Libri
Ledo Prato e le tre P della cultura: professionalità, passione e pazienza
In dialogo con lo scrittore Paolo Di Paolo, il segretario generale dell’associazione Mecenate 90 si racconta in un libro a partire dalla sua pluridecennale attività nell’ambito delle politiche culturali. Una conversazione per riflettere sul ruolo sociale della cultura, su come possa incidere sul futuro e generare cittadinanza attiva. Domande e risposte per mappare nuove rotte, seguendo il motto di una vita: «avanti e oltre»
«Credevo di conoscerlo, Ledo Prato, prima di leggere questo libro, considerando i quasi quarant’anni che abbiamo trascorso insieme, specialmente in Mecenate 90, anni pieni di vicinanza professionale e soprattutto di consonanza umana. E invece, “rileggendolo” pagina dopo pagina, mi sono accorto, quasi sorpreso, di quanto complessa e lineare insieme sia stata la sua presenza nella cultura sociale degli ultimi decenni». A scrivere è il sociologo Giuseppe De Rita, nella postfazione di Cultura è cittadinanza – Esperienze, pratiche e futuri possibili. Un libro che è insieme saggio, autobiografia e viaggio dentro la storia italiana degli ultimi 50 anni. Un libro in cui il lettore si siede accanto a Ledo Prato in dialogo con lo scrittore Paolo Di Paolo.
Una storia che ci riguarda
La storia professionale e umana di Ledo Prato ci riguarda, perché dentro ci sono le radici di quello che oggi diamo per scontato (e che invece scontato non è) quando parliamo di cultura, politica, cittadinanza attiva. I musei aperti, inclusivi, vivi. Le vie dei pellegrini per raggiungere il Giubileo. La metamorfosi di Torino, figlia delle Olimpiadi invernali del 2006. Il film Otto e mezzo di Fellini restaurato. Il micro mecenatismo e l’idea stessa che abbiamo di città.
L’operatore culturale deve essere un agente di cambiamento, e i casi sono due: o lo è o non lo è
Ledo Prato
Chi è Ledo Prato? È lo studente nato a San Severo in Puglia che sognava di fare l’avvocato e invece è diventato ricercatore, sindacalista, operatore culturale e molto altro. «Puoi immaginare la reazione di mio padre quando gli ho detto che non avrei fatto l’avvocato», racconta a Di Paolo: «Una vera e propria tragedia, il crollo di un’idea, di un’aspettativa, un tradimento. Mio padre ha impiegato molti anni prima di capire che lavoro facessi». È il destino di chi percorre strade nuove: «L’operatore culturale deve essere un agente di cambiamento, e i casi sono due: o lo è o non lo è».
Dieci nuove rotte
Di Paolo definisce le risposte e le domande contenute nel libro «parziali, provvisorie, perché il tempo brucia velocemente certezze», ma sono risposte e domande in grado di «mappare nuove rotte».
La prima ha a che fare con il legame indissolubile tra cultura e società. «Come si può essere un agente di cambiamento se non si mettono in relazione i processi culturali con quelli sociali, se non si può operare nel medio-lungo periodo? Se non si riconosce che il lavoro culturale contribuisce a costruire società?», si chiede Prato.
La seconda, più che una rotta, è una bussola: «Provare a costruire, a far crescere più che costruire, perché qualcosa c’è sempre. Nessuno costruisce dal nulla, ma può adoperarsi per accompagnare i processi di cambiamento e moltiplicare le opportunità».
La terza chiama in causa il momento storico angoscioso che abitiamo. «Quando ci appelliamo alla cultura, alla forza e alle opportunità che offre la cultura, il fare cultura», chiede Di Paolo, «alimentiamo una retorica illusoria?». Prato risponde così: «Non possiamo, non dobbiamo rinunciare a ricordare che cultura è libertà, è pace, è la strada che può aiutarci a superare le diseguaglianze sociali, a combattere il razzismo, l’egoismo. […] La cultura mette al centro la persona. Non può farlo da sola, ha bisogno della politica. Se non è così, allora è retorica e il resto non conta».
La quarta è un’idea di cultura come bene comune che non arretra nemmeno di fronte al senso di impotenza. «Ci sono milioni di persone che generosamente, attraverso il volontariato, le imprese sociali, le organizzazioni del Terzo settore, contribuiscono a custodire e a coltivare la centralità della persona, a garantire il rispetto della dignità umana, a concorrere alla ricerca del bene comune, ad alimentare i serbatoi di valori condivisi per costruire comunità in cui cresce la consapevolezza che il presente si può cambiare. Esperienze in cui è possibile prendere coscienza che da soli non si può vivere e che da soli non si può risolvere tutto».
La cultura mette al centro la persona. Non può farlo da sola, ha bisogno della politica. Se non è così, allora è retorica e il resto non conta
Ledo Prato
La quinta è la risposta (attualissima) che Prato dava all’inizio degli anni ’90 a chi gli chiedeva “Cosa fa Mecenate 90”? «Cosa fa il mediano? Raccoglie la palla nelle retrovie, in difesa, imposta il gioco, costruisce i passaggi necessari, quindi si mette in relazione con gli altri, accompagna lo sviluppo di un’azione. A un certo punto, poi, si ferma e lancia la palla agli attaccanti che devono fare gol. Il nostro obiettivo è stato sempre quello di accompagnare, senza mai volere a tutti i costi gestire direttamente gli esiti dei processi: accompagnarli e svilupparli per rispettare il ruolo delle istituzioni pubbliche, la loro autonomia nelle scelte».

La sesta è la lezione del “non era mai successo prima”. Sono tantissimi gli esempi nel libro, uno su tutti l’accordo con l’Istituto dei ciechi di Bologna per realizzare opere d’arte tattili collaudate da visitatori non vedenti. «Furono esperienze commoventi. A tutte le inaugurazioni c’erano i rappresentanti dell’Unione nazionale ciechi della città interessata. Ho visto persone piangere mentre toccavano il bassorilievo. Non era mai successo prima».
La settima è un promemoria: tenere lo sguardo fisso sui giovani. «In un Paese come il nostro, che ha problemi di invecchiamento e denatalità, ogni proposta di legge, ogni decreto, ogni provvedimento, prima di essere adottato, dovrebbe essere sottoposto a un’analisi, questa volta sì, di impatto, ma sulle nuove generazioni: bisognerebbe stabilire se approvare o no tali proposte proprio sulla base di questa valutazione».
Una nuova rotta è quella che dovranno seguire gli operatori culturali di domani: «Alle ragazze e ai ragazzi che sono interessati al lavoro culturale suggerisco di avere sempre in mente tre P: Professionalità, Passione, Pazienza».

E poi c’è un monito di fronte a quello che Prato definisce un errore: «Non abbiamo ricette. Quando mi dicono che è necessario costruire modelli e applicarli penso che sia una tentazione da respingere con determinazione. Pensando al nostro paese, dobbiamo sempre tenere in mente il suo carattere policentrico, la peculiarità dei luoghi: quello che ha funzionato a Bergamo non è detto che funzioni a Caltanissetta e viceversa. Perciò facciamo tanta sperimentazione, per avere delle esperienze alle quali ispirarsi, per trarre da esse quello che può servire, che può essere utile; non per replicare pedissequamente un modello, nemmeno quello che all’apparenza sembra il migliore possibile».
L’ultima è un consiglio: «Non bisogna mai accontentarsi dei risultati che si raggiungono, anche quando sono positivi. Bisogna sempre andare “avanti e oltre”».
Nella fotografia in apertura, Ledo Prato
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