La prima è quella dei diritti umani e delle relazioni con la comunità, con 6.419 finalità, pari al 26,8% del totale. La seconda riguarda il coinvolgimento, diversità e inclusione delle persone (con 4.597 finalità, pari al 19,2%), indicativa delle priorità nella gestione moderna del lavoro. La terza è la diffusione del modello benefit (1.668 finalità, 7,0%), a testimonianza della volontà di promuovere approcci imprenditoriali orientati alla generazione di impatti positivi.

La parola agli statuti

Il 77% delle imprese ha adottato almeno una finalità materiale in coerenza con i temi che influenzano maggiormente le performance di sostenibilità nel proprio settore). A parere dei ricercatori è segno di una certa consapevolezza su quali siano i fattori critici globali per migliorare il proprio impatto.

La nuova edizione della ricerca ha approfondito anche la coerenza tra le finalità di beneficio comune dichiarate negli statuti. E gli interventi rendicontati nelle Relazioni di impatto, a cui le benefit sono tenute. L’analisi effettuata sulle 99 società di grandi dimensioni mostra una sovrapposizione molto ampia tra le “promesse” statutarie e le attività realizzate, con un dato rilevante. L’85% delle 1.824 azioni censite ha raggiunto gli obiettivi prefissati nella relazione di impatto. Dal censimento delle azioni sono emersi oltre 130 temi di impatto, raccolti nel primo Dizionario dell’impatto, che nelle intenzioni degli estensori aiuterà a tradurre le finalità di beneficio comune in piani operativi e pensato per sostenere la crescita del modello benefit in Italia.

Foto in apertura, dalla Ricerca nazionale sulle società benefit 2025.

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