Attivismo

L’Emilia-Romagna come la New York di Mamdani: la partecipazione entra in politica

Dialogo con Michele D’Alena, da poco coordinatore dei processi partecipativi della Regione: «Facciamo meno notizia, ma ci siamo arrivati anche noi: servono forza e coordinamento per favorire i processi partecipativi». Il piano per il 2026 contro l'astensionismo e l'invecchiamento del volontariato: più fondi ai Comuni, formazione per mille cittadini e nuove piattaforme digitali per intercettare l'attivismo "liquido"

di Francesco Crippa

«Fa piacere vedere che il sindaco di New York Zohran Mamdani abbia istituito un ufficio per coordinare la partecipazione civica. Anche noi ci siamo arrivati: serve maggiore forza e coordinamento. Poi, certo, facciamo meno notizia…». Scherza, Michele D’Alena, parlando del suo ruolo di coordinatore dei processi partecipativi della Regione Emilia-Romagna, una figura istituita lo scorso autunno dalla giunta guidata da Michele De Pascale per dare un suggello istituzionale a una luna storia di attivismo civico. «Sono i nostri territori che ce lo stanno chiedendo. Se andiamo a San Giovanni in Marignano vicino a Riccione, a Bardi sulle montagne vicino a Parma o Soliera nella bassa modenese, i sindaci ci chiedono supporto sulla partecipazione, perché sono preoccupati, ma anche coraggiosi nel rilanciare modelli e approcci». Il problema principale è quello ravvisato in tutta Italia: la gente va sempre meno a votare. «In più, le associazioni storiche di volontariato affrontano un grande invecchiamento medio e faticano a trovare nuovi volontari più giovani. C’è poi tutto il problema della sfiducia verso la politica. Un dato su cui riflettere è la difficoltà a trovare persone che vogliano candidarsi e impegnarsi».

Eppure, quando si parla di partecipazione c’è anche un’altra lettura possibile. Accanto al grande calo di quella “tradizionale”, c’è una vitalità che le istituzioni faticano a tracciare: «Ci sono nuove forme di partecipazione più estemporanea ma con numeri molto elevati, legata per esempio alle emergenze climatiche, lo abbiamo visto bene in Romagna. Nelle aree interne, invece, abbiamo una densità di associazioni in rapporto al numero di abitanti altissima», spiega D’Alena.

Una partecipazione più “liquida”. «Non si partecipa più in maniera costante, ma in modo intermittente. Ma se quando c’è un’alluvione uno prende va a spalare, vuol dire che è a monte c’è una Protezione civile in grado di coordinarlo. Allo stesso modo, se uno fa un firma una petizione vuol dire che c’è qualcuno che l’ha proposta». Per questo, la Regione ha deciso di assumere un compito di regia, con un salto di qualità. Abbiamo una legge con dirigenti e risorse, poi c’è un apposito coordinatore che guiderà la partecipazione in maniera più organica. «Il nostro compito è capire come agganciare questi cittadini per includerli dentro i nostri processi, ma anche creare una piattaforma per coordinare la pluralità che abbiamo nel nostro territorio».

La strategia operativa verrà presentata giovedì 29 gennaio in occasione della Giornata della Partecipazione 2026. «Aumenteremo il budget di risorse a disposizione dei progetti partecipativi di ciascun Comune», sottolinea D’Alena. L’anno scorso sono state finanziate 43 iniziative, quest’anno saranno di più grazie Sun budget di oltre un milione. «Poi organizzeremo corsi di formazione alla cultura democratica per mille persone in tre anni, faciliteremo l’accesso ai percorsi partecipativi, investiremo in piattaforme digitali attraverso cui favorire nuovi momenti partecipativi come questionari o consultazioni online, insisteremo sulle assemblee deliberative». Proprio queste ultime sono uno degli aspetti di cui D’Alena va più orgoglioso: «Abbiamo fatto una sperimentazione e devo dire che sono un laboratorio inedito: comuni, associazioni, cittadini che si mettono insieme per discutere e trovare soluzioni e proposte a partire da idee diverse, ma con un processo democratico incredibile».

L’importante, sottolinea il coordinatore regionale, è la visione politica che c’è dietro. «Non finanziamo muri o servizi, ma le relazioni, la partecipazione che viene prima della costruzione di una palestra o dell’erogazione di una prestazione. Insomma, finanziamo la coesione sociale a supporto della democrazia».

Foto in apertura: Michele D’Alena

Cosa fa VITA?

Da oltre 30 anni VITA è la testata di riferimento dell’innovazione sociale, dell’attivismo civico e del Terzo settore. Siamo un’impresa sociale senza scopo di lucro: raccontiamo storie, promuoviamo campagne, interpelliamo le imprese, la politica e le istituzioni per promuovere i valori dell’interesse generale e del bene comune. Se riusciamo a farlo è  grazie a chi decide di sostenerci.